di Gaetano Vallini
La sua foto più celebre è probabilmente quella scattata il 15 agosto del 1947 durante la cerimonia dell’alzabandiera al Red Fort che sancì l’indipendenza dell’India dalla corona britannica. Ma la fama di Homai Vyarawalla — morta il 15 gennaio a 98 anni — resterà per sempre legata, oltre che alle sue immagini, alla sua stessa figura. É stata infatti la prima donna fotoreporter indiana, rimanendo l’unica professionista tra il 1939 e il 1970; un primato davvero significativo in un ambiente prettamente maschile. Coraggiosa e intraprendente, si dedicò alla fotografia giornalistica sfidando i pregiudizi culturali. Con la sua fotocamera ha documentato i fatti salienti della storia indiana negli anni cruciali della nascita e trasformazione del Paese in Stato indipendente, come la partenza dell’ultimo viceré, Lord Mountbatten, i funerali di Gandhi e di Nehru, il suo soggetto preferito.
Nata il 9 dicembre 1913 a Navsari da una famiglia di tradizione parsi, Vyarawalla fu mandata a studiare a Bombay, dove si diplomò alla Jamsetjee Jeejebhoy School of Art. Fu in quel periodo che si avvicinò alla fotografia, grazie a un lontano parente, Maneckshaw Jamshedji Vyarawalla, che più tardi sarebbe diventato suo marito. La passione si trasformò professione alla fine degli anni Trenta, quando alcuni suoi scatti vennero pubblicati dal «Bombay Chronicle». Iniziò quindi a lavorare come freelance. Ma la grande occasione giunse nel 1942, con la guerra, quando si trasferì a New Delhi per lavorare al Far Eastern Bureau of British Information Services, spostato in India dopo l’invasione giapponese di Singapore.
La maggior parte delle sue foto sono state pubblicate da «The Times of India» e «The Illustrated Weekly of India». Ma alcune sue immagini hanno trovato spazio su prestigiose riviste internazionali, come «Life» e «Time». Molti personaggi famosi sono stati da lei immortalati: Zhou Enlai, Ho Chi Minh, il Dalai Lama, la regina Elisabetta ii, i presidenti statunitensi Franklin Delano Roosevelt, Dwight Eisenhower e John Fitzgerald Kennedy con le rispettive first ladies.
Muoversi con disinvoltura in un mondo maschile non è stato semplice. «Solo molto, molto tempo dopo, dopo aver strappato troppi sari con altri fotografi che ci pestavano sopra, ho iniziato a indossare la salwar kamiz», spiegava. E la decisione di vestirsi in modo formale è stata tanto deliberata quanto quella di mantenere il distacco dai soggetti che fotografava. «Facevo sempre il mio lavoro e poi me ne andavo. Di fatto, molte volte non ho nemmeno salutato i miei soggetti. Sapevo di lavorare in un mondo maschile in una società ortodossa. Ho quindi sviluppato questo personaggio “severo”, di modo che nessuno potesse cogliere segnali sbagliati».
Homai Vyarawalla lasciò la professione nel 1973, dopo la morte del marito. Ma soprattutto quando capì che la sicurezza dei personaggi pubblici era diventata un ostacolo per i fotoreporter. Erano gli anni di Indira Gandhi. «Il personale della sicurezza — raccontò — trattava i fotografi con poco rispetto. Non volevo lavorare in un clima simile». Non solo. «I miei colleghi erano stati tutti gentiluomini — disse a «India Today» — ma le nuove leve non sapevano come comportarsi nell’alta società. Non volevo avere nulla a che fare con quella gentaglia».
Nel 2006 è stata pubblicata la monografia India in Focus: Camera Chronicles of Homai Vyarawala, che raccoglie gran parte del suo archivio, da lei donato alla Alkazi Foundation for the Arts. Lo scorso anno le venne assegnato il Padma Vibhushan, la seconda onorificenza del Paese.
Homai Vyarawalla è stata una grande fotografa; il suo racconto per immagini della marcia dell’India verso l’indipendenza ha avuto un forte impatto sulla gente. Ma ancor di più ha rappresentato un riferimento per le donne indiane impegnate a scardinare il maschilismo dalla tradizione, per liberarla da secoli di pregiudizi e costruire una società giusta.




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