mercoledì 14 dicembre 2011

Un sogno da portare avanti

La presentazione del documentario sull’opera del missionario coreano John Lee Tae-seok


Roma, 14. Nel piccolo villaggio di Tonj, nel Sud-Sudan, una banda musicale di giovani in sgargiante divisa rossa marcia, tra le lacrime dei presenti, tra le misere case. I bambini che precedono la banda stringono tra le mani la foto di un uomo: è don Jolly, il prete e medico Lee Tae-seok, definito lo Schweitzer coreano, che ha dedicato la vita a prendersi cura dei Dinka, una tribù colpita dalla carestia, dalla guerra civile e dalla lebbra. La notizia della sua morte è giunta inaspettata. Quella triste marcia è l’estremo saluto a quell’uomo venuto da lontano a condividere la loro esistenza, a dare sollievo alle loro sofferenze e a portare in una terra martoriata un po’ di gioia anche con la sua passione per la musica: persino quella banda è una sua creatura. Come il piccolo ospedale e la scuola.
Sono le toccanti scene finali di Don’t cry for me, Sudan (Non piangere per me, Sudan), il documentario del regista Goo Soo-hwan prodotto dalla rete televisiva della Corea del Sud Kbs dedicato al sacerdote salesiano, che sarà proiettato giovedì 15, alle ore 17.30, nella Sala Pio x di via della Conciliazione per iniziativa dell’Ambasciata della Repubblica di Corea presso la Santa Sede. Sarà l’occasione per scoprire la figura e l’opera di questo prete morto il 14 febbraio 2010 a 48 anni per un cancro, la cui storia ha commosso i connazionali suscitando un’inattesa ondata di solidarietà. Tanto che il governo coreano ha istituito un premio, intitolato a don Lee Tae-seok, da conferire a quanti si distinguono in attività caritatevoli verso l’Africa. «È nostra speranza — afferma l’ambasciatore Thomas Hong-Soon Han — che, attraverso la proiezione di questo film, lo spirito evangelico eroicamente vissuto da questo missionario salesiano possa contribuire enormemente alla promozione della civiltà d’amore nel mondo d’oggi che sta attraversando una grave crisi morale».
Alternando filmati di repertorio sulla drammatica storia recente del Sudan alternati, video familiari e testimonianze, il documentario ripercorre la vita del sacerdote. Nono di dieci figli, Lee Tai-suk nasce il 19 settembre 1962 a Pusan, da una famiglia cattolica: il fratello maggiore Lee Tae-young Lee è frate francescano e la sorella Cristina è laica consacrata nel Movimento dei Focolari. Lee partecipa quotidianamente alla messa ed è sempre disponibile ad aiutare chi è in difficoltà. A quindici anni esprime il desiderio di farsi prete, ma la mamma, sola dopo la morte del padre, lo convince a studiare pur tra grandi sacrifici. Così si iscrive alla facoltà di medicina. Dopo la laurea svolge il servizio militare come medico ed è durante la leva che uno dei cappellani gli fa conoscere i salesiani.
La vocazione non lo ha certo abbandonato e decide così di seguire le orme di don Bosco. Da seminarista visita per la prima volta il Sudan, rimanendo colpito dalle sofferenze della popolazione. Ordinato sacerdote nel 2001, parte per Tonj, una località poverissima del Sud Sudan. Lì Father Jolly — lo chiamano così per il suo contagioso sorriso e la sua simpatia — arriva come un ciclone benefico. Instancabile, si dedica a malati, bambini, poveri, prendendosi cura di corpi e anime.
Per sette anni è questa la sua vita. Che però viene bruscamente interrotta nel 2008 quando, tornato a casa per una breve vacanza, gli viene diagnosticato un tumore in fase avanzata. Malgrado le pressioni, don Lee riparte per il Sudan e continua a lavorare, sempre con il sorriso, fino alla fine. «Non sarò in grado di realizzare i miei sogni per Tonj — sono le sue ultime parole in ospedale — ma vi prego di portarli avanti». 
Un invito che non viene disatteso. E grazie a questo documentario — passato al festival di Berlino e premiato al Prix Italia — anche moltissimi non cattolici in Corea del Sud hanno conosciuto e apprezzato la figura del sacerdote, contribuendo a un piccolo miracolo per la Sudan Youth Education Foundation: le offerte sono aumentate in modo esponenziale. Oggi le scorte di medicine sono garantite, nuovi servizi sono in costruzione e i giovani possono scorgere un futuro di speranza. I semi sparsi da don Lee Tae-seok nella terra di Tonj stanno portando abbondanti frutti. (gaetano vallini)

(©L'Osservatore Romano – 15 dicembre 2011)

0 commenti: