occasione per parlare del suo straordinario libro La messa dell'uomo disarmato
«La memoria è il puntino impercettibile che salda il cerchio della vita e mi fa dire, come succo di queste storie di vecchio lunario: vivere, ne valeva la pena». Era la memoria il filo conduttore delle opere di don Luisito Bianchi, classe 1927, morto alla vigilia dell'Epifania, e divenuto famoso pochi anni fa per un romanzo che non è esagerato definire un capolavoro della narrativa italiana contemporanea, La messa dell'uomo disarmato, il maggiore racconto della lotta partigiana narrata dal punto di vista cristiano. E come romanzo della memoria, questa maestosa opera vuole essere in primo luogo un sincero rendimento di grazie a quanti contribuirono a rifondare l'Italia anche con il sacrificio della vita.
Allo stesso modo vuole essere un invito a interpretare la Resistenza in maniera decisamente originale, ovvero come una manifestazione, sia pure faticosa, della Parola: «Tutto – scrive Bianchi - doveva essere ascoltato. Una parola inesauribile richiede un ascolto incessante; e la parola era dappertutto, penetrava ovunque: nell'avvenimento, con la rapidità folgorante del lampo, nella tessitura dei gesti quotidiani, violenta come un terremoto o suadente come la brezza».
Circolato come ciclostilato tra gli amici del sacerdote, il libro viene pubblicato in un'edizione autofinanziata dai conoscenti nel 1985 e comincia a diffondersi sempre di più, divenendo presto un singolare caso letterario. Tuttavia, il romanzo viene rifiutato da diversi editori per l'eccessiva lunghezza, oltre mille pagine, ma molto più probabilmente perché quella lettura cristiana della Resistenza risulta poco ortodossa per la storiografia in auge. Tuttavia nel 2003 l'editore Sironi accetta questa scommessa e pubblica il volume. Vincendo la sfida, visto che La messa dell'uomo disarmato in questi anni ha conosciuto un enorme successo di pubblico, con numerose riedizioni.
Nato a Vescovato, ordinato sacerdote nel 1950, insegnate in seminario, missionario in Belgio, prete operaio ad Alessandria, inserviente ospedaliero, vice assistente nazionale delle Acli, don Bianchi da diversi anni era cappellano dell'abbazia di Viboldone a San Giuliano Milanese. All'opera pastorale – riconobbe di dovere la sua vocazione sacerdotale a don Primo Mazzolari - aveva accostato da decenni la passione per la saggistica e per la letteratura, occupandosi in particolare del mondo del lavoro, e approfondendo il tema della gratuità, che attraversa trasversalmente quasi tutte le sue opere, fin da quel Dialogo sulla gratuità pubblicato dalla Morcelliana nel 1975 per giungere all'ultimo lavoro Quando si pensa con i piedi e un cane ti taglia la strada edito nel 2010 dall'Ancora del Mediterraneo.
Ma è su La messa dell'uomo disarmato che voglio soffermarmi, un romanzo scritto splendidamente, con una prosa elegante, raffinata, d'altri tempi verrebbe da dire, ma mai retorica. «La guerra scoppiò quando il frumento cominciava ad avvolgersi della sua veste di grazia e le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza. Tutta la gente del paese doveva essere presente in piazza davanti al municipio, sul cui balcone il podestà aveva acceso la radio a tutto volume. Toni non c’era, e nemmeno il fabbro, il professore, l’arciprete e Rondine, il nostro martire. Io c’ero. Dovevo rappresentare anche mio padre; due erano troppi, ma uno era necessario, mi aveva detto».
È la primavera del 1940. Franco lascia il monastero benedettino in cui era novizio e torna alla cascina dei genitori, La Campanella. Ha preso la sua decisione: farà il contadino. L’Italia entra in guerra e Piero, suo fratello, è inviato come ufficiale medico in Grecia. Rientrerà pochi mesi dopo con i piedi semicongelati, mentre altri giovani partiranno per la campagna di Russia. Tutte le vicende sono affidate a Franco, voce narrante di una vicenda corale, che fa perno sulla Campanella per includere la vita dell’intero paese – mai nominato ma collocato nella piana padana – che diventa un concentrato microcosmico dell’Italia rurale di allora: i contadini e gli ambulanti, le operaie della filanda, un misterioso professore in odore di socialismo, il maresciallo dei carabinieri, il segretario del fascio, l’arciprete.
L’8 settembre 1943 segna un momento di svolta nella vita di tutti. L’occupazione nazista spinge a compiere delle scelte, per alcuni radicali. Sullo sfondo di una potente “poetica della terra”, don Bianchi dipinge un affresco epico del tempo, in cui la lotta partigiana viene raccontata come la somma di vicende individuali e in cui ogni cosa rientra in un disegno non casuale. Ecco allora emergere tra le montagne, rifugio di diverse bande partigiane, le storie di Lupo e di Balilla, di Piero e di Rondine, del Capitano e di Stalino, di Sbrinz. Loro e gli altri resistenti trovano aiuto concreto e sostegno spirituale nei monaci del monastero in cui Franco è stato novizio. L'abate, Dom Benedetto, segue in montagna le bande, disarmato, dilaniato da dubbi laceranti, ma mosso ancor più da un impellente sentimento di solidarietà. E così mette a rischio la sua vita pur di proteggere i partigiani che si sono affidati a lui. Anche Franco, e insieme con lui quanti sono rimasti alla Campanella e nel paese, faranno la loro parte. Nel racconto di don Bianchi, in parte autobiografico, la Storia con la s maiuscola si esalta nella piccola storia dei protagonisti più o meno noti, le cui vicende sono poi seguite fino a quando il senso di avvenimenti tanto grandi sarà finalmente a loro chiaro.
Romanzo di altissimo valore letterario e civile, La messa dell'uomo disarmato interroga la nostra più sincera umanità. «Ci sono romanzi – ha scritto Luigi Preziosi in una impeccabile monografia - che a tal punto si sedimentano nella coscienza di chi li legge che li si chiude solo con nostalgia, quasi rimpiangendo il mondo che, a lettura conclusa, si è costretti a lasciare, pur avvertendosene ancora come un prolungamento nel mondo reale: riemergono autonomamente di quando in quando brandelli di sensazioni provate durante la lettura, con la medesima autorevolezza di quelle provate in tante altre circostanze della vita reale. Sono esperienze di lettura spesso legate all'adolescenza o all'inesperienza nel leggere, e si è portati a pensare che la maturità di lettori, se affina lo spirito critico, indebolisca l'ingenuità del leggere che provoca emozioni così forti. La messa dell'uomo disarmato di Luisito Bianchi è tra queste rare storie che si vorrebbe non finissero mai, e che al tempo stesso restituiscono al leggere quel valore di passione che a volte si teme di aver smarrito».
Come un fiume in piena, scrive ancora Preziosi, «il racconto travolge il lettore con la sua ricchezza di storie e di figure, ambisce come pochi altri a riprodurre spezzoni di esistenze nella loro interezza e nella loro complessità, nell'inesauribile variare intrecciarsi perdersi e ritrovarsi degli incontri, nel tentativo di recuperare il senso di tanti avvenimenti che solo il decorso del tempo (a volte) chiarisce, nella consapevolezza dell'inananità dello sforzo di pervenire ad un'improbabile reductio ad unum che connetta nodi e dia significati».
Alcuni dei personaggi incontrati resteranno scolpiti nella memoria del lettore. Ed emergerà in particolare la resistenza dei cristiani, come esperienza estrema che mette in conflitto passione umana e fedeltà alla Parola. Anche se poi per tutti, credenti ciascuno a modo suo, il riconoscersi nell'unica fede significherà opporsi strenuamente all'iniquità, alla prevaricazione, alla violenza, riconoscendosi in un universale senso di giustizia pur nel temporaneo attenuarsi di altri ideali che non verranno tuttavia mai meno. E certo non verrà meno il desiderio di tramandare ai posteri il senso e il valore di quel resistere, pur nel dolore che ne è derivato, nella prospettiva della costruzione di un mondo nuovo. Una prospettiva secondo la quale la resistenza è vista, nonostante contraddizioni ed eccessi che pure non sono mancati, come atto d'amore.
«Ma la resistenza – scrive Preziosi - ha in Bianchi un ulteriore significato, quello di una pertinace ricerca della Parola anche quando questa è oscura o tace o pare non esistere, o peggio, non essere mai esistita. Ciò che tarda verrà, anche quando la stessa persistenza nella fedeltà ha il peso di un'abitudine di cui non si ritrova il senso, anche quando, nella stanchezza di silenzi che non hanno risposte, non si aspetta nessuno».
Dopo quanto detto, non posso che invitare alla lettura di questo libro, tanto grandioso quanto necessario. Certo che, una volta iniziata, non riuscirete a staccarvi dalle sue pagine. Come avvenuto a me.


2 commenti:
Emozionante dopo aver seguito Don Luisito attraverso i suoi scritti trovarmi al cospetto della bara contenete le sue spoglie. Difficile credere che tutto Don Luisito possa essere contenuto in uno spazio così angusto ed infatti è solo il corpo mortale che abbiamo salutato stamane nella "Sua" Basilica di Viboldone. Don Luisito è con noi nei suoi testi, nelle sue riflessioni, nei suoi insegnamenti ma soprattutto nel suo esempio. Per me, vescovatino come lui e, come lui, lontano dalla terra di origine il Dittico Vescovatino rimane, ovviamente col suo romanzo principe ambientato anch'esso in parte a Vescovato, il modo per riandare a tradizioni e linguaggi familiari così come la comune abitudine di pensare in dialetto. Dopo la lettura della "Messa dell'uomo disarmato" ho sentito l'esigenza di cominciare a "lavorare" sulla Parola pur se partendo da basi decisamente meno favorevoli delle sue ma sempre percependo che ogni passettino in avanti è pur sempre fonte di grande gioia. Ora so che ogni mattina prima della recita dell'Angelus avrò un amico in più da ricordare dal quale trarrò comunque più forza per sostenere la giornata. Da buon vescovatino discendente dai "giradur" dedicherò la 1001 miglia in bicicletta che partirà da Nerviano (MI) il 16/08/2012 ed è chiaro che in questa impresa, che lo voglia o meno!, dovrà sostenermi dall'alto. Ciao Don Luisito da Massimo Sartori
Grazie, Massimo, per la sua bella e sentita testimonianza.
Posta un commento