martedì 13 dicembre 2011

Attimi fuggenti non solo a ritmo di rock

Come i grandi fotografi hanno raccontato la musica
di Gaetano Vallini
Ci sarebbe mai stato il rock’n’roll se prima qualcuno non l’avesse “visto”? In altre parole: la nuova musica popolare che ha segnato la seconda metà dello scorso secolo avrebbe avuto lo stesso successo e lo stesso seguito se i fruitori si fossero limitati solo ad ascoltarla? Probabilmente no. Perché il rock’n’roll aveva e ha bisogno anche di una rappresentazione visiva per sprigionare tutto il suo potenziale. Allora la domanda iniziale — che ha ispirato il critico musicale Gino Castaldo ad approfondire il tema nell’intrigante libro Music: Box. Quando i grandi fotografi raccontano la musica (Roma, Contrasto, 2011, pagine 479, euro 28) — non è senza fondamento. Basta voltarsi indietro.
«Elvis Presley aveva preso tracce di musiche sparse sul continente e le aveva miscelate con nuova alchimia, ma – spiega Castaldo - l’America se ne accorse solo quando lo vide per la prima volta alla televisione. Non solo se ne accorse, ma si fermò, sospesa e attonita, scoprendo una nuova pagina della cultura del mondo che stava nascendo sotto i propri occhi. Tutto in un’immagine».
In realtà un assaggio lo si era avuto anche prima, con il jazz che cominciava a mostrare i suoi miti, e poi con i crooner non di rado diventati stelle del cinema, da Frank Sinatra a Dean Martin, solo per citarne alcuni. Ed era un passaggio quasi obbligato in un cammino avviatosi quando la musica si era staccata dall’esecutore, iniziando a risuonare anche in sua assenza, “imprigionata” nei dischi di vinile. È stato allora che è emersa l’esigenza di conservare anche l’immagine del musicista. Dalle copertine dei dischi a quelle delle riviste di spettacolo, fino ai poster nelle camere degli adolescenti, il passaggio è stato quasi naturale.
La fotografia, ma più in generale l’immagine in senso ampio, è via via diventata imprescindibile per chi faceva musica: un’arma di successo. Ha fatto sì che la musica diventasse spettacolo in senso pieno, performance, come si dice oggi. Anzi, ci sono interi generi — dal punk alla musica dark — che senza una esposizione visiva tanto marcata probabilmente non sarebbero neppure nati. Allo stesso modo la fotografia è stata plasmata dalla musica, pretendendo un linguaggio nuovo, rivoluzionario, divenuto esso stesso genere.
«La musica — sottolinea infatti il critico — ha sempre preteso un’immagine, come indispensabile complemento della sua fuggevole, immateriale natura fisica. E già molto prima dell’avvento dei videoclip i fotografi hanno catturato le scie di fiammeggianti chitarre lanciate a sfidare il cielo, le espressioni intense di facce che portavano note incise sul volto, le notti chiaroscurate del jazz, acconciature, attimi fuggenti, dinamiche mobilità sonore, backstage eccitati o malinconici, metamorfosi, pubblici in estasi, complicità collettive, perfino il beat delle cadenze storiche. A mettere insieme in un’ideale, infinita libreria tutte le immagini significative che riguardano la musica, verrebbe fuori la più imperiosa e completa sinfonia del Novecento».
Music: Box è un interessante tentativo su questa strada, presentandosi come un originale percorso per immagini che racconta la musica popolare e le sue trasformazioni da una prospettiva inconsueta. Le oltre trecento fotografie, corredate da ampi testi pieni di notizie, curiosità e aneddoti, presentano i luoghi fisici e ideali in cui la musica popolare è apparsa, si è fatta storia e continua a vivere: dai protagonisti agli strumenti del mestiere, dai fan ai club storici, dalle sale d’incisione ai concerti. Tuttavia Castaldo mischia le carte; non sceglie di narrare per generi o cronologicamente. Troppo banale. Sceglie, invece, un catalogo eterogeneo di oggetti, di luoghi e di categorie: la chitarra, il cappello, la notte, gli occhi, i palcoscenici, le quinte, i corpi, le maschere e così via.
Ecco, allora, la chitarra, oggetto feticcio per eccellenza del rocker, con Hendrix che brucia la sua, con il “Boss” Springsteen che invece la esibisce in maniera inconfondibile, con l’impegnato Woody Guthruie che ne suona una con su scritto this machine kills fascists («questo strumento uccide i fascisti»). E ancora, i palchi dei raduni rimasti nella storia, da Woodstock all’Isola di Wight, e quelli di oggi, sempre più tecnologici. E poi i costumi eccentrici dei musicisti e dei cantanti, con i volti spesso truccati; i loro sguardi, a volte filtrati in controluce dal fumo di una sigaretta; i loro oggetti cult, quasi dei marchi di fabbrica.
Ma non si pensi che sia solo rock. Tra Beatles, Rolling Stones, Pink Floyd, Queen, U2, Bob Dylan, Santana, Michael Jackson e centinaia di altri, Castaldo non dimentica epoche e generi diversi. Così, in una sorta di ecumenismo fotografico e musicale, presenta pure Robert Johnson, Nat King Cole, Sammy Davis Jr, Edith Piaf, Yves Montand, Giuliette Gréco, Miles Davis, Glen Gould, Frank Sinatra.
Su di essi, e su altri artisti di ieri e di oggi, hanno puntato gli obiettivi delle loro macchinette fotografi famosi come Anton Corbijn, Philippe Halsman, Guido Harari, Elliott Landy, Annie Leibovitz, Guy Le Querrec, Robert Mapplethorpe, Jim Marshall, Terry O’Neill, Giuseppe Pino, Neal Preston, Herb Ritts, Phil Stern, Dennis Stock, Albert Watson. Tutti hanno cercato di catturare in uno scatto non solo colori, ma anche emozioni e persino brandelli di musica.
Impresa non semplice, quest’ultima, ma non irrealizzabile, se si ritiene che musica non sia cieca e la fotografia non sia sorda. E che nell’obiettivo possa compiersi quell’alchimia, altrimenti impossibile, grazie alla quale anche una istantanea immobile e silenziosa può sprigionare magicamente tutto il suono e l’atmosfera di cui l’osservatore conserva un’eco, sia pure flebile e lontana.

(©L'Osservatore Romano – 14 dicembre 2011)

1 commenti:

dandelion67 ha detto...

Io vivo la musica come strumento di comunicazione...
per questo motivo preferisco un live ad un cd messo nel lettore...
la musica si fà veicolo...
prendo come esempio Jon Lennon...
voglio ricordare "Pavarotti & Friends for Afghanistan 2001"...
il potenziale comunicativo della musica che trova poi permanenza nel Tempo , negli scatti, che divengono memori e testimonianza.

Sereno divenire Gaetano..
dandelìon