giovedì 2 febbraio 2012

«Hugo Cabret», in eredità agli amanti del cinema

Tecnologia d'avanguardia per una storia dal sapore antico nell'ultimo film di Martin Scorsese candidato a 11 Oscar
di Gaetano Vallini
Un rispettoso ritorno alle radici, un omaggio riconoscente a colui che per primo intuì le potenzialità della settima arte, ma anche un invito alla conoscenza, al piacere ingenuo e stupefacente della scoperta. È questo Hugo Cabret, l’ultimo film di Martin Scorsese, che per rappresentare la sua favola sul cinema delle origini e sul suo immaginifico epigono, quel Georges Méliès che per primo rese possibile un Viaggio nella Luna, abbandona il linguaggio classico finora più congeniale alle sue storie per convertirsi al 3D, ovvero alla rinnovata ultima frontiera della tecnica cinematografica. Un passaggio che in altre circostanze non ha avuto l’effetto sperato, perché posticcio e non necessario, ma che in questo caso riesce a offrire alla visione quel di più che fa la differenza. E non si tratta di semplice profondità delle immagini, perché nei primi piani, emergendo dallo schermo, i personaggi si fanno più vicini allo spettatore, costringendolo a un legame più forte, quasi intimo.
Ma non è solo questione di tridimensionalità o di computer grafica, che peraltro non è un limite alle ben note qualità di Scorsese, il quale non rinuncia a inquadrature originali e a lunghi e spettacolari piani sequenza. Qui siamo di fronte a un’opera che, pur intrisa di tecnologia, emana il sapore antico delle storie che affascinano perché in qualche modo sembrano senza tempo. Difficile dire se Hugo Cabret, in uscita nelle sale italiane con il poderoso abbrivio di ben undici candidature agli Oscar, sia il capolavoro di Scorsese, tanto è differente dalle precedenti opere, soprattutto le più recenti in cui rifletteva sul male, sul senso di colpa, sulle contraddizioni della società. Di sicuro è l’opera più personale, nel senso che vi si colgono insieme gli elementi essenziali del suo cinema: invenzione, sperimentazione, suggestione, evocazione, ma anche ricerca e memoria. Qui c’è tutto, tanto da toccare le corde giuste sia dei più giovani che degli adulti ancora capaci di stupore e di commozione. Anche se saranno soprattutto gli appassionati a goderne, persi tra innumerevoli rimandi e più o meno esplicite citazioni (e non solo dei film di Méliès, ma dai fratelli Lumiére ad Harold Lloyd), espressione dell’amore quasi sacrale di Scorsese per questa arte.
In Hugo Cabret si coglie, infatti, la summa di interi pomeriggi trascorsi fin da ragazzo nelle fumose sale cinematografiche di New York a succhiare cinema da ogni pellicola vista. Così come lo sguardo attento del cinefilo appassionato, pronto a cogliere la natura stessa del linguaggio filmico, le sue infinite varianti e sfumature, le sue allusioni, i suoi richiami. Non sarebbe esagerato definire questo film come una sorta di testamento, il lascito di un maestro a quanti amano il cinema.
In tal senso l’ultima opera di Scorsese, adattamento del romanzo di Brian Selznick La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, è molto più che l’avventura di un ragazzo alla ricerca del segreto custodito da un automa lasciatogli dal padre orologiaio; un segreto che lo porterà a realizzare il suo sogno e conoscere il grande Georges Méliès, mago, illusionista, regista visionario e prolifico caduto in un deprimente oblio, e quest’ultimo a ritrovare se stesso, il suo genio e il suo pubblico. È soprattutto un invito a immergersi nella magia del cinema e a lasciarsene risucchiare senza timore di perdersi nei suoi mille ingranaggi.
Ed è ciò che Hugo — il protagonista della storia, un orfano con un talento per la meccanica che si occupa con lo zio ubriacone della manutenzione degli orologi della maestosa stazione di Gare Montparnasse, dove vive di nascosto — accetta di fare, all’inizio con un po’ di riluttanza, guidato da una giovane nuova amica, Isabelle, più spigliata e pronta mettersi in gioco. E quando il gioco comincia, dopo un po’ di iniziale fatica, non c’è nulla che possa fermarlo, in un vortice che avvolge una Parigi anni Trenta fascinosamente ricostruita grazie alla fotografia satura di Robert Richardson e alle scenografie imponenti di Dante Ferretti.
Il resto lo fa un cast di alto livello, a partire da un ispirato Ben Kingsley nei panni di Méliès, senza dimenticare Sacha Baron Cohen, claudicante e burbero ispettore ferroviario che dà la caccia a ladruncoli e vagabondi nella stazione per consegnarli all’orfanotrofio, Christopher Lee, ieratico libraio, Emily Mortimer, graziosa fioraia, Jude Law, padre del giovane protagonista, e soprattutto i bravi Asa Butterfield, il timido Hugo, e Cloë Grace Moretz, la simpatica Isabel.
Chi prevarrà nella notte degli Oscar tra il vintage The Artist di Michel Hazanavicius, con dieci candidature, e il fantasmagorico Hugo Cabret di Scorsese è difficile prevederlo. Certo è che Hollywood quest’anno è stata stregata da se stessa, dalla sua storia di fabbrica dei sogni. Perché anche se i linguaggi sono differenti —la prima opera va controcorrente e rispolvera nientemeno che il muto per parlare dei film degli anni Venti, la seconda sceglie invece il 3D per celebrare addirittura i pionieri — il tema è identico: il cinema che racconta se stesso. Con passione. E un pizzico di nostalgia.

(©L'Osservatore Romano – 3 febbraio 2012)


Giornata per la vita: due appuntamenti a Roma

Oltre alla presenza in una decina di Parrocchie di Roma vi invitiamo a due eventi culturali che abbiamo organizzato in occasione della 34esima Giornata per la vita.
1. Ore 11 convegno dal titolo: "La fantasia di Dio: essere aperti alla vita sempre" presso il Sala Convegni della Parrocchia San Lino via della Pineta Sacchetti 75Intervengono
Anna e Gianluigi De Palo (Assessore alle politiche famigliari del Comune di Roma)
(Santa Messa per tutti alle ore 10.00. E’ previsto un servizio di animazione per i bambini durante l’incontro.
Al termine, con chi lo desidera, condivideremo il pranzo al sacco nel salone parrocchiale.)
2. Ore 16.30 spettacolo teatrale: "L'altra faccia della luna, l'altra faccia della vita, l'altra faccia della morte" dal romanzo "L'amico con la Elle maiuscola" di Giorgio Gibertini, adattamento teatrale di Vincenzo Ricciardi. Presso Sala Teatro della Parrocchia Spirito Santo alla Ferratella Via Rocco Scotellaro11
Ingresso gratuito. Seguirà rinfresco.
CAV ROMA

mercoledì 1 febbraio 2012

Scatti in rosa per l’indipendenza

In un ambiente maschile e maschilista Homai Vyarawalla morta il 15 gennaio a 98 anni è stata la prima fotoreporter indiana

di Gaetano Vallini
La sua foto più celebre è probabilmente quella scattata il 15 agosto del 1947 durante la cerimonia dell’alzabandiera al Red Fort che sancì l’indipendenza dell’India dalla corona britannica. Ma la fama di Homai Vyarawalla — morta il 15 gennaio a 98 anni — resterà per sempre legata, oltre che alle sue immagini, alla sua stessa figura. É stata infatti la prima donna fotoreporter indiana, rimanendo l’unica professionista tra il 1939 e il 1970; un primato davvero significativo in un ambiente prettamente maschile. Coraggiosa e intraprendente, si dedicò alla fotografia giornalistica sfidando i pregiudizi culturali. Con la sua fotocamera ha documentato i fatti salienti della storia indiana negli anni cruciali della nascita e trasformazione del Paese in Stato indipendente, come la partenza dell’ultimo viceré, Lord Mountbatten, i funerali di Gandhi e di Nehru, il suo soggetto preferito.
Nata il 9 dicembre 1913 a Navsari da una famiglia di tradizione parsi, Vyarawalla fu mandata a studiare a Bombay, dove si diplomò alla Jamsetjee Jeejebhoy School of Art. Fu in quel periodo che si avvicinò alla fotografia, grazie a un lontano parente, Maneckshaw Jamshedji Vyarawalla, che più tardi sarebbe diventato suo marito. La passione si trasformò professione alla fine degli anni Trenta, quando alcuni suoi scatti vennero pubblicati dal «Bombay Chronicle». Iniziò quindi a lavorare come freelance. Ma la grande occasione giunse nel 1942, con la guerra, quando si trasferì a New Delhi per lavorare al Far Eastern Bureau of British Information Services, spostato in India dopo l’invasione giapponese di Singapore.
La maggior parte delle sue foto sono state pubblicate da «The Times of India» e «The Illustrated Weekly of India». Ma alcune sue immagini hanno trovato spazio su prestigiose riviste internazionali, come «Life» e «Time». Molti personaggi famosi sono stati da lei immortalati: Zhou Enlai, Ho Chi Minh, il Dalai Lama, la regina Elisabetta ii, i presidenti statunitensi Franklin Delano Roosevelt, Dwight Eisenhower e John Fitzgerald Kennedy con le rispettive first ladies.
Muoversi con disinvoltura in un mondo maschile non è stato semplice. «Solo molto, molto tempo dopo, dopo aver strappato troppi sari con altri fotografi che ci pestavano sopra, ho iniziato a indossare la salwar kamiz», spiegava. E la decisione di vestirsi in modo formale è stata tanto deliberata quanto quella di mantenere il distacco dai soggetti che fotografava. «Facevo sempre il mio lavoro e poi me ne andavo. Di fatto, molte volte non ho nemmeno salutato i miei soggetti. Sapevo di lavorare in un mondo maschile in una società ortodossa. Ho quindi sviluppato questo personaggio “severo”, di modo che nessuno potesse cogliere segnali sbagliati».
Homai Vyarawalla lasciò la professione nel 1973, dopo la morte del marito. Ma soprattutto quando capì che la sicurezza dei personaggi pubblici era diventata un ostacolo per i fotoreporter. Erano gli anni di Indira Gandhi. «Il personale della sicurezza — raccontò — trattava i fotografi con poco rispetto. Non volevo lavorare in un clima simile». Non solo. «I miei colleghi erano stati tutti gentiluomini — disse a «India Today» — ma le nuove leve non sapevano come comportarsi nell’alta società. Non volevo avere nulla a che fare con quella gentaglia».
Nel 2006 è stata pubblicata la monografia India in Focus: Camera Chronicles of Homai Vyarawala, che raccoglie gran parte del suo archivio, da lei donato alla Alkazi Foundation for the Arts. Lo scorso anno le venne assegnato il Padma Vibhushan, la seconda onorificenza del Paese.
Homai Vyarawalla è stata una grande fotografa; il suo racconto per immagini della marcia dell’India verso l’indipendenza ha avuto un forte impatto sulla gente. Ma ancor di più ha rappresentato un riferimento per le donne indiane impegnate a scardinare il maschilismo dalla tradizione, per liberarla da secoli di pregiudizi e costruire una società giusta.

(©L'Osservatore Romano – 2 febbraio 2012)
English summary

sabato 28 gennaio 2012

Testimone volontario

Storia del soldato britannico Denis Avey che entrò due volte ad Auschwitz per il «bisogno di sapere».
Qualcuno dubita dell’autenticità 
della storia raccontata solo dopo oltre 60 anni dai fatti. A crederci è però lo storico Gilbert  che ha scritto la prefazione del libro

di Gaetano Vallini
È una storia particolare quella di Denis Avey, classe 1919, testimone volontario dell’orrore della Shoah. E si fa fatica a credere fino in fondo che sia davvero accaduta. Durante l’ultimo conflitto mondiale Avey vestiva la divisa dell’esercito di sua maestà britannica. In Egitto fu catturato dai tedeschi e portato in un campo di prigionia vicino ad Auschwitz. Lì, «tormentato dal bisogno di sapere», di vedere per quanto possibile con i suoi occhi ciò che si intuiva, prese una decisione impensabile: sostituirsi a un detenuto ebreo che aveva conosciuto sul luogo del lavoro forzato che accomunava prigionieri di guerra e altri internati. Lo fece per due volte, indossando la casacca a righe con la stella gialla. Rimase nel famigerato lager solo per pochi giorni. Ma tanto gli bastò per osservare l’inferno.
Tornato libero avrebbe voluto testimoniare quanto visto, ma non ci riuscì; a guerra finita era più comodo celebrare l’eroismo piuttosto che interrogarsi sulle atrocità. «Nel 1945 nessuno aveva voluto ascoltarmi», dice oggi, a 93 anni, dopo aver deciso di scrivere le memorie di quell’incredibile avventura. Il libro è divenuto subito un bestseller in patria e in Italia — dove è uscito con il titolo Auschwitz. Ero il numero 220543 (Roma, Newton Compton, 2011, pagine 331, euro 9,90) — è già alla quindicesima edizione in due mesi, segno evidente della curiosità suscitata da una vicenda tanto inconsueta.
L'incontro con il Premier Brown a Downing Strreet
Il prologo del volume, scritto con il giornalista della Bbc Bob Broomby che lo aveva intervistato per la tv rendendo così nota per la prima volta la vicenda dopo sessantacinque anni, è storia recente. Parla della visita che Avey ha fatto al numero 10 di Downing Street il 22 gennaio 2010 su invito dell’allora premier Gordon Brown, colpito da quell’intervista, tanto da far inserire successivamente il nome di Denis Avey tra i ventisette inglesi «eroi dell’Olocausto».
Il racconto vero e proprio delle esperienze belliche è cronologico, iniziando dall’arruolamento volontario nel 1940, a 21 anni, nella 7ª Divisione britannica, i cosiddetti Desert Rats, e la successiva partenza a bordo di una nave dal porto di Liverpool. Da lì in poi c’è spazio per vicende di guerra più o meno ordinarie sul fronte africano, tra sanguinose battaglie e momenti di calma, tra atti eroici e paura. Fino alla cattura. Ed è da qui che i ricordi si fanno più drammatici, entrando nel vivo della tragedia della Shoah.
È il 1943 e Avey viene mandato nel campo di prigionia E715, sette chilometri da Monowitz (noto come Auschwitz III). I soldati inglesi e gli ebrei lavoravano insieme alla costruzione di una fabbrica della ig Farben, il colosso della chimica che avrebbe prodotto una gomma sintetica indispensabile alla macchina da guerra nazista. Spartivano gli stenti, il peso di undici ore di fatica al giorno, ma non le vessazioni, le torture, le esecuzioni arbitrarie, che erano riservate solo a quegli uomini ombra con l’uniforme a righe e il volto terreo.
«Molti di loro — ricorda l’anziano — ci imploravano, semmai fossimo riusciti a fare ritorno a casa, di raccontare al mondo ciò che avevamo visto. Gli uomini a righe sapevano bene quale fosse il destino in serbo per tutti loro. La prova era nel tanfo che usciva dai crematori. E sì che anche noi avevamo sentito le voci che giravano a proposito delle camere a gas e delle selezioni, ma io non potevo accontentarmi delle dicerie. Le parole “congettura” e “ipotesi” non appartengono al mio vocabolario. Se anche non avevo cognizione delle differenze tra un campo e l’altro, dovevo scoprire a tutti i costi cosa stesse trasformando quegli esseri umani in ombre».
Fu così che l’anno successivo Denis Avey decise che non poteva restare lì senza sapere che cosa accadeva realmente dietro l’altro reticolato. «Con il trascorrere delle settimane — racconta — riuscii di tanto in tanto a scambiare qualche parola con Hans (un prigioniero ebreo, ndr), e nella mia mente prese forma l’idea di prendere il suo posto». Convinse Hans, ben lieto, nonostante il rischio mortale, di poter mangiare qualche pasto decente; studiò i movimenti di prigionieri e guardie, quindi agì, corrompendo qualche kapò. E mettendo volontariamente a rischio la propria vita.
Avey nella squadra di calcio dei prigionieri sudafricani ad Auschwitz
Ciò che vide non è differente da quanto testimoniato dagli ebrei sopravvissuti: il denso e ininterrotto fumo delle ciminiere dei forni crematori, i cadaveri ammassati, le brutali e immotivate violenze che non risparmiavano neppure i bambini, le terribili condizioni cui erano sottoposti i deportati. Nel ricordo c’è dunque tutto l’orrore di quella caduta nell’abisso della peggiore abiezione umana.
Ma c’è chi mette in dubbio la veridicità della storia. Il «Daily Mail», insospettito da un così lungo silenzio, si è chiesto se Avey non si sia inventato tutto. Dalle pagine del giornale ex deportati e prigionieri, alcuni storici e rappresentanti di organizzazioni ebraiche mettono in dubbio il suo racconto sia perché è simile a quello già noto di un altro prigioniero all’E751, Charles Coward, sia per diverse incongruenze, come il passaggio sotto il cartello Arbeit macht frei perchè questo era all’ingresso del campo Auschwitz i e non del iii dove Avey afferma di essersi introdotto. E soprattutto temono che questa vicenda, oltre che un insulto alla memoria delle vittime, possa fornire ulteriori motivi ai negazionisti. Eppoi resta il dato essenziale che non c’è nessuno oggi che possa confermare quei fatti.
Così come nessuno può avvalorare direttamente un’altra storia contenuta nel libro, meno straordinaria ma non meno significativa, anzi sicuramente meritoria visto che riguarda la salvezza di una vita umana. In quello stesso periodo Avey incontrò Ernst Lobenthal, ebreo tedesco che gli confidò di avere una sorella rifugiata a Birmingham, chiedendogli di farle avere sue notizie. L’inglese promise di farlo e riuscì in qualche modo a raggiungerla attraverso una lettera in codice inviata a sua madre. Quest’ultima contattò la sorella di Ern st e alcuni mesi dopo attraverso la Croce Rossa Avey ricette duecento pacchetti di sigarette. Un tesoro inestimabile nel campo, dove valevano più dell’oro.
Quelle sigarette, passate con non pochi rischi una stecca alla volta, furono essenziali per mantenere in vita Ernst ad Auschwitz. Non solo. Servirono anche a procurargli il paio di scarpe che gli permise di sopravvivere alla terribile marcia tra i ghiacci cui gli ebrei ancora vivi furono costretti dai tedeschi in fuga per evacuare il campo e che fece altre migliaia di vittime. Fu lo stesso Lobenthal a raccontare questa storia in un’intervista per la Shoah Foudation, sette anni prima della sua morte negli Stati Uniti nel 2002. Ma questa testimonianza non pare sufficiente per il riconoscimento di Avey come Giusto tra le Nazioni poiché, spiegano allo Yad Vashem, non c’è nessun altro sopravvissuto per confermare la storia.
C’è tuttavia anche chi non meno autorevolmente ritiene credibile, e quindi veritiero, l’intero racconto. Come il noto storico Sir Martin Gilbert, il quale nella prefazione definisce il libro «di capitale importanza, perché ci riporta subito alla mente i pericoli che incombono sulla società quando intolleranza e razzismo riescono a mettere radici. Denis Avey ci avverte che fascismo e genocidio non sono scomparsi; anzi, come ha precisato, “potrebbero verificarsi anche qui”. E ciò potrebbe davvero succedere ovunque, e ogni volta che permettiamo alla civiltà di corrompersi, o di farsi rovinare dalla malvagità e dal desiderio di distruzione».

(©L'Osservatore Romano – 29 gennaio 2012)

venerdì 27 gennaio 2012

Shoah: un giovane tedesco su 5 non sa cosa sia Auschwitz

(AGI) - Berlino, 25 gen. - Un giovane tedesco su cinque (21%) di eta' compresa tra 18 e 29 anni ignora cosa sia stato Auschwitz. Lo rivela un sondaggio del settimanale Stern in occasione della Giornata della Memoria, che si celebra venerdi' e che coincide con la liberazione del campo di sterminio nazista da parte dell'Armata Rossa. Anche sull'ubicazione del lager le conoscenze di molti tedeschi sono lacunose: il 31% non sa che si trova in Polonia.
Dal sondaggio emerge anche che il 43% non ha mai visitato uno dei luoghi in cui venne compiuto l'Olocausto, con la percentuale che sale al 46% tra i tedeschi dell'ovest, mentre solo un tedesco dell'est su quattro (27%) non si e' mai recato di persona in uno di questi luoghi dell'orrore. Se nel 1994 una maggioranza del 53% riteneva che fosse ormai giunto il momento di chiudere definitivamente i conti con il capitolo piu' oscuro della storia tedesca, a volerlo oggi e' solo il 40%, con il 56% che ritiene necessario mantenere vivo questo ricordo.
Quasi due terzi dei tedeschi (65%) affermano poi che la Germania a causa del suo passato non ha responsabilita' verso altri popoli, con il 31% che manifesta un'opinione opposta. (AGI) .

MEMORIA
Una ferita sempre viva
La memoria non può essere mai considerata una conquista definitiva acquisita. Questo vale sia per gli individui che per le masse. Gli individui ai quali viene richiesto di apprendere una mole sempre più imponente di dati si difendono dal pericolo della saturazione cancellando e rimuovendo i ricordi precedenti per fare spazio a quelli successivi. Ciò comporta uno stimolo incessante ad aggiornarsi sempre più velocemente, ma espone al rischio di perdere il contatto con la consapevolezza del proprio vissuto e della propria identità. E soprattutto che si dissolva il rapporto con i valori e le certezze sulle quali ognuno ha iniziato a costruire le fondamenta della propria personalità. Da alcuni anni si ha l'impressione che sia iniziata una nuova era nella quale l'enorme quantità di dati da immagazzinare sta continuamente mettendo alla prova la capacità della mente umana di adattarsi a situazioni nuove e a sopportare carichi di lavoro che aumentano in progressione geometrica. Ma esistono argomenti che non tollerano alcuna forma di immagazzinamento o di congelamento e che per non scomparire devono essere difesi attraverso un continuo processo di riflessione critica, di elaborazione libera e aperta, di trasmissione e di insegnamento verso le successive generazioni. Uno di questo argomenti è la Shoah. Nel momento in cui la memoria della Shoah cessasse di essere oggetto di studio, di ricerca e di dibattito e la sua sopravvivenza fosse affidata solo agli archivi storici e documentali significherebbe che essendo diventata una materia inerte nessuna legge dello Stato avrebbe più il potere di mantenerla in vita. 
Renzo Gattegna

pagine ebraiche - n. 2 - febbraio 2012

giovedì 26 gennaio 2012

Ma chi erano gli ebrei nascosti dai religiosi?

Rilancio un interessante e documentato articolo pubblicato su "L'Osservatore Romano" a firma di Grazia Loparco
I nomi, gli indirizzi e le cifre per Roma e l’intero territorio italiano

Monsignori e personalità diverse si fecero portavoce di Pio XII e del sostituto Montini

di  Grazia Loparco
Dieci anni di ricerca sugli ebrei nascosti presso le case religiose hanno portato alla luce diversi elementi riferiti ai clandestini, braccati dai nazifascisti a Roma e in tutta Italia durante la seconda guerra mondiale, in particolare dal 16 ottobre 1943 al 1945. Oltre alla documentazione inedita, molti articoli, testimonianze, saggi, studi, deposizioni dei “soccorsi superstiti” in occasione dell’attribuzione del titolo di Giusto fra le Nazioni a coloro che rischiarono la vita, consegnano una miriade di frammenti informativi.
L’Associazione culturale Coordinamento Storici Religiosi (vedi in rete: www.storicireligiosi.it) dal 2002 ha inteso ricostruire Papa Pio XIIun mosaico un po’ più completo, iniziando da Roma. La capitale costituisce infatti un caso unico per diversi motivi, legati al numero degli ebrei residenti o arrivati in quegli anni in cerca di sicurezza (10.000-12.000), come pure all’elevato numero di case religiose, non di rado con la presenza di superiori generali o provinciali.
Sono così individuati gli indirizzi e i nomi degli istituti religiosi maschili e femminili interessati alla vicenda e presenti a Roma, che si sono potuti sin qui appurare. Si tratta di più di 220 case su circa 750 totali presenti in quegli anni nella capitale. Non è escluso che emergano ancora altre informazioni significative sia su quelle che cooperarono a nascondere ebrei e altri clandestini, correndo i rischi ben noti, sia sulle motivazioni di quelle comunità che invece non si aprirono volutamente all’emergenza drammatica.
È pure disponibile la bibliografia che concerne i diversi istituti, peraltro in continua evoluzione. Fermo restando che dalla ricerca si escludono per ora, per scelta metodologica, le parrocchie, le famiglie private, gli arcivescovadi, in questi anni ci ha accompagnato la domanda: oltre la capitale, in quante e quali località d’Italia furono nascosti ebrei da parte di religiosi e religiose? Si può tracciare una mappa per aree e regioni? Ci furono dei percorsi consolidati, delle traiettorie di spostamento nella ricerca della salvezza, verso la Svizzera, l’America, o semplicemente dalle città a località più isolate, o viceversa per entrare nell’anonimato? Quali furono i nodi e come funzionarono le reti di collegamento, sia in senso geografico, che istituzionale?
Le congregazioni religiose avevano a riguardo il vantaggio di un governo centralizzato e di una notevole diffusione sul territorio nazionale. In diversi casi — tra cui quello degli orionini (recentemente ricordato per il titolo di Giusto attribuito a don Gaetano Piccinini il 23 giugno 2011 a Roma) — la struttura istituzionale si rivelò una chance per trasferire, accompagnare su mezzi pubblici e nascondere in altre sedi persone note a livello locale e ricercate. Non di rado si trattava di apprezzati professionisti o noti commercianti.
Dopo aver identificato gli istituti religiosi rintracciati sulla base di documentazione certa, resta aperta l’altra domanda: ma chi erano realmente gli ebrei di cui si conosce non solo il nome, ma anche il cognome, a Roma e nelle altre sedi di cui si sa qualcosa? Diverse centinaia di nomi sono noti, alcuni elenchi sono pubblicati, ne appaiono continuamente qua e là, ma mancava un elenco unitario di quelli che sono stati accolti nelle case religiose.
Beninteso, siamo pienamente coscienti che l’elenco resterà del tutto incompleto perché non è rimasto documentato il nome della maggioranza degli ebrei nascosti per breve o lungo tempo, per ovvi motivi. Molti di essi diedero un nome falso; molti religiosi — specialmente giovani e dunque gli unici ancora oggi intervistabili — neppure sapevano chi fossero gli ospiti apparsi all’improvviso; molti furono identificati con pseudonimi. Alcuni furono registrati nelle cronache o in elenchi segreti, subito o dopo qualche tempo. Altri, che restarono in contatto con i religiosi per lungo tempo dopo l’emergenza, sono conosciuti.
Alcuni dopo decenni si sono decisi a testimoniare anche pubblicamente; altri sono tornati da soli o con le famiglie a rivedere le case, le soffitte, gli scantinati dove furono nascosti in mesi indimenticabili. Altri hanno scritto articoli, memorie, testimonianze. Per tante vie, dunque, un certo numero, ma sempre esigua minoranza, è uscita allo scoperto. Così qualcosa si può sapere. Si trattava di mettere insieme questi elementi, nella consapevolezza di rendere un servizio anche alla comunità ebraica, agli stessi clandestini di una volta che non raramente chiedono oggi se restano tracce della loro permanenza in una casa religiosa di cui ricordano vagamente il nome o l’ubicazione o un religioso o religiosa.
Per questo si è appena pubblicato un contributo — Per carità e per giustizia. Il contributo degli istituti religiosi alla costruzione del welfare italiano, a cura di Tiziano Vecchiato (Padova, Fondazione Zancan, 2011, pagine 384) — che nomina sia gli ebrei nascosti presso le diverse congregazioni religiose a Roma, sia le città e i centri minori di cui resta qualche testimonianza sicura, con gli ebrei ivi soccorsi, sempre presso istituti religiosi maschili o femminili. Infine si elencano i religiosi e le religiose italiani o operanti in Italia cui è stato attribuito il titolo di Giusto fra le Nazioni, con l’indicazione della congregazione di appartenenza, anch’essi punta di iceberg, come gli ebrei riconosciuti.
Per dare volto a vicende che accorciarono improvvisamente le distanze, rivoluzionarono diverse consuetudini, modificarono le vite e le coscienze, ancor più che gli orari e i numeri dei pasti da racimolare ogni giorno.
I risultati dell’indagine riguardano almeno 134 centri accertati, città o paesi di varie dimensioni, soprattutto del nord e centro Italia, centinaia di istituti religiosi e diversi monasteri di clausura, sottoposti a una severa disciplina canonica. Tutto questo movimento e la serie di trasgressioni rispetto alle consuetudini religiose non potevano sfuggire alla Santa Sede, che al contrario si servì dei canali ordinari di comunicazione per favorire l’aiuto dei religiosi, fermo restando la prudenza raccomandata e osservata.
La documentazione concernente Roma menziona diversi monsignori e ufficiali degli uffici vaticani, conferenzieri o cappellani di case religiose femminili, o personalità di spicco che si facevano portavoce del Papa e del Sostituto monsignor Giovanni Battista Montini, senza dimenticare iniziative autonome di superiori e superiore che non attesero alcuna indicazione per agire con prontezza secondo le urgenze e il buon senso.
Fuori Roma, specie per i monasteri, occorse almeno la conferma esplicita dei vescovi, muniti di speciali facoltà, a quanto stava avvenendo. I processi decisionali dei religiosi, a volte il loro cambiamento in seguito a direttive che apparivano chiare, possono illustrare meglio la relazione tra congregazioni, Chiesa locale e Santa Sede.
L’arrivo, la permanenza, le strategie di occultamento degli ebrei, le relazioni interpersonali e religiose sono abbastanza note, tuttavia dietro ogni nome c’è una storia, personale e familiare. Gli elenchi di singoli o di nuclei familiari, uniti o separati per sesso ed età e parentela, sono ben più che una catena di nomi. Più di 300 sono identificati fuori Roma e più di 600 nella capitale, alcuni solo per cognome per indicare l’intera famiglia, e dunque con un numero impreciso, ma sicuramente più elevato. Certamente si tratta di una percentuale, rispetto agli almeno 4.500 ebrei di cui resta memoria spesso non identificata, che furono nascosti in vario modo nelle comunità religiose di Roma.
La valenza umana e sociale, motivata dalla carità cristiana a fondamento dei rischi da correre, rende ragione dell’inclusione di questo contributo nel volume che si inserisce nel concerto degli studi realizzati in occasione del centocinquantenario dell’Unità d’Italia.
Il testo si articola in diversi aspetti che delineano come un sondaggio sulla presenza religiosa di cui molto poco è studiata la reale incidenza nel tessuto dell’Italia in costruzione: «Educare, soccorrere, curare. La funzione sociale delle Dorotee a Vicenza dagli anni Trenta del Novecento al secondo dopoguerra» (Albarosa Ines Bassani); «Educandati in Italia» (Giancarlo Rocca); «Oratori per la gioventù nell’Italia unita» (Luciano Caimi); «I convitti per operaie. Le colonie agricole» (Giovanni Gregorini); «L’assistenza domiciliare» (Luigi Nuovo, Giancarlo Rocca); «La “Protezione della giovane” e le congregazioni religiose nel Nord Italia» (Andrea Salini); «Le cucine economiche delle suore di Maria Bambina» (Marina Carmela Paloschi); «L’assistenza alle persone disabili tra Ottocento e Novecento: gli istituti religiosi si raccontano» (Michela Carrozzino); «Percorsi storici dell’assistenza e dell’educazione dei sordomuti nell’Italia unita» (Elisa Mazzella); «La protezione degli ebrei nelle case religiose italiane (1943-1945). Mappa, reti di salvataggio, nomi» (Grazia Loparco); «Il contributo degli istituti religiosi a sostegno dell’emigrazione umana» (Vincenzo Rosato); «Uno sguardo al presente» (Elisabetta Mandrioli); «Gli istituti religiosi nelle opere della Chiesa italiana» (Maria Bezze).
Resta da notare che, come altri contributi, anche quello sugli ebrei non è esaustivo nell’informazione, ma rimanda a un’indagine più ampia che merita di essere completata.
(©L'Osservatore Romano – 25 gennaio 2012)

mercoledì 25 gennaio 2012

"Shoah" di Lanzmann per la prima volta su una tv pubblica del mondo islamico

Il film sulla distruzione degli ebrei in Europa da domani in onda sulla televisione nazionale turca


Domani alla vigilia della Giornata della Memoria, il capolavoro del regista Claude Lanzmann Shoah sarà diffuso per la prima volta in chiaro da una tv pubblica nel mondo islamico. L'importante iniziativa parte dalla televisione nazionale turca Trt che comincerà a mandare in onda, proseguendo per tutta la settimana, l'intero film documentario, uscito nel 1985, che in 9 ore racconta il genocidio degli ebrei d’Europa. L'iniziativa è promossa dal Progetto Aladin, un’organizzazione internazionale con sede a Parigi che gode del patrocinio dell’Unesco e opera per un avvicinamento tra mussulmani ed ebrei.
La pellicola sarà sottotitolata in arabo, turco e farsi, la lingua che si parla nell'Iran negazionista del presidente Mahmud Ahmadinejad. E già nel marzo scorso la televisione di espressione persiana Pars Tv, con sede a Los Angeles, aveva trasmesso il film Shoah su un canale satellitare suscitando l'ira del regime degli ayatollah. 
Domani lo stesso Lanzmann sarà a Istanbul per partecipare all'evento e in contemporanea in alcune città del Medio Oriente ci saranno proiezioni pubbliche. A completare il progetto l'imminente pubblicazione del volume dell'opera di Lanzmann nelle stesse tre lingue. 
Per chi voglia conoscere più approfonditamente i contenuti di Shoah, rimando alla recensione che scrissi nel settembre 2008 in occasione dell'uscita dei dvd in Italia.