<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845</id><updated>2012-02-01T15:00:07.719+01:00</updated><category term='Storia'/><category term='Shoah'/><category term='Cinema'/><category term='Varie'/><category term='Personaggi'/><category term='II Guerra Mondiale'/><category term='Calcio'/><category term='Musica'/><category term='Chiesa'/><category term='Fotografia'/><category term='Letteratura'/><category term='stalinismo'/><category term='Fascismo'/><category term='Nazismo'/><category term='Attualità'/><title type='text'>Camera con vista</title><subtitle type='html'>IL BLOG DI GAETANO VALLINI</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default?start-index=101&amp;max-results=100'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>325</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-7058982399520322371</id><published>2012-02-01T15:00:00.000+01:00</published><updated>2012-02-01T15:00:07.786+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Attualità'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Fotografia'/><title type='text'>Scatti in rosa per l’indipendenza</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-WocpXnhpLaw/TykEmwaiOkI/AAAAAAAABOI/kuKA9qoIVwk/s1600/HomaiVyarawalla_s-2.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="250" src="http://1.bp.blogspot.com/-WocpXnhpLaw/TykEmwaiOkI/AAAAAAAABOI/kuKA9qoIVwk/s320/HomaiVyarawalla_s-2.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;In un ambiente maschile e maschilista Homai Vyarawalla morta il 15 gennaio a 98 anni è stata la prima fotoreporter indiana&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;La sua foto più celebre è probabilmente quella scattata il 15 agosto del 1947 durante la cerimonia dell’alzabandiera al Red Fort che sancì l’indipendenza dell’India dalla corona britannica. Ma la fama di Homai Vyarawalla —  morta il 15 gennaio a 98 anni  —  resterà per sempre legata, oltre che alle sue immagini, alla sua stessa figura. É stata infatti la prima donna  fotoreporter indiana, rimanendo l’unica professionista tra il 1939 e il 1970; un primato davvero significativo in un ambiente prettamente maschile. Coraggiosa e intraprendente, si dedicò alla fotografia giornalistica sfidando i pregiudizi culturali. Con la sua fotocamera ha documentato i fatti salienti della storia indiana negli anni cruciali della nascita e trasformazione del Paese in Stato indipendente,  come  la partenza dell’ultimo viceré,  Lord Mountbatten, i funerali di Gandhi e  di Nehru, il suo soggetto preferito.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-dokSIXjqFfE/TykEnyypdpI/AAAAAAAABOc/f8PJMWPH1Mk/s1600/red+fort.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="299" src="http://4.bp.blogspot.com/-dokSIXjqFfE/TykEnyypdpI/AAAAAAAABOc/f8PJMWPH1Mk/s320/red+fort.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Nata il 9 dicembre 1913 a Navsari da una famiglia di tradizione parsi, Vyarawalla fu mandata a studiare a Bombay,  dove si diplomò alla Jamsetjee Jeejebhoy  School of Art. Fu in quel periodo che si avvicinò alla fotografia, grazie a un lontano parente, Maneckshaw Jamshedji Vyarawalla, che più tardi sarebbe diventato suo marito. La passione si trasformò professione alla fine degli anni Trenta, quando alcuni suoi scatti vennero pubblicati dal «Bombay Chronicle». Iniziò quindi a lavorare come freelance. Ma la grande occasione giunse  nel 1942, con la guerra, quando si trasferì a New Delhi per lavorare al Far Eastern Bureau of British Information Services, spostato in India dopo l’invasione giapponese di Singapore.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; La maggior parte delle sue foto sono state pubblicate da «The Times of India» e «The Illustrated Weekly of India». Ma alcune sue immagini hanno trovato spazio su prestigiose riviste internazionali, come «Life» e «Time». Molti personaggi famosi sono stati da lei immortalati: Zhou Enlai,   Ho Chi Minh, il Dalai Lama, la regina Elisabetta ii, i presidenti statunitensi Franklin Delano Roosevelt, Dwight Eisenhower e John Fitzgerald Kennedy con le rispettive first ladies.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-ZZTfU19ZyTo/TykEnaJd-ZI/AAAAAAAABOM/e5JFXJdzpvA/s1600/homai-vyarawalla-the-first-lady-of-indian-press-photography-06.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="202" src="http://2.bp.blogspot.com/-ZZTfU19ZyTo/TykEnaJd-ZI/AAAAAAAABOM/e5JFXJdzpvA/s320/homai-vyarawalla-the-first-lady-of-indian-press-photography-06.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Muoversi con disinvoltura in un mondo maschile non è stato semplice. «Solo molto, molto tempo dopo, dopo aver strappato troppi &lt;i&gt;sari&lt;/i&gt; con altri fotografi che ci pestavano sopra, ho iniziato a indossare la &lt;i&gt;salwar kamiz&lt;/i&gt;», spiegava. E la decisione di vestirsi in modo formale è stata tanto deliberata quanto quella di mantenere il distacco dai soggetti che fotografava. «Facevo sempre il mio lavoro e poi me ne andavo. Di fatto, molte volte non ho nemmeno salutato i miei soggetti. Sapevo di lavorare in un mondo maschile in una società ortodossa. Ho quindi sviluppato questo personaggio “severo”, di modo che nessuno potesse cogliere segnali sbagliati».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Homai Vyarawalla lasciò la professione nel 1973, dopo la morte del marito. Ma soprattutto quando capì che la sicurezza dei personaggi pubblici era diventata un ostacolo per i fotoreporter. Erano gli anni di Indira Gandhi. «Il personale della sicurezza — raccontò  — trattava i fotografi con poco rispetto. Non volevo lavorare in un clima simile». Non solo.  «I miei colleghi erano stati tutti gentiluomini — disse a «India Today» — ma le nuove leve non sapevano come comportarsi nell’alta società. Non volevo avere nulla a che fare con quella gentaglia».  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-zTZrtvhoHb4/TykEmuNyfyI/AAAAAAAABOE/Y8Q_eAovGEA/s1600/gimg_1263567.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="213" src="http://1.bp.blogspot.com/-zTZrtvhoHb4/TykEmuNyfyI/AAAAAAAABOE/Y8Q_eAovGEA/s320/gimg_1263567.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Nel 2006 è stata pubblicata la monografia  &lt;i&gt;India in Focus: Camera Chronicles of Homai Vyarawala&lt;/i&gt;, che raccoglie gran parte del suo archivio, da lei donato alla Alkazi Foundation for the Arts. Lo scorso anno le venne assegnato il Padma Vibhushan, la seconda onorificenza del Paese.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Homai Vyarawalla è stata una grande fotografa; il suo racconto per immagini della marcia dell’India verso l’indipendenza ha avuto un forte impatto sulla gente. Ma ancor di più ha rappresentato un riferimento per le donne indiane impegnate a  scardinare il maschilismo dalla tradizione, per liberarla  da secoli di pregiudizi e costruire una società  giusta.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-family: Arial, Tahoma, sans-serif;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;&lt;b&gt;(©L'Osservatore Romano – 2 febbraio 2012)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;  &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-7058982399520322371?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/7058982399520322371/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=7058982399520322371' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/7058982399520322371'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/7058982399520322371'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2012/02/scatti-in-rosa-per-lindipendenza.html' title='Scatti in rosa per l’indipendenza'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-WocpXnhpLaw/TykEmwaiOkI/AAAAAAAABOI/kuKA9qoIVwk/s72-c/HomaiVyarawalla_s-2.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-7203180963471977668</id><published>2012-01-28T14:36:00.000+01:00</published><updated>2012-01-28T14:36:32.067+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Shoah'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='II Guerra Mondiale'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia'/><title type='text'>Testimone volontario</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-9K7WogPoDgA/TyPNi0kImoI/AAAAAAAABNg/KdADQjr0XYI/s1600/961fad23467d99edc189849bcbc1acafe5ad961c.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://1.bp.blogspot.com/-9K7WogPoDgA/TyPNi0kImoI/AAAAAAAABNg/KdADQjr0XYI/s400/961fad23467d99edc189849bcbc1acafe5ad961c.jpg" width="260" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Storia del soldato britannico Denis Avey che entrò due volte ad Auschwitz per il «bisogno di sapere». &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Qualcuno dubita dell’autenticità&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;della storia raccontata&amp;nbsp;solo dopo oltre 60 anni dai fatti.&amp;nbsp;A crederci è però lo storico Gilbert &amp;nbsp;che ha scritto la prefazione del libro&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;È una storia particolare quella di Denis Avey, classe 1919, testimone volontario dell’orrore della Shoah. E si fa fatica a credere fino in fondo che sia davvero accaduta. Durante l’ultimo conflitto mondiale Avey vestiva la divisa dell’esercito di sua maestà britannica. In Egitto fu catturato dai tedeschi e portato  in un campo di prigionia vicino ad Auschwitz. Lì, «tormentato dal bisogno di sapere», di vedere per quanto possibile con i suoi occhi ciò che si intuiva, prese una decisione impensabile: sostituirsi a un detenuto ebreo che aveva conosciuto sul luogo del lavoro forzato che accomunava prigionieri di guerra e altri internati. Lo fece per due volte, indossando la casacca a righe con la stella gialla. Rimase nel famigerato lager solo per pochi giorni. Ma tanto gli bastò per osservare l’inferno.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Tornato libero avrebbe voluto testimoniare quanto visto, ma non ci riuscì; a guerra finita era più comodo celebrare l’eroismo piuttosto che interrogarsi sulle atrocità. «Nel 1945 nessuno aveva voluto ascoltarmi», dice oggi, a 93 anni, dopo aver deciso di scrivere le memorie di quell’incredibile avventura. Il libro è divenuto subito un bestseller in patria e in Italia — dove è uscito con il titolo &lt;i&gt;Auschwitz. Ero il numero 220543&lt;/i&gt; (Roma, Newton Compton, 2011, pagine 331, euro 9,90) — è già alla quindicesima edizione in due mesi, segno evidente della curiosità suscitata da una vicenda tanto inconsueta.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-4nPhoBb5oOk/TyPNjQ0NYKI/AAAAAAAABNo/wF-YHyIClJQ/s1600/article-1256719-08A64CAC000005DC-687_468x308.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="210" src="http://3.bp.blogspot.com/-4nPhoBb5oOk/TyPNjQ0NYKI/AAAAAAAABNo/wF-YHyIClJQ/s320/article-1256719-08A64CAC000005DC-687_468x308.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;L'incontro con il Premier Brown a Downing Strreet&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Il prologo del volume, scritto con il giornalista della Bbc Bob Broomby che lo aveva intervistato  per la tv rendendo così nota per la prima volta la vicenda dopo sessantacinque anni, è storia recente. Parla della visita che Avey ha fatto al numero 10 di  Downing Street il 22 gennaio 2010 su invito dell’allora premier Gordon Brown, colpito da quell’intervista, tanto da far inserire successivamente il nome di Denis Avey tra i ventisette inglesi  «eroi dell’Olocausto».  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Il racconto vero e proprio delle esperienze belliche è cronologico, iniziando dall’arruolamento volontario nel 1940, a 21 anni, nella 7ª Divisione britannica, i cosiddetti Desert Rats, e la successiva partenza a bordo di una nave dal porto di Liverpool. Da lì in poi c’è spazio per vicende di guerra più o meno ordinarie sul fronte africano, tra sanguinose battaglie e momenti di calma, tra atti eroici e paura. Fino alla cattura. Ed è da qui che i ricordi si fanno più drammatici, entrando nel vivo della tragedia della Shoah.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;È il 1943 e Avey viene mandato nel campo di prigionia E715, sette chilometri da Monowitz (noto come Auschwitz III). I soldati inglesi e gli ebrei lavoravano insieme alla costruzione di una fabbrica della ig Farben, il colosso della chimica che avrebbe prodotto una gomma sintetica indispensabile alla macchina da guerra nazista. Spartivano gli stenti, il peso di undici ore di fatica al giorno, ma non le vessazioni, le torture, le esecuzioni arbitrarie, che erano riservate solo a quegli uomini ombra con l’uniforme a righe e il volto terreo.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;«Molti di loro — ricorda l’anziano — ci imploravano, semmai fossimo riusciti a fare ritorno a casa, di raccontare al mondo ciò che avevamo visto. Gli uomini a righe sapevano bene quale fosse il destino in serbo per tutti loro. La prova era nel tanfo che usciva dai crematori. E sì che anche noi avevamo sentito le voci che giravano a proposito delle camere a gas e delle selezioni, ma io non potevo accontentarmi delle dicerie. Le parole “congettura” e “ipotesi” non appartengono al mio vocabolario. Se anche non avevo cognizione delle differenze tra un campo e l’altro, dovevo scoprire a tutti i costi cosa stesse trasformando quegli esseri umani in ombre».  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Fu così che l’anno successivo Denis Avey decise che non poteva restare lì senza sapere che cosa accadeva realmente dietro l’altro reticolato. «Con il trascorrere delle settimane — racconta — riuscii di tanto in tanto a scambiare qualche parola con Hans (un prigioniero ebreo, ndr), e nella mia mente prese forma l’idea di prendere il suo posto». Convinse Hans, ben lieto, nonostante il rischio mortale, di poter mangiare qualche pasto decente; studiò i movimenti di prigionieri e guardie, quindi agì, corrompendo qualche kapò. E mettendo volontariamente a rischio la propria vita.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-4lMdJX1Mq6k/TyPOaNMBveI/AAAAAAAABN8/QQvIr2Dexjo/s1600/denis-avey-soccer.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="230" src="http://4.bp.blogspot.com/-4lMdJX1Mq6k/TyPOaNMBveI/AAAAAAAABN8/QQvIr2Dexjo/s400/denis-avey-soccer.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Avey nella squadra di calcio dei prigionieri sudafricani ad Auschwitz&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ciò che vide non è differente da quanto testimoniato dagli ebrei sopravvissuti: il denso e ininterrotto fumo delle ciminiere dei forni crematori, i cadaveri ammassati, le brutali e immotivate violenze che non risparmiavano neppure i bambini, le terribili condizioni cui erano sottoposti i deportati. Nel ricordo c’è dunque tutto l’orrore di quella caduta nell’abisso della peggiore abiezione umana.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ma c’è chi mette in dubbio la veridicità della storia. Il «Daily Mail», insospettito da un così lungo silenzio, si è chiesto se Avey non si sia inventato tutto. Dalle pagine del giornale ex deportati e prigionieri, alcuni storici e rappresentanti di organizzazioni ebraiche mettono in dubbio il suo racconto sia perché è simile a quello già noto di un altro prigioniero all’E751, Charles Coward, sia per diverse incongruenze, come il passaggio sotto il cartello &lt;i&gt;Arbeit macht frei&lt;/i&gt; perchè questo era all’ingresso del campo Auschwitz i e non del iii dove Avey afferma di essersi introdotto. E soprattutto temono che  questa vicenda, oltre che un insulto alla memoria  delle vittime, possa fornire ulteriori motivi ai negazionisti. Eppoi resta il dato essenziale che non c’è nessuno oggi che possa confermare quei fatti.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Così come nessuno può avvalorare direttamente un’altra storia contenuta nel libro, meno straordinaria ma non meno significativa, anzi sicuramente meritoria visto che riguarda la salvezza di una vita umana. In quello stesso periodo Avey incontrò Ernst Lobenthal, ebreo tedesco che gli confidò  di avere una sorella rifugiata a Birmingham, chiedendogli  di farle avere sue notizie. L’inglese promise di farlo e riuscì in qualche modo a raggiungerla attraverso una lettera in codice inviata a sua madre. Quest’ultima contattò la sorella di Ern st e alcuni mesi dopo attraverso la Croce Rossa Avey ricette duecento pacchetti di sigarette. Un tesoro inestimabile nel campo, dove valevano più dell’oro.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Quelle sigarette, passate con non pochi rischi una stecca alla volta, furono essenziali per mantenere in vita Ernst ad Auschwitz. Non solo. Servirono anche a procurargli il paio di scarpe che gli permise di sopravvivere alla terribile marcia tra i ghiacci cui gli ebrei ancora vivi furono costretti dai tedeschi in fuga per evacuare il campo e che fece altre migliaia di vittime. Fu lo stesso Lobenthal a raccontare questa storia in un’intervista per la Shoah Foudation, sette anni prima della sua morte negli Stati Uniti nel 2002. Ma questa testimonianza non pare sufficiente per il riconoscimento di Avey come Giusto tra le Nazioni poiché, spiegano allo Yad Vashem, non c’è nessun altro sopravvissuto per confermare la storia.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;C’è tuttavia anche chi non meno autorevolmente ritiene credibile, e quindi veritiero, l’intero racconto. Come il noto storico Sir Martin Gilbert, il quale nella prefazione definisce il libro «di capitale importanza, perché ci riporta subito alla mente i pericoli che incombono sulla società quando intolleranza e razzismo riescono a mettere radici. Denis Avey ci avverte che fascismo e genocidio non sono scomparsi; anzi, come ha precisato, “potrebbero verificarsi anche qui”. E ciò potrebbe davvero succedere ovunque, e ogni volta che permettiamo alla civiltà di corrompersi, o di farsi rovinare dalla malvagità e dal desiderio di distruzione».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;b&gt;(©L'Osservatore Romano – 29 gennaio 2012)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;  &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-7203180963471977668?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/7203180963471977668/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=7203180963471977668' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/7203180963471977668'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/7203180963471977668'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2012/01/testimone-volontario.html' title='Testimone volontario'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-9K7WogPoDgA/TyPNi0kImoI/AAAAAAAABNg/KdADQjr0XYI/s72-c/961fad23467d99edc189849bcbc1acafe5ad961c.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-4740597509407929178</id><published>2012-01-27T08:57:00.000+01:00</published><updated>2012-01-27T08:57:28.847+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Shoah'/><title type='text'>Shoah: un giovane tedesco su 5 non sa cosa sia Auschwitz</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-n3olUf74Qpo/TyJRybYOOVI/AAAAAAAABNM/8YIPekkI8kw/s1600/treno_della_memoria.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="240" src="http://3.bp.blogspot.com/-n3olUf74Qpo/TyJRybYOOVI/AAAAAAAABNM/8YIPekkI8kw/s320/treno_della_memoria.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="border-bottom-width: 0px; border-color: initial; border-image: initial; border-left-width: 0px; border-right-width: 0px; border-style: initial; border-top-width: 0px; font-family: Arial, 'Trebuchet MS', sans-serif; line-height: 17px; list-style-type: none; outline-color: initial; outline-style: none; outline-width: initial; padding-bottom: 10px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-decoration: none;"&gt;(AGI) - Berlino, 25 gen. - Un giovane tedesco su cinque (21%) di eta' compresa tra 18 e 29 anni ignora cosa sia stato&amp;nbsp;&lt;span style="border-bottom-width: 0px; border-color: initial; border-image: initial; border-left-width: 0px; border-right-width: 0px; border-style: initial; border-top-width: 0px; list-style-type: none; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px; outline-color: initial; outline-style: none; outline-width: initial; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-decoration: none;"&gt;Auschwitz&lt;/span&gt;&lt;b style="border-bottom-width: 0px; border-color: initial; border-image: initial; border-left-width: 0px; border-right-width: 0px; border-style: initial; border-top-width: 0px; list-style-type: none; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px; outline-color: initial; outline-style: none; outline-width: initial; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-decoration: none;"&gt;.&lt;/b&gt;&amp;nbsp;Lo rivela un sondaggio del settimanale Stern in occasione della Giornata della Memoria, che si celebra venerdi' e che coincide con la liberazione del campo di sterminio nazista da parte dell'Armata Rossa. Anche sull'ubicazione del lager le conoscenze di molti tedeschi sono lacunose: il 31% non sa che si trova in Polonia.&lt;/div&gt;&lt;div style="border-bottom-width: 0px; border-color: initial; border-image: initial; border-left-width: 0px; border-right-width: 0px; border-style: initial; border-top-width: 0px; font-family: Arial, 'Trebuchet MS', sans-serif; line-height: 17px; list-style-type: none; outline-color: initial; outline-style: none; outline-width: initial; padding-bottom: 10px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-decoration: none;"&gt;Dal sondaggio emerge anche che il 43% non ha mai visitato uno dei luoghi in cui venne compiuto l'&lt;span style="border-bottom-width: 0px; border-color: initial; border-image: initial; border-left-width: 0px; border-right-width: 0px; border-style: initial; border-top-width: 0px; list-style-type: none; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px; outline-color: initial; outline-style: none; outline-width: initial; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-decoration: none;"&gt;Olocausto&lt;/span&gt;, con la percentuale che sale al 46% tra i tedeschi dell'ovest, mentre solo un tedesco dell'est su quattro (27%) non si e' mai recato di persona in uno di questi luoghi dell'orrore. Se nel 1994 una maggioranza del 53% riteneva che fosse ormai giunto il momento di chiudere definitivamente i conti con il capitolo piu' oscuro della storia tedesca, a volerlo oggi e' solo il 40%, con il 56% che ritiene necessario mantenere vivo questo ricordo.&lt;/div&gt;&lt;div style="border-bottom-width: 0px; border-color: initial; border-image: initial; border-left-width: 0px; border-right-width: 0px; border-style: initial; border-top-width: 0px; font-family: Arial, 'Trebuchet MS', sans-serif; line-height: 17px; list-style-type: none; outline-color: initial; outline-style: none; outline-width: initial; padding-bottom: 10px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-decoration: none;"&gt;Quasi due terzi dei tedeschi (65%) affermano poi che la Germania a causa del suo passato non ha responsabilita' verso altri popoli, con il 31% che manifesta un'opinione opposta. (AGI) .&lt;/div&gt;&lt;div style="border-bottom-width: 0px; border-color: initial; border-image: initial; border-left-width: 0px; border-right-width: 0px; border-style: initial; border-top-width: 0px; font-family: Arial, 'Trebuchet MS', sans-serif; line-height: 17px; list-style-type: none; outline-color: initial; outline-style: none; outline-width: initial; padding-bottom: 10px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-decoration: none;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size: large;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: large;"&gt;MEMORIA&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="font-size: x-large;"&gt;Una ferita&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="font-size: x-large;"&gt;sempre viva&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La memoria non può essere mai&amp;nbsp;considerata una conquista definitiva acquisita. Questo vale sia per&amp;nbsp;gli individui che per le masse. Gli&amp;nbsp;individui ai quali viene richiesto di&amp;nbsp;apprendere una mole sempre più&amp;nbsp;imponente di dati si difendono dal&amp;nbsp;pericolo della saturazione cancellando e rimuovendo i ricordi precedenti per fare spazio a quelli&amp;nbsp;successivi. Ciò comporta uno stimolo incessante ad aggiornarsi&amp;nbsp;sempre più velocemente, ma&amp;nbsp;espone al rischio di perdere il contatto con la consapevolezza del&amp;nbsp;proprio vissuto e della propria&amp;nbsp;identità. E soprattutto che si dissolva il rapporto con i valori e le&amp;nbsp;certezze sulle quali ognuno ha iniziato a costruire le fondamenta&amp;nbsp;della propria personalità. Da alcuni anni si ha l'impressione che sia&amp;nbsp;iniziata una nuova era nella quale&amp;nbsp;l'enorme quantità di dati da immagazzinare sta continuamente&amp;nbsp;mettendo alla prova la capacità&amp;nbsp;della mente umana di adattarsi a&amp;nbsp;situazioni nuove e a sopportare&amp;nbsp;carichi di lavoro che aumentano&amp;nbsp;in progressione geometrica. Ma&amp;nbsp;esistono argomenti che non tollerano alcuna forma&amp;nbsp;di immagazzinamento o di congelamento e che per&amp;nbsp;non scomparire devono&amp;nbsp;essere difesi attraverso un continuo processo di riflessione critica, di elaborazione libera e aperta,&amp;nbsp;di trasmissione e di insegnamento&amp;nbsp;verso le successive generazioni.&amp;nbsp;Uno di questo argomenti è la Shoah. Nel momento in cui la memoria della Shoah cessasse di essere&amp;nbsp;oggetto di studio, di ricerca e di&amp;nbsp;dibattito e la sua sopravvivenza&amp;nbsp;fosse affidata solo agli archivi storici e documentali significherebbe&amp;nbsp;che essendo diventata una materia inerte nessuna legge dello Stato avrebbe più il potere di mantenerla in vita.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;Renzo Gattegna&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="border-bottom-width: 0px; border-color: initial; border-image: initial; border-left-width: 0px; border-right-width: 0px; border-style: initial; border-top-width: 0px; list-style-type: none; outline-color: initial; outline-style: none; outline-width: initial; padding-bottom: 10px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;&lt;span style="font-family: Arial, 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span style="line-height: 17px;"&gt;pagine ebraiche - n. 2 - febbraio 2012&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-4740597509407929178?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/4740597509407929178/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=4740597509407929178' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4740597509407929178'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4740597509407929178'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2012/01/shoah-un-giovane-tedesco-su-5-non-sa.html' title='Shoah: un giovane tedesco su 5 non sa cosa sia Auschwitz'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-n3olUf74Qpo/TyJRybYOOVI/AAAAAAAABNM/8YIPekkI8kw/s72-c/treno_della_memoria.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-2870913371037763139</id><published>2012-01-26T08:47:00.001+01:00</published><updated>2012-01-26T08:52:43.790+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Shoah'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia'/><title type='text'>Ma chi erano gli ebrei nascosti dai religiosi?</title><content type='html'>&lt;h5 style="background-color: white; font-weight: normal; margin-bottom: 15px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px; text-align: left;"&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: small;"&gt;Rilancio un interessante e documentato articolo pubblicato su "L'Osservatore Romano" a firma di Grazia Loparco&lt;/span&gt;&lt;/h5&gt;&lt;h5 style="background-color: white; font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; font-weight: normal; margin-bottom: 15px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: large;"&gt;I nomi, gli indirizzi e le cifre per Roma e l’intero territorio italiano&lt;/span&gt;&lt;/h5&gt;&lt;div class="newsTitle" style="background-color: white; font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 18px; text-align: justify;"&gt;&lt;h1 style="line-height: normal; margin-bottom: 15px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: large;"&gt;Monsignori e personalità diverse si fecero portavoce di Pio XII e del sostituto Montini&lt;/span&gt;&lt;/h1&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;di&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; font-size: 12px; font-variant: small-caps; text-align: right;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; font-variant: small-caps; text-align: right;"&gt;Grazia Loparco&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;Dieci anni di ricerca sugli ebrei nascosti presso le case religiose hanno portato alla luce diversi elementi riferiti ai clandestini, braccati dai nazifascisti a Roma e in tutta Italia durante la seconda guerra mondiale, in particolare dal 16 ottobre 1943 al 1945. Oltre alla documentazione inedita, molti articoli, testimonianze, saggi, studi, deposizioni dei “soccorsi superstiti” in occasione dell’attribuzione del titolo di Giusto fra le Nazioni a coloro che rischiarono la vita, consegnano una miriade di frammenti informativi.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;L’Associazione culturale Coordinamento Storici Religiosi (vedi in rete: www.storicireligiosi.it) dal 2002 ha inteso ricostruire&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;img align="left" alt="Papa Pio XII" border="0" hspace="6" src="http://www.osservatoreromano.va/orportal-portlets-portal/detail/binaries/news/cultura/2012/020q12-ma-chi-erano-gli-ebrei-nascosti-dai-religio/020q05a.jpg" style="margin-bottom: 10px; margin-right: 10px; margin-top: 10px;" /&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;un mosaico un po’ più completo, iniziando da Roma. La capitale costituisce infatti un caso unico per diversi motivi, legati al numero degli ebrei residenti o arrivati in quegli anni in cerca di sicurezza (10.000-12.000), come pure all’elevato numero di case religiose, non di rado con la presenza di superiori generali o provinciali.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;Sono così individuati gli indirizzi e i nomi degli istituti religiosi maschili e femminili interessati alla vicenda e presenti a Roma, che si sono potuti sin qui appurare. Si tratta di più di 220 case su circa 750 totali presenti in quegli anni nella capitale. Non è escluso che emergano ancora altre informazioni significative sia su quelle che cooperarono a nascondere ebrei e altri clandestini, correndo i rischi ben noti, sia sulle motivazioni di quelle comunità che invece non si aprirono volutamente all’emergenza drammatica.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;È pure disponibile la bibliografia che concerne i diversi istituti, peraltro in continua evoluzione. Fermo restando che dalla ricerca si escludono per ora, per scelta metodologica, le parrocchie, le famiglie private, gli arcivescovadi, in questi anni ci ha accompagnato la domanda: oltre la capitale, in quante e quali località d’Italia furono nascosti ebrei da parte di religiosi e religiose? Si può tracciare una mappa per aree e regioni? Ci furono dei percorsi consolidati, delle traiettorie di spostamento nella ricerca della salvezza, verso la Svizzera, l’America, o semplicemente dalle città a località più isolate, o viceversa per entrare nell’anonimato? Quali furono i nodi e come funzionarono le reti di collegamento, sia in senso geografico, che istituzionale?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;Le congregazioni religiose avevano a riguardo il vantaggio di un governo centralizzato e di una notevole diffusione sul territorio nazionale. In diversi casi — tra cui quello degli orionini (recentemente ricordato per il titolo di Giusto attribuito a don Gaetano Piccinini il 23 giugno 2011 a Roma) — la struttura istituzionale si rivelò una chance per trasferire, accompagnare su mezzi pubblici e nascondere in altre sedi persone note a livello locale e ricercate. Non di rado si trattava di apprezzati professionisti o noti commercianti.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;Dopo aver identificato gli istituti religiosi rintracciati sulla base di documentazione certa, resta aperta l’altra domanda: ma chi erano realmente gli ebrei di cui si conosce non solo il nome, ma anche il cognome, a Roma e nelle altre sedi di cui si sa qualcosa? Diverse centinaia di nomi sono noti, alcuni elenchi sono pubblicati, ne appaiono continuamente qua e là, ma mancava un elenco unitario di quelli che sono stati accolti nelle case religiose.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;Beninteso, siamo pienamente coscienti che l’elenco resterà del tutto incompleto perché non è rimasto documentato il nome della maggioranza degli ebrei nascosti per breve o lungo tempo, per ovvi motivi. Molti di essi diedero un nome falso; molti religiosi — specialmente giovani e dunque gli unici ancora oggi intervistabili — neppure sapevano chi fossero gli ospiti apparsi all’improvviso; molti furono identificati con pseudonimi. Alcuni furono registrati nelle cronache o in elenchi segreti, subito o dopo qualche tempo. Altri, che restarono in contatto con i religiosi per lungo tempo dopo l’emergenza, sono conosciuti.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;Alcuni dopo decenni si sono decisi a testimoniare anche pubblicamente; altri sono tornati da soli o con le famiglie a rivedere le case, le soffitte, gli scantinati dove furono nascosti in mesi indimenticabili. Altri hanno scritto articoli, memorie, testimonianze. Per tante vie, dunque, un certo numero, ma sempre esigua minoranza, è uscita allo scoperto. Così qualcosa si può sapere. Si trattava di mettere insieme questi elementi, nella consapevolezza di rendere un servizio anche alla comunità ebraica, agli stessi clandestini di una volta che non raramente chiedono oggi se restano tracce della loro permanenza in una casa religiosa di cui ricordano vagamente il nome o l’ubicazione o un religioso o religiosa.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;Per questo si è appena pubblicato un contributo —&amp;nbsp;&lt;em&gt;Per carità e per giustizia. Il contributo degli istituti religiosi alla costruzione del welfare italiano&lt;/em&gt;, a cura di Tiziano Vecchiato (Padova, Fondazione Zancan, 2011, pagine 384) — che nomina sia gli ebrei nascosti presso le diverse congregazioni religiose a Roma, sia le città e i centri minori di cui resta qualche testimonianza sicura, con gli ebrei ivi soccorsi, sempre presso istituti religiosi maschili o femminili. Infine si elencano i religiosi e le religiose italiani o operanti in Italia cui è stato attribuito il titolo di Giusto fra le Nazioni, con l’indicazione della congregazione di appartenenza, anch’essi punta di iceberg, come gli ebrei riconosciuti.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;Per dare volto a vicende che accorciarono improvvisamente le distanze, rivoluzionarono diverse consuetudini, modificarono le vite e le coscienze, ancor più che gli orari e i numeri dei pasti da racimolare ogni giorno.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;I risultati dell’indagine riguardano almeno 134 centri accertati, città o paesi di varie dimensioni, soprattutto del nord e centro Italia, centinaia di istituti religiosi e diversi monasteri di clausura, sottoposti a una severa disciplina canonica. Tutto questo movimento e la serie di trasgressioni rispetto alle consuetudini religiose non potevano sfuggire alla Santa Sede, che al contrario si servì dei canali ordinari di comunicazione per favorire l’aiuto dei religiosi, fermo restando la prudenza raccomandata e osservata.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;La documentazione concernente Roma menziona diversi monsignori e ufficiali degli uffici vaticani, conferenzieri o cappellani di case religiose femminili, o personalità di spicco che si facevano portavoce del Papa e del Sostituto monsignor Giovanni Battista Montini, senza dimenticare iniziative autonome di superiori e superiore che non attesero alcuna indicazione per agire con prontezza secondo le urgenze e il buon senso.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;Fuori Roma, specie per i monasteri, occorse almeno la conferma esplicita dei vescovi, muniti di speciali facoltà, a quanto stava avvenendo. I processi decisionali dei religiosi, a volte il loro cambiamento in seguito a direttive che apparivano chiare, possono illustrare meglio la relazione tra congregazioni, Chiesa locale e Santa Sede.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;L’arrivo, la permanenza, le strategie di occultamento degli ebrei, le relazioni interpersonali e religiose sono abbastanza note, tuttavia dietro ogni nome c’è una storia, personale e familiare. Gli elenchi di singoli o di nuclei familiari, uniti o separati per sesso ed età e parentela, sono ben più che una catena di nomi. Più di 300 sono identificati fuori Roma e più di 600 nella capitale, alcuni solo per cognome per indicare l’intera famiglia, e dunque con un numero impreciso, ma sicuramente più elevato. Certamente si tratta di una percentuale, rispetto agli almeno 4.500 ebrei di cui resta memoria spesso non identificata, che furono nascosti in vario modo nelle comunità religiose di Roma.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;La valenza umana e sociale, motivata dalla carità cristiana a fondamento dei rischi da correre, rende ragione dell’inclusione di questo contributo nel volume che si inserisce nel concerto degli studi realizzati in occasione del centocinquantenario dell’Unità d’Italia.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;Il testo si articola in diversi aspetti che delineano come un sondaggio sulla presenza religiosa di cui molto poco è studiata la reale incidenza nel tessuto dell’Italia in costruzione: «Educare, soccorrere, curare. La funzione sociale delle Dorotee a Vicenza dagli anni Trenta del Novecento al secondo dopoguerra» (Albarosa Ines Bassani); «Educandati in Italia» (Giancarlo Rocca); «Oratori per la gioventù nell’Italia unita» (Luciano Caimi); «I convitti per operaie. Le colonie agricole» (Giovanni Gregorini); «L’assistenza domiciliare» (Luigi Nuovo, Giancarlo Rocca); «La “Protezione della giovane” e le congregazioni religiose nel Nord Italia» (Andrea Salini); «Le cucine economiche delle suore di Maria Bambina» (Marina Carmela Paloschi); «L’assistenza alle persone disabili tra Ottocento e Novecento: gli istituti religiosi si raccontano» (Michela Carrozzino); «Percorsi storici dell’assistenza e dell’educazione dei sordomuti nell’Italia unita» (Elisa Mazzella); «La protezione degli ebrei nelle case religiose italiane (1943-1945). Mappa, reti di salvataggio, nomi» (Grazia Loparco); «Il contributo degli istituti religiosi a sostegno dell’emigrazione umana» (Vincenzo Rosato); «Uno sguardo al presente» (Elisabetta Mandrioli); «Gli istituti religiosi nelle opere della Chiesa italiana» (Maria Bezze).&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;Resta da notare che, come altri contributi, anche quello sugli ebrei non è esaustivo nell’informazione, ma rimanda a un’indagine più ampia che merita di essere completata.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="signature" style="background-color: white; font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; font-size: 12px; font-variant: small-caps; height: 20px; line-height: 18px; text-align: right;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="datePublicationDetail" style="background-color: white; font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; font-size: 12px; line-height: 18px; text-align: justify;"&gt;&lt;b style="color: #323232; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: 14px; line-height: 11px;"&gt;(©L'Osservatore Romano – 25 gennaio 2012)&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-2870913371037763139?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/2870913371037763139/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=2870913371037763139' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/2870913371037763139'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/2870913371037763139'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2012/01/ma-chi-erano-gli-ebrei-nascosti-dai.html' title='Ma chi erano gli ebrei nascosti dai religiosi?'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-418621222544240339</id><published>2012-01-25T08:37:00.000+01:00</published><updated>2012-01-25T08:37:46.572+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Shoah'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Attualità'/><title type='text'>"Shoah" di Lanzmann per la prima volta su una tv pubblica del mondo islamico</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-Itl8k8dJZco/Tx-wuIR2FJI/AAAAAAAABNE/PEMve_ANsKA/s1600/5221471788_c9566ce95a_o.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://4.bp.blogspot.com/-Itl8k8dJZco/Tx-wuIR2FJI/AAAAAAAABNE/PEMve_ANsKA/s400/5221471788_c9566ce95a_o.jpg" width="271" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Il film sulla distruzione degli ebrei in Europa da domani in onda sulla televisione nazionale turca &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: black; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; line-height: 0.42cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Domani alla vigilia della Giornata della Memoria, il capolavoro del regista Claude Lanzmann &lt;i&gt;Shoah&lt;/i&gt; sarà diffuso per la prima volta in chiaro da una tv pubblica nel mondo islamico. L'importante iniziativa parte dalla televisione nazionale turca Trt che comincerà a mandare in onda, proseguendo per tutta la settimana, l'intero film documentario, uscito nel 1985, che in 9 ore racconta il genocidio degli ebrei d’Europa. L'iniziativa è promossa dal Progetto Aladin, un’organizzazione internazionale con sede a Parigi che gode del patrocinio dell’Unesco e opera per un avvicinamento tra mussulmani ed ebrei.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;La pellicola sarà sottotitolata in arabo, turco e farsi, la lingua che si parla nell'Iran negazionista del presidente Mahmud Ahmadinejad. E già nel marzo scorso la televisione di espressione persiana Pars Tv, con sede a Los Angeles, aveva trasmesso il film &lt;i&gt;Shoah&lt;/i&gt; su un canale satellitare suscitando l'ira del regime degli ayatollah.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Domani lo stesso Lanzmann sarà a Istanbul per partecipare all'evento e in contemporanea in alcune città del Medio Oriente ci saranno proiezioni pubbliche. A completare il progetto l'imminente pubblicazione del volume dell'opera di Lanzmann nelle stesse tre lingue.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Per chi voglia conoscere più approfonditamente i contenuti di &lt;i&gt;Shoah&lt;/i&gt;, rimando alla &lt;span style="color: red;"&gt;&lt;a href="http://gaetanovallini.blogspot.com/2008/09/soltanto-volti-e-voci-per-raccontare.html"&gt;recensione&lt;/a&gt;&lt;/span&gt; che scrissi nel settembre 2008 in occasione dell'uscita dei dvd in Italia.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-418621222544240339?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/418621222544240339/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=418621222544240339' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/418621222544240339'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/418621222544240339'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2012/01/shoah-di-lanzmann-per-la-prima-volta-su.html' title='&quot;Shoah&quot; di Lanzmann per la prima volta su una tv pubblica del mondo islamico'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-Itl8k8dJZco/Tx-wuIR2FJI/AAAAAAAABNE/PEMve_ANsKA/s72-c/5221471788_c9566ce95a_o.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-8991285346164306389</id><published>2012-01-20T16:00:00.005+01:00</published><updated>2012-01-21T08:43:15.845+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>Eastwood denuncia il volto ambiguo dell’America</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-tR2jCPXhEjg/TxlCoypw6qI/AAAAAAAABM8/5v4g0teAr0o/s1600/j-edgar-locandina-film.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://1.bp.blogspot.com/-tR2jCPXhEjg/TxlCoypw6qI/AAAAAAAABM8/5v4g0teAr0o/s400/j-edgar-locandina-film.jpg" width="280" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Maiuscola interpretazione di Leonardo DiCaprio in «J. Edgar»&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Il lato oscuro della forza, verrebbe da dire citando &lt;i&gt;Guerre stellari&lt;/i&gt;, riferendosi a John Edgar Hoover,  fondatore e per mezzo secolo temuto direttore del Federal Bureau of Investigation, la famosa Fbi. Ma probabilmente Clint Eastwood, dedicandogli un film impietoso nel mostrarne debolezze, vizi e contraddizioni,  vuole solo presentare il volto ambiguo dell’America.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Con&lt;i&gt; J. Edgar&lt;/i&gt; l’ultraottantenne regista, che più volte come attore ha incarnato la faccia più dura del suo Paese, oggi ne prende le distanze. Del resto l’ispettore Callaghan, per quanto spietato e violento, è lontano anni luce da Hoover, dal suo modo di intendere e di amministrare la giustizia,  e di usare il potere con il ricorso  alla menzogna, al cinico ricatto, al meschino sotterfugio, all’illegalità pur di far valere le proprie ragioni, giuste o sbagliate che siano. Nel suo cinema Eastwood  ha archiviato ogni accento giustizialista per una riflessione più pacata sul senso della giustizia, aprendo persino spiragli al perdono, ma sembra comunque apprezzare più la schiettezza di una 44 magnum  che la codardia di un dossier “confidenziale”.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Hoover, detentore di un potere via via sempre più ampio e senza controllo, non fece solo fare il grande balzo in avanti alle attività investigative di contrasto alla criminalità dotando l’ufficio di moderne apparecchiature, cosa peraltro meritoria, ma utilizzò tale potere per manovrare sotterraneamente la politica, per tenere in scacco — con i suoi fascicoli confidenziali — persino i presidenti degli Stati Uniti. Convinto di essere dalla parte giusta, combatté la sua guerra personale e indiscriminata non solo con i delinquenti, ma anche contro quanti ai suoi occhi costituivano una minaccia per il  Paese e per se stesso: comunisti, radicali, attivisti per i diritti civili, non risparmiando neppure Martin Luther King.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-r2yykpfKmZw/TxlCneaIvtI/AAAAAAAABMs/WSHZgfZmBFw/s1600/j-edgar-still03.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="171" src="http://1.bp.blogspot.com/-r2yykpfKmZw/TxlCneaIvtI/AAAAAAAABMs/WSHZgfZmBFw/s400/j-edgar-still03.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;È a questo Hoover che Leonardo DiCaprio dà vita attraverso un’interpretazione maiuscola anche, e forse soprattutto, quando recita con il pesante trucco dell’invecchiamento. Lo fa  seguendo le indicazioni di un copione che sceglie di raccontare non una biografia asettica, ma a partire da quella scritta dallo stesso Hoover, intrisa di bugie, di autoesaltazione, di omissioni; tutte mancanze che la sceneggiatura — giocata su continui flashback, con l’anziano direttore che si racconta — rende via via palesi, fino a smascherarle  nel finale, negando a esse  qualsiasi giustificazione  ideale e persino l’attenuante della buona fede.   &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-JYJSQneiAq8/TxlCn-npewI/AAAAAAAABMw/9sTa-xRyXZM/s1600/j_edgar_hoover_i1.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="213" src="http://3.bp.blogspot.com/-JYJSQneiAq8/TxlCn-npewI/AAAAAAAABMw/9sTa-xRyXZM/s320/j_edgar_hoover_i1.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Eastwood preferisce l’analisi psicologica alla ricostruzione cronologica, rinunciando così a molte vicende personali di Hoover non meno imbarazzanti di quelle raccontate. Ma le contraddizioni dell’uomo lo interessano di più, e attraverso queste vuole ricostruire i tratti salienti di una personalità duplice. Da una parte il giovane insicuro legato alla madre Annie (Judy Dench) da un rapporto di dipendenza, ambiguo quanto quello latentemente omosessuale con il suo più stretto collaboratore Clyde Tolson (Armie Hammer) e quello con la fidata segretaria Helen Gandy (Naomi Watson). Dall’altra l’impavido tutore dell’ordine che vive nel mito della sicurezza nazionale, sacrificando a essa la sua vita privata oltre che alcuni principi di legalità, e rimanendo egli stesso, sia pure diversamente, vittima della mastodontica macchina repressiva cui aveva dato vita.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Con &lt;i&gt;J. Edgar&lt;/i&gt; Eastwood si conferma regista di razza, realizzando un film di fattura classica, come nel suo stile, cupo nei toni, diretto nelle intenzioni, senza scappatoie consolatorie o assolutorie, che tuttavia non rende al meglio l’incrocio dell’introspezione psicologica con la sfera pubblica. Perché, con le sue lacune biografiche e i repentini salti temporali, non dà conto fino in fondo del potere effettivo di Hoover; un potere enorme esercitato sotto otto presidenti, i quali più che rispettarlo lo temevano. Ma di certo è apprezzabile l’intento di raccontare senza indulgenza il lato buio dell’America bastione di democrazia e faro di libertà.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b style="color: #323232; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;b style="color: #323232; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;(©L'Osservatore Romano – 21 gennaio 2012)&lt;/b&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;div style="text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;b style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;&lt;a href="http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%2FDetail&amp;amp;last=false=&amp;amp;path=/news/cultura/2012/017q12-Eastwood-denuncia-il-volto-ambiguo-dell-Ame.html&amp;amp;title=Eastwood%20reveals%20%20the%20ambiguous%20face%20of%20America&amp;amp;locale=en"&gt;English summary&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;a href="http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%2FDetail&amp;amp;last=false=&amp;amp;path=/news/cultura/2012/017q12-Eastwood-denuncia-il-volto-ambiguo-dell-Ame.html&amp;amp;title=Eastwood%20denuncia%20la%20cara%20ambigua%20de%20Am%C3%A9rica&amp;amp;locale=es" style="text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;&lt;b&gt;Resumen en español&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.blogger.com/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span id="goog_702092792"&gt;&lt;/span&gt;&lt;span id="goog_702092793"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-8991285346164306389?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/8991285346164306389/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=8991285346164306389' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/8991285346164306389'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/8991285346164306389'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2012/01/eastwood-denuncia-il-volto-ambiguo.html' title='Eastwood denuncia il volto ambiguo dell’America'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-tR2jCPXhEjg/TxlCoypw6qI/AAAAAAAABM8/5v4g0teAr0o/s72-c/j-edgar-locandina-film.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-3377770210378460175</id><published>2012-01-16T13:58:00.005+01:00</published><updated>2012-01-22T17:38:59.470+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Shoah'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Chiesa'/><title type='text'>Pio XII e gli ebrei</title><content type='html'>&lt;div class="newsTitle" style="background-color: white;"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;span id="goog_514375013"&gt;&lt;/span&gt;&lt;span id="goog_514375014"&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.blogger.com/"&gt;&lt;/a&gt;Nel numero di gennaio di «Inside the Vatican», il magazine fondato e diretto da Robert Moynihan, viene pubblicato un lungo e interessante articolo di William Doino Jr. intitolato&lt;i&gt; Pope Pius XII: Friend and Rescuer of Jews&lt;/i&gt;, che risponde alle accuse contro papa Pacelli per i suoi presunti silenzi di fronte alla Shoah. &lt;br /&gt;Ecco il testo originale, con una introduzione del direttore e, in chiusura, la ripresa fatta da&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;span style="background-color: white; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;«&lt;/span&gt;&lt;span style="background-color: white; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;L'Osservatore Romano&lt;/span&gt;&lt;span style="background-color: white; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;»&lt;/span&gt;&lt;span style="background-color: white; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;h1 style="margin-bottom: 15px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/h1&gt;&lt;h1 style="margin-bottom: 15px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;&lt;div style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; font-weight: normal; line-height: normal; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;span style="color: blue; font-size: x-large;"&gt;Pope Pius XII: Friend and Rescuer of Jews&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="color: #411f0b; font-family: Arial, Tahoma, Verdana; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;span style="font-size: x-large;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family: 'Helvetica Neue', Arial, Helvetica, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;i&gt;The astonishing, almost unknown story of hundreds of Jewish refugees, shipwrecked in the Aegean Sea, who turned to Pope Pius XII for help&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/h1&gt;&lt;h1 style="margin-bottom: 15px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;By William Doino, Jr.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;em&gt;Inside the Vatican, January, 2012, pp. 10-18&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Editorial Note:&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;There has been no major figure of the World War II period (1939-1945) more inaccurately depicted than Eugenio Pacelli — Pope Pius XII (1939-1958).&amp;nbsp;Perhaps the worst of these attacks come from a provocative 1960s play, and a 1990s book which claimed to be scholarly.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;The first is Rolf Hochhuth’s stage drama,&amp;nbsp;&lt;em&gt;The Deputy&lt;/em&gt;&amp;nbsp;(1963), which presented Pius as a cold, heartless bureaucrat, standing aloof from the horrors of the Holocaust, as he engaged in secret business dealings to enrich the Church. After creating a brief sensation,&amp;nbsp;&lt;em&gt;The Deputy&lt;/em&gt;&amp;nbsp;was revealed to be a pure piece of propaganda — as contrived and inaccurate as the anti-Catholic fabrications once put out by the Nazis themselves.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;The second assault on Pius’s character was John Cornwell’s&amp;nbsp;&lt;em&gt;Hitler’s Pope&lt;/em&gt;&amp;nbsp;(1999), a purported work of scholarship, but, as respected historians showed, clearly a compendium of inaccuracies and prejudices. Cornwell argued that Pacelli assisted Hitler’s consolidation of power, and then, once the Holocaust began, failed to adequately resist it. Both primary archives and first-hand witnesses have demolished Cornwell’s thesis; and even Cornwell himself has corrected some of his most outrageous judgments. But the misconceptions of that book, like those of&amp;nbsp;&lt;em&gt;The Deputy&lt;/em&gt;, continue to resonate with a media little interested in historical truth, particularly when it involves the papacy.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;The result has been a grave historical injustice: over and over, Pius XII has been presented to the general public as the most reprehensible Churchman imaginable—the Pope who remained silent during the genocide, or who actually colluded with the Nazis in the deaths of millions of Jews. Outstanding scholars— and many others of good will— know how untrue these allegations are; and the facts about Pius XII’s impressive record are reaching more people all the time. But the truth is that there is still widespread bias against Pius, and it will take considerable time to reverse and correct it.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;We will not try to explain why Pius XII has been maligned for more than 50 years; that is a story requiring its own review— one that examines our age’s abysmal prejudice against Catholicism. We simply state this essential fact: more than 50 years of painstaking research, much of it by Jewish scholars, has repudiated every main charge against him, and proved him a singularly dedicated rescuer of Jews.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Last month, this magazine made the case that the almost irrational campaign against Pius was continuing, even in the face of massive evidence against it. This month we offer one clear, compelling example of Pius XII at work to embrace and care for Jews. The example we give has been partially known ever since&amp;nbsp;&lt;em&gt;Inside the Vatican&lt;/em&gt;&amp;nbsp;published a newsflash about it in 2006, with commentary by William Doino, a highly-regarded Pius specialist (&lt;em&gt;see pp. 17-18&lt;/em&gt;). That story received wide attention, much praise, some criticism, and, appropriately, requests for additional evidence. Now, after considerably more research, we present the full story behind the original newsflash. It is now a testimony with ample documentation, which we believe every fair-minded reader will find extraordinary. If ever a story deserved to be heard, bearing upon Pius XII’s conduct and character, and his true attitude toward the Jewish people, this is it. —&lt;strong&gt;&lt;em&gt;­ Robert Moynihan, The Editor&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;strong&gt;===================&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;em&gt;[Here below is the text of the article by William Doino, Jr.]&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: left;"&gt;&lt;em&gt;“And now, my Jewish friend, go with the protection of the Lord, and never forget, you must always be proud to be a Jew!”&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;The words are striking, and unforgettable. They serve as a comfort to anyone who has ever been the victim of anti-Semitism, and at the same time, a rebuke to those who’ve sanctioned it. They were spoken to a young Jewish refugee, in the fall of 1941, after he had just fled Nazi and fascist persecution, and was in desperate need of help. The man who spoke them-loudly, clearly, and in German, to a crowd filled largely with German soldiers— was none other than the Vicar of Christ himself.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;The story of how Pope Pius XII embraced this young Jewish refugee — and what he said and did for him — is one of the most inspiring acts of the Second World War, but one that — amazingly — remains largely unknown. The dramatic encounter was first recorded by the young Jewish man himself, in an anonymous article entitled, “A Papal Audience in Wartime,” for the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Palestine Post&lt;/em&gt;&amp;nbsp;(today’s&amp;nbsp;&lt;em&gt;Jerusalem Post&lt;/em&gt;), on April 28, 1944, nearly three years after it took place; expanded upon in that same man’s subsequent German memoir (published in Israel at the end of the War) (1); and again in an English version, entitled,&amp;nbsp;&lt;em&gt;Long Journey Home&lt;/em&gt;, produced in 1966, which was apparently offered to major publishers but never — evidently — actually published. (2) The latter memoir is now stored in two prestigious historical institutions — the Leo Baeck Institute in New York (&lt;em&gt;www.lbi.org&lt;/em&gt;), which makes it available in digitized form online, and the Wisconsin Historical Society (&lt;em&gt;www.wisconsinhistory.org&lt;/em&gt;). It is upon these sources, and separate corroborating documents, that this account is based.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;em&gt;&lt;strong&gt;The Witness of Howard “Heinz” Wisla&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="wp-caption alignleft" id="attachment_576" style="background-attachment: initial; background-clip: initial; background-image: initial; background-origin: initial; border-bottom-color: rgb(221, 221, 221); border-bottom-style: solid; border-bottom-width: 1px; border-image: initial; border-left-color: rgb(221, 221, 221); border-left-style: solid; border-left-width: 1px; border-right-color: rgb(221, 221, 221); border-right-style: solid; border-right-width: 1px; border-top-color: rgb(221, 221, 221); border-top-style: solid; border-top-width: 1px; float: left; font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; margin-top: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 1px; padding-right: 0px; padding-top: 5px; text-align: center; width: 160px;"&gt;&lt;a href="http://moynihanreport.itvworking.com/wp-content/uploads/2012/01/wisla1.jpg"&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;img alt="" class="size-thumbnail wp-image-576" height="150" src="http://moynihanreport.itvworking.com/wp-content/uploads/2012/01/wisla1-150x150.jpg" style="border-bottom-style: none; border-color: initial; border-image: initial; border-left-style: none; border-right-style: none; border-top-style: none; border-width: initial;" title="wisla" width="150" /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="wp-caption-text" style="font-size: 11px; line-height: 12px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;Heinz Wisla, Berlin, Germany, (undated, but likely c. 1940, at age 20)&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;The name of our hero — the Jewish refugee who met Pius XII — is Howard Heinz Wisla, known simply as “Heinz” during his early years in Germany. Five years ago, when ITV promoted the aforementioned&lt;em&gt;Palestine Post&lt;/em&gt;&amp;nbsp;testimony in our newsflash, we did not know the man’s name, since the article was signed simply “Refugee.” But, thanks to his largely forgotten memoir, we now know what it is — and much more.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Born in Germany in 1920, Heinz Wisla seemed destined for a normal life, attending the universities of Berlin and Cambridge, majoring in languages, journalism and literature. With anti-Semitism rife at the time, however, life was a challenge for any European Jew, especially one living in Germany. Bravely remaining there, even after Hitler obtained power in 1933, Wisla’s fortunes changed radically as Hitler’s persecutions increased. In 1940, the Gestapo arrested Wisla, and threw him into the Sachsenhausen concentration camp (in Oranienburg, just north of Berlin), where hundreds of thousands were interned, and tens of thousands perished. Torture, starvation and summary executions were daily occurrences, an experience Wisla later described as an unrelenting “nightmare.” His life was saved only because his father, a decorated veteran of the Great War, reached out to his military friends, who were able to successfully intervene for his son.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Emaciated, and near the point of death, Heinz was released on condition he never speak of Sachsenhausen again, lest he be seized and executed, and that he leave Germany at once. As soon as he was physically able, he did so, though his parents and younger brother were not permitted to go with him: they remained behind, consigned to a forced labor factory, awaiting their own uncertain future.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Once outside the Reich, Wisla sought to escape Europe entirely, praying his family would survive, and trusting he would reunite with them later, after the terror passed.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;A break came when he found out about the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Pentcho&lt;/em&gt;, a clandestine steamer preparing to transport 500 Jewish refugees from Slovakia to Palestine. Through grit and good fortune, Heinz was able to secure a spot on board, believing it his ticket to freedom. His joy was shared by fellow passengers, who boarded the vessel singing the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Hatikvah&lt;/em&gt;&amp;nbsp;(“the Hope”), now the national anthem of Israel:&lt;/div&gt;&lt;blockquote style="background-attachment: initial; background-clip: initial; background-image: initial; background-origin: initial; border-bottom-color: rgb(213, 202, 189); border-bottom-style: solid; border-bottom-width: 1px; border-image: initial; border-left-color: rgb(213, 202, 189); border-left-style: solid; border-left-width: 1px; border-right-color: rgb(213, 202, 189); border-right-style: solid; border-right-width: 1px; border-top-color: rgb(213, 202, 189); border-top-style: solid; border-top-width: 1px; font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; margin-bottom: 15px; margin-left: 15px; margin-right: 15px; margin-top: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 15px; padding-right: 20px; padding-top: 10px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 90px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;As long as in the heart, within,&lt;br /&gt;A Jewish soul still yearns,&lt;br /&gt;And onward, towards the ends of the east,&lt;br /&gt;An eye still gazes toward Zion…&lt;/div&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;The&amp;nbsp;&lt;em&gt;Pentcho&lt;/em&gt;&amp;nbsp;left Bratislava in the middle of 1940,&amp;nbsp;&lt;em&gt;en route&lt;/em&gt;&amp;nbsp;to the ancient Jewish homeland. But what should have taken a month, and been a liberating journey, became a harrowing trial of hardship and despair. Neither the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Pentcho&lt;/em&gt;, nor its passengers, were prepared for anything like what occurred on sea.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Their harrowing story is recounted in John Bierman’s remarkable book,&amp;nbsp;&lt;em&gt;Odyssey&lt;/em&gt;&amp;nbsp;(1984), which sheds further light on Wisla’s testimony.&lt;/div&gt;&lt;blockquote style="background-attachment: initial; background-clip: initial; background-image: initial; background-origin: initial; border-bottom-color: rgb(213, 202, 189); border-bottom-style: solid; border-bottom-width: 1px; border-image: initial; border-left-color: rgb(213, 202, 189); border-left-style: solid; border-left-width: 1px; border-right-color: rgb(213, 202, 189); border-right-style: solid; border-right-width: 1px; border-top-color: rgb(213, 202, 189); border-top-style: solid; border-top-width: 1px; font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; margin-bottom: 15px; margin-left: 15px; margin-right: 15px; margin-top: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 15px; padding-right: 20px; padding-top: 10px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;Historian Milton Meltzer summarizes the ship’s ordeal:&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;“Down the Danube they sailed on the rickety, leaking boat, past one country after another which refused to let them come in for food and water. After weeks aboard, the refugees were filthy and starving. Many jumped overboard to swim ashore, but they were forced back.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;“It took almost five months to reach the Black Sea. With no lifeboats, no life preservers and no radio, the ship began a wild, aimless journey among the Greek islands.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;“Then one day the boiler exploded, and the engine stopped. Bunk sheets were gathered, and the women sewed them up into sails.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;“A storm drove the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Pentcho&lt;/em&gt;&amp;nbsp;onto the rocks of an uninhabited island in the Aegean Sea. The passengers managed to scramble ashore and watched the ship break into pieces and sink. Scouring the island for food, they could find no birds, no animals and no fresh water.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;“Eleven terrible days passed. Then an Italian warship rescued them, only to put them into a concentration camp on the island of Rhodes.”(3)&lt;/div&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Unlike the notorious camps run by Germany, the one at Rhodes wasn’t designed for death, and most of the local Italians treated the internees well. But they were still in a fascist camp, with restrictions; and because of an Allied blockade of this Axis-controlled island, food, medicine and other basic goods barely got through. The result was hunger, fever, disease and — tragically — death. Despite the best efforts of the Italian doctors on hand, a number of the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Pentcho&lt;/em&gt;&amp;nbsp;refugees perished; and many of the rest awaited an identical fate. As their isolation and agony increased, the internees sent open telegrams to the world’s leaders, hoping they would respond favorably.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Occasionally, rumors of a rescue would arise, only to quickly dissipate. Four of the male internees tried to flee Rhodes, for nearby Turkey, but two were immediately accosted, and the other two drowned. The internees felt doomed, virtually without hope.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;What happened next is crucial to understanding the evils of anti-Semitism, and how Pius XII reacted to them. &amp;nbsp;In the summer of 1941, Wisla — suddenly and unexpectedly — received news that relatives had secured a special transit visa for him, enabling him to escape detention at Rhodes, and travel to Rome. Elated, but sorrowful to leave his fellow Jews behind, Wisla bid an emotional farewell to them, promising he would do “everything possible” to save them, once he arrived in Rome.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Wisla Keeps His Promise&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Having immediately taken to Rome and its people, Heinz soon found allies for his mission. A kindly German priest arranged for Heinz to meet Pius XII at one of his special audiences, allowing for a direct appeal to the Pope for the imprisoned shipwrecked refugees, back at Rhodes. When the dramatic moment came, Wisla was part of a large gathering, including many German soldiers passing by, and the last to approach the pontiff. Noticing how shy and anxious the young man was, the Pope immediately put Heinz at ease. The exchange that followed brought forth Pius XII’s compassion, and full awareness of what it meant to be Jewish at that time, in a world overcome by hatred. The language used by the Pope is important, for it speaks directly to Pius XII’s love for his fellow human beings —God’s children, as he saw them — without distinction of race, color or creed.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;That love has often been questioned, particularly by those ready to believe the worst about the Roman pontiffs. Academic authors Nicholas Atkin and Frank Tallett, for example, assert that Pius XII had “a predisposition to a traditional anti-Semitism which clouded his judgment.” (4) But Wisla’s first-hand testimony shows the exact opposite to be the case. After Heinz told the Pope who he was, and what he believed could be accomplished, through papal intervention, Wisla recorded Pius XII’s extraordinary response:&lt;/div&gt;&lt;blockquote style="background-attachment: initial; background-clip: initial; background-image: initial; background-origin: initial; border-bottom-color: rgb(213, 202, 189); border-bottom-style: solid; border-bottom-width: 1px; border-image: initial; border-left-color: rgb(213, 202, 189); border-left-style: solid; border-left-width: 1px; border-right-color: rgb(213, 202, 189); border-right-style: solid; border-right-width: 1px; border-top-color: rgb(213, 202, 189); border-top-style: solid; border-top-width: 1px; font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; margin-bottom: 15px; margin-left: 15px; margin-right: 15px; margin-top: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 15px; padding-right: 20px; padding-top: 10px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;“Then Pope Pius XII said: ‘You have done well, my Jewish friend, to come to me and tell me what has happened down there in the Italian islands. I have heard about it before. Will you come back, my son, in a few days with a written report and give it to my Secretary of State who is dealing with this particular refugee problem? But now to you, my young friend. You are Jewish. I know what that means in these times we live in. I do hope that you will always be proud to be a Jew!&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;“And then the Pope raised his voice so that everybody in the room could hear it even more clearly: ‘My son, whether you are worthier than others, only the Lord knows, but believe me, you are at least as worthy as any other human being on our earth before the Lord. And now, my Jewish friend, go with the protection of the Lord Almighty, and never forget: Be always proud to be a Jew.”(5)&lt;/div&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;A more heartfelt and eloquent repudiation of anti-Semitism could hardly be imagined; and that it was done in front of German officers during the Holocaust makes it all the more significant. What is particularly striking, from a historical and theological perspective, is Pius XII’s unqualified assertion of the equality of Jews and Christians — a correction to the centuries-old “teaching of contempt,” which led so many Christians to think themselves superior to Jews, and abuse them relentlessly.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Following Pius XII’s encouragement, Wisla followed through with a report to the papal Secretariat of State, and was not disappointed. A short time later, in the winter of 1941-1942, he wrote excitedly of “some good news, too. Owing to the personal intervention of Pope Pius XII, a Red Cross ship has picked up the starving 500 refugees from the internment camp on the isle of Rhodes and brought them safely to the Italian mainland. Here they are now being placed in a comfortable internment camp in southern Italy” — the Ferramonti di Tarsia camp, near Cosenza, in the region of Calabria — and “the Vatican issued directions to the Italian Government to treat my former comrades there with special care.”(6)&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;The importance of this intervention cannot be overstated, for if the shipwrecked Jews at Rhodes had not been transferred to the humane camp at Ferramonti in 1942, they would have either starved or suffered the same fate of the island’s indigenous Jews two years later.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;As Yad Vashem’s Holocaust center notes: “The Allies invaded Italy in September 1943; just days later the German army occupied Rhodes. In June 1944 Anton Burger, one of Adolf Eichmann’s assistants, arrived in Rhodes to supervise the deportation of the island’s Jews. The Jews were ordered to appear at various assembly centers by mid-July.&amp;nbsp;On July 20, the Jewish males were arrested (only a few avoided arrest and joined the partisans). Accompanied by their wives and children, the prisoners were sent to Athens, and then on to Auschwitz. Upon arrival, 400 of the 1,800 Jews were chosen for hard labor, the rest were executed immediately. Only 150 survived the War.”(7)&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Equally remarkable is that the Holy See went out of its way to help Wisla get to Spain (from whence he would travel to Portugal, then out of Europe altogether), as he learned from the Spanish Consulate in Rome: “Obviously, when I called on Pope Pius XII and later presented my memorandum to his minister of state, I must have told them about my visa difficulties. They must have instructed their Nuncius in Madrid to intervene on my behalf, who then did just that successfully.” (8)&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;How Wisla survived over the next several years, moving from one location to the next, often underground as a black marketer, and even spy, are stories all unto themselves — detailed in the rest of his memoir — but we limit ourselves here to the narrative related above.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;In early 1944, Heinz, still in Portugal, finally received an official British mandate permit to enter Palestine. Thanks to the persistence and generosity of his friend Wilfrid Israel — a little-known but heroic businessman who helped many persecuted Jews flee wartime Europe (9) — Wisla was able to board the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Nyassa&lt;/em&gt;, a famous refugee ship, which reached Haifa (now the largest city in northern Israel) in February of that year.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;One can only imagine the ex­hilaration Wisla felt when he at last reached the Promised Land, but his joy was tempered by tragedy: in the summer of 1943, his last letters to his parents and brother in Berlin were returned, stamped “&lt;em&gt;Addressat Unbekannt&lt;/em&gt;” (Address Un­known). Neighbors then wrote Heinz to tell him the heartbreaking news: his family had been “sent to the East.” Knowing what that invariably meant — death in the Nazi extermination camps in Poland — Wisla found himself in a state of shock, and spent days walking alone on the beaches of Portugal, trying to heal from the pain. Now, in his new home of Palestine, his recovery continued, as he tried to build a new life.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;With all this going on, it is astonishing that Heinz made it a point to set down in writing, and just a few months after reaching the Holy Land, his gratitude to Pius XII in his&amp;nbsp;&lt;em&gt;Palestine Post&lt;/em&gt;&amp;nbsp;testimony. Whether it was his decision, or an editor’s, to sign the piece as “Refugee,” is unknown — but it is a beautiful recollection, and one that deserves recognition in any discussion of Pius XII.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;According to US government records, Howard Heinz Wisla (he apparently Anglicized his name after emigrating to America) passed away in 2004, after becoming a sales manager. Were his account the only testimony of Pius XII’s goodness, some might doubt it. But there is additional evidence which confirms essential elements of his narrative.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;In his aforementioned book,&amp;nbsp;&lt;em&gt;Odyssey&lt;/em&gt;, John Bierman mentions Wisla in passing, but documents his audience with the Pope:&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;“One internee who did leave Rhodes at about this time [1941] was an Austrian [actually, he was German] named Heinz Wisla. Having acquired a Portuguese visa, he was allowed to leave for Lisbon via Rome. Before he left, the governing committee drew up a petition which he promised he would try to present to the Pope.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;“In a letter to Rhodes from Lisbon some weeks later, Wisla reported that he had taken the petition to the Vatican, where he was granted an audience with Pius XII.”&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Bierman then quotes Wisla, describing Pius XII’s welcome reception: “After the Pope had blessed them [the audience] I was able to present the petition.&amp;nbsp;&lt;em&gt;He promised to do what he could&lt;/em&gt;.’” (emphasis added) (10)&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Even earlier than Bierman, Perez Leshem, writing about Rescue efforts during the War, for the 1969&amp;nbsp;&lt;em&gt;Leo Baeck Yearbook&lt;/em&gt;, mentions Wisla’s 1945 German memoir: “Wisla later wrote a book on his experiences as a refugee and his emigration on the SS&amp;nbsp;&lt;em&gt;Nyassa&lt;/em&gt;&amp;nbsp;[under the pen name] Ben-Zwi Kalischer (Heinz Wisla),&amp;nbsp;&lt;em&gt;Vom Konzentrationslager nach Palaestina Flucht durch die halbe Welt&lt;/em&gt;&amp;nbsp;[&lt;em&gt;From Concentration Camp to Palestine: Flight Halfway Around the World&lt;/em&gt;](11); and in 2002, the Italian anthology,&amp;nbsp;&lt;em&gt;L’ombra lunga dell’esilio: ebraismo e memoria&lt;/em&gt;&amp;nbsp;[“The Long Shadow of Exile: Judaism and Memory”] published an essay by Klaus Voigt, on the writings of Jewish refugees, which comments:&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;“The book by Heinz Wisla,&amp;nbsp;&lt;em&gt;From Concentration Camp to Palestine: Flight Halfway Around the World&lt;/em&gt;, is worthy of mention above all for the description of the audience granted to the author by Pius XII. Except for the description of the situation of the concentration camp of Sachsenhausen, the text has conserved elements characteristic of a diary. Wisla was among the passengers on the ‘&lt;em&gt;Pentcho&lt;/em&gt;,’ the vessel that was shipwrecked in the Aegean on the way to Palestine. The more than 500 refugees were saved by the Italian military navy and then interned on Rhodes. Wisla was the only one who had permission to take an airplane to Italy, since he possessed a visa for Cuba, before the entire group was transferred to Ferramonti-Tarsia. The audience with the Pope took place in the middle of, or amidst, German soldiers in uniform. The Pope agreed to his request for help for the shipwrecked interned on Rhodes and concluded the colloquio with the words that could be heard even by the soldiers, ‘Always be proud of being a Jew.’ From Italy, Wisla went by air to Barcelona and from there, with false documents, to Portugal, which he left in the spring of 1944 with the first transport to Palestine organized by the Jewish Agency.”(12)&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;These obscure references to Wisla are brief and scattered, but key to establishing the contours and outlines of his testimony.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Far more important, however, is that there is a second witness — another passenger of the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Pentcho&lt;/em&gt;, and internee at Rhodes — who has re-inforced Wisla’s testimony.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;The Second Witness: Herman Herskovic&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;In 1964, in the wake of Hochhuth’s malicious attack, the&amp;nbsp;&lt;em&gt;L’Osservatore della Domenica&lt;/em&gt;&amp;nbsp;— a weekly edition of the Vatican newspaper — put out a special 80-page issue in Italian documenting the humanitarian interventions of Pius XII. At the time, the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Associated Press&lt;/em&gt;&amp;nbsp;called it “the most comprehensive defense of Pius XII’s wartime role to appear in a Vatican publication.”(13)&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Though very difficult to obtain, ITV has acquired a full copy. Entitled (in English) “The Pope, Yesterday and Today,” it contains articles and first-hand accounts, by both Catholics and non-Catholics, testifying on behalf of Pius.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Among them is a gripping article entitled, “&lt;em&gt;Devo la Vita al Papa&lt;/em&gt;,” [in English, “I Owe My Life to the Pope”;&amp;nbsp;&lt;em&gt;see full text in the box below&lt;/em&gt;] by one Herman Herskovic (1921-1983), originally from Czechoslovakia, who recounted how he had been part of a group of Jews, fleeing wartime Europe for Palestine, who had been adrift on a former cattle boat for months; who were cast up on a tiny island, and finally ended up in an Italian prison camp at Rhodes.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;In all essentials, Herskovic’s narrative converges with that of Wisla’s, especially when Herskovic de­scribes how “the father of one of my comrades obtained the freedom of his son.” The latter — obviously Wisla — during his journey to the north, “was received in audience by Pius XII,” continues Herskovic. “Pius XII listened attentively to him and promised his intervention with the Italian government. Two weeks later, we were transferred to a safer concentration camp in Calabria” — the Ferramonti di Tarsia camp.(14)&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;That camp, which preserved the lives of the the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Pentcho&lt;/em&gt;’s Jewish refugees — and several thousand more — has been described by the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Jerusalem Post&lt;/em&gt;&amp;nbsp;as “an unexpected haven” during the Holocaust. It was “a place where they could avoid the horrors of the German concentration camps.”(15)&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;What is especially significant about this camp is how much Pius XII and his representatives protected its internees. As Herskovic’s testimony recounts, and as Mario Rende notes in his book,&amp;nbsp;&lt;em&gt;Ferramonti di Tarsia&lt;/em&gt;&amp;nbsp;(&lt;em&gt;see page 12&lt;/em&gt;), the inmates fear of being handed over to the Germans was constant (especially after the Allies landed at Sicily, and the Germans began to retreat north). But, as Rende shows, the Vatican appealed to the Italian government numerous times, to prevent deportation of its internees, and thus helped save them. Not only were Ferramonti’s prisoners not handed over to the Germans, but there was no random violence against them, as there were in so many other Axis-run camps. The surviving Jews were extremely grateful. (16)&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;The&amp;nbsp;&lt;em&gt;Osservatore Romano&lt;/em&gt;&amp;nbsp;is not the only source Herskovic shared his dramatic testimony with. In 1975, he gave a series of five interviews to the late Judah Rubinstein (a chronicler of Jewish life), for a Holocaust Survivors project, and the transcripts of these interviews are now stored at the New York Public Library oral history division.(17)&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;In the second interview of the series, dated January 29, 1975, Herskovic recounts his whole harrowing journey on the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Pentcho&lt;/em&gt;&amp;nbsp;in considerable detail, describing how it sank, how the refugees washed up on a forsaken island, and how they were then picked up by the Italian forces and interned at Rhodes, until they were at last taken to the life-saving Ferramonti camp on the Italian mainland. At that point — just as Wisla affirms in his own memoir — Herskovic states: “The Pope arranged with the Red Cross that they should transfer us from the island [Rhodes] to the motherland.”(18)&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Herskovic also mentions how another one of the Jewish internees — evidently, someone other than Wisla — contacted his father, who knew a Slovakian bishop, who in turn “got in touch with Pope Pius” for help.&amp;nbsp;This may explain why Pius XII told Wisla, after hearing his plea for the refugees on Rhodes, “I have heard about it before” and that his Secretary of State was dealing with the crisis. That the Pope — and one of his bishops, in a land scarred by anti-Semitism — were so open to Jewish ap­peals during the war speaks volumes about their good will.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Of the Red Cross ship (19) which moved them to the Italian mainland, then to Ferramonti, Herskovic continued, “We got a hot meal, we had a blanket” and “we could sleep on a bed.” The starving refugees, whom Pius XII had successfully helped transfer to safety, “realized what living again means,” said Herskovic.(20)&lt;/div&gt;&lt;blockquote style="background-attachment: initial; background-clip: initial; background-image: initial; background-origin: initial; border-bottom-color: rgb(213, 202, 189); border-bottom-style: solid; border-bottom-width: 1px; border-image: initial; border-left-color: rgb(213, 202, 189); border-left-style: solid; border-left-width: 1px; border-right-color: rgb(213, 202, 189); border-right-style: solid; border-right-width: 1px; border-top-color: rgb(213, 202, 189); border-top-style: solid; border-top-width: 1px; font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; margin-bottom: 15px; margin-left: 15px; margin-right: 15px; margin-top: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 15px; padding-right: 20px; padding-top: 10px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&amp;nbsp;Additional Documents: The Holy See’s Actes et Documents and the Red Cross&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;The oral and written testimonies by Wisla and Herskovic are stunning, and stand by themselves; but there are additional documents not to be overlooked.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;The Vatican has published eleven thick volumes (actually twelve, since one is in two parts) of wartimes&amp;nbsp;&lt;em&gt;Actes et Documents&lt;/em&gt;, with the remaining wartime archives to be released in the next few years: although not an exhaustive collection of every one of the Pope’s humanitarian acts during the war (there were far too many, and/or were done secretly, or orally, and never preserved on paper), volume 8 of&amp;nbsp;&lt;em&gt;Actes&lt;/em&gt;&amp;nbsp;does contain several important references to the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Pentcho&lt;/em&gt;&amp;nbsp;refugees, two of which stand out. Document 348, dated April 14, 1942, from the Jewish internees at Ferramonti (including the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Pentcho&lt;/em&gt;&amp;nbsp;refugees, recently arrived from Rhodes) expresses deep thanks to the Pope for his bountiful gift of clothing, following money he had already sent, distributed by his representative, Father Callisto Lopinot: “This wonderful gift is a fresh proof of the concern of your Holiness, which all the world admires, for your care not only for Catholics but all people of the world.”&amp;nbsp;The papal gift, said the internees, fulfilled the words of the prophet Isaiah: “Clothing the naked when you see them, and not turning your back…” (Chapter 58:7)&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;Document 371, dated May 8, 1942, from “the families of the group of the shipwrecked of Rhodes, who, after so many travels and sufferings, have found a loving welcome in Ferramonti,” is equally effusive: “The Holy Father has demonstrated once again his paternal concern for all those suffering from the sorrowful events of the moment, without distinction of confession; he has filled with joy their hearts and they will never, ever forget the goodness of the Holy Father which will remain impressed forever in their hearts.”&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;In addition, since both witnesses mentioned the Red Cross in their testimonies, ITV contacted the International Red Cross Committee (ICRC) in Geneva, to see if  they — or their affiliate, the Italian Red Cross — had any information whatsoever about the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Pentcho&lt;/em&gt;, its passengers, and their internment at Rhodes and Ferramonti.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;After months of generous cooperation and research, the ICRC’s archivist sent us a file pertaining to the Pentcho and its passengers, the most important of which was a letter dated January 24, 1941. It was sent by the Governor of the Italian islands in the Aegean See, and communicated to the Prisoner of War Office of the Italian Red Cross, attached with a list of prisoners shipwrecked from the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Pentcho&lt;/em&gt;, who had been collected at the San Giovanni Camp at Rhodes: number 53 on the list was “Heinz Wisla”; number 59 was “Hermann Herschkowitz” (spelled slightly differently than his English spelling). There is precious little else about the conditions under which the Jewish refugees were held at Rhodes, or how they were transferred to Ferramonti, because of the “personal intervention of Pope Pius XII” to quote Wisla; but Wisla and Herskovic’s respective testimonies — along with Bierman’s book,&amp;nbsp;&lt;em&gt;Odyssey&lt;/em&gt;&amp;nbsp;— provide the crucial missing details.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;One of the most moving passages in that work is Bierman’s description of what happened when the Jewish refugees’s faced their most anxious moment: “Then a rumor swept Ferramonti that the Italians were going to transfer all to a camp in northern Italy, prior to handing them over to the Germans. Greatly alarmed, the camp committee sent an urgent plea to the Vatican, begging for the Pope’s intervention. At the instructions of Pius XII, the Papal Nuncio, Cardinal Borgongini Duca(21), travelled to Calabria to reassure the internees. The children of Ferramonti lined up to greet him with a song of welcome… and the cardinal told them that so far as the Holy See was aware no such move was intended. If it were, he promised, the Pope would vigorously oppose any attempt to have them moved. He concluded by quoting the 137th Psalm — ‘By the waters of Babylon, we sat down and wept when we remembered thee, O Zion’ — and predicting ‘God willing, you will return to the Promised Land one day.’”(22)&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;The cardinal was a prophet: many of the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Pentcho&lt;/em&gt;&amp;nbsp;refugees, including Wisla, did indeed reach the Promised Land; and others, like Herskovic, found hope and freedom in America, where they began new lives. Now, thanks to this astonishing evidence, so long forgotten or overlooked, we know who was one of their greatest benefactors and kindest friends: Pope Pius XII.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;&lt;em&gt;[End of text by William Doino, Jr. Here follow supplementary materials.]&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;========================&lt;/div&gt;&lt;blockquote style="background-attachment: initial; background-clip: initial; background-image: initial; background-origin: initial; border-bottom-color: rgb(213, 202, 189); border-bottom-style: solid; border-bottom-width: 1px; border-image: initial; border-left-color: rgb(213, 202, 189); border-left-style: solid; border-left-width: 1px; border-right-color: rgb(213, 202, 189); border-right-style: solid; border-right-width: 1px; border-top-color: rgb(213, 202, 189); border-top-style: solid; border-top-width: 1px; font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; margin-bottom: 15px; margin-left: 15px; margin-right: 15px; margin-top: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 15px; padding-right: 20px; padding-top: 10px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: left;"&gt;&lt;strong&gt;Pope Pius XII Aided Jewish Prisoners of Fascist Concentration Camp&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: left;"&gt;June 04, 2009&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: left;"&gt;The June 4 edition of&amp;nbsp;&lt;em&gt;L’Osservatore Romano&lt;/em&gt;&amp;nbsp;in­cludes a &lt;a href="http://gaetanovallini.blogspot.com/2009/06/il-lager-che-salvo-migliaia-di-ebrei.html"&gt;review&lt;/a&gt; of Mario Rende’s&amp;nbsp;&lt;em&gt;Ferramonti di Tarsia&lt;/em&gt;, a new book that chronicles an Italian fascist concentration camp where Jews were treated with relative humanity, thanks to the efforts of Paolo Salvatore, the camp’s director, and Capuchin Father Callisto Lopinot, the camp’s chaplain. In an audience of October 29, 1944, Jan Hermann, speaking on behalf of other former prisoners, thanked Pope Pius XII for his “remarkable and generous gifts” twice given through Cardinal Francesco Borgongini Duca, for his open “support [for] our rights to human dignity,” and for preventing the prisoners’ deportation to Poland in 1942.&lt;/div&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;==========================&lt;/div&gt;&lt;blockquote style="background-attachment: initial; background-clip: initial; background-image: initial; background-origin: initial; border-bottom-color: rgb(213, 202, 189); border-bottom-style: solid; border-bottom-width: 1px; border-image: initial; border-left-color: rgb(213, 202, 189); border-left-style: solid; border-left-width: 1px; border-right-color: rgb(213, 202, 189); border-right-style: solid; border-right-width: 1px; border-top-color: rgb(213, 202, 189); border-top-style: solid; border-top-width: 1px; font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; margin-bottom: 15px; margin-left: 15px; margin-right: 15px; margin-top: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 15px; padding-right: 20px; padding-top: 10px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;&lt;strong&gt;I OWE MY LIFE TO THE POPE&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;By Herman Herskovic&lt;/div&gt;&lt;div class="wp-caption alignleft" id="attachment_572" style="background-attachment: initial; background-clip: initial; background-color: #f4f4f4; background-image: initial; background-origin: initial; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; border-bottom-color: rgb(221, 221, 221); border-bottom-style: solid; border-bottom-width: 1px; border-image: initial; border-left-color: rgb(221, 221, 221); border-left-style: solid; border-left-width: 1px; border-right-color: rgb(221, 221, 221); border-right-style: solid; border-right-width: 1px; border-top-color: rgb(221, 221, 221); border-top-style: solid; border-top-width: 1px; float: left; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; margin-top: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 1px; padding-right: 0px; padding-top: 5px; text-align: center; width: 160px;"&gt;&lt;a href="http://moynihanreport.itvworking.com/wp-content/uploads/2012/01/Billy-scan.jpg"&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;img alt="" class="size-thumbnail wp-image-572" height="150" src="http://moynihanreport.itvworking.com/wp-content/uploads/2012/01/Billy-scan-150x150.jpg" style="border-bottom-style: none; border-color: initial; border-image: initial; border-left-style: none; border-right-style: none; border-top-style: none; border-width: initial;" title="Billy scan" width="150" /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="wp-caption-text" style="font-size: 11px; line-height: 12px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;Herman Herskovic (1921-1983), one of the Jewish refugees saved by Pius XII&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;My name is Herman Herskovic and I am 43 years old. My parents were Jews and lived in Czechoslovakia. During the last war, I was forced to abandon the country to flee from the Nazi persecution. Today I live in Cleveland where I am a furniture dealer. But I would never have reached America if it had not been for Pope Pius XII.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;I read that Hochhuth, in his “The Deputy,” accuses Pope Pacelli of indifference with regard to the fate of millions of Jews. This accusation immediately seemed to me profoundly unjust toward a person who had done so much for others. So I said to myself: “If Pius XII were alive, he could defend himself. But since he is not, you must at least recount how the Pope saved your life. And how he saved the lives of several hundred Jews who were with you.”&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;In 1940, with a group of fellow Jews, we prepared a plan to take refuge in Palestine. We rented a vessel, normally used to transport cattle. And we engaged a captain, known as a cocaine addict. Given the risks of the undertaking, he was the best who could be found for the job. The 15th of June, we embarked from Bratislava, 500 of us, men, women and children.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;The plan was to sail down the Danube to the Black Sea and there transfer to a larger vessel. According to the calculations, the river journey was to take four days. Four months later we were still on the little boat, sleeping on the benches, hungry, without water, and without radio communications. Having arrived at the mouth of the Danube, we had a rude surprise. The ship we were supposed to tranfer to, had left. We pointed the prow of the old and unsafe boat toward the south and entrusted our lives to the Lord.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;They were terrifying days. The old boat was like a box of matches. Everyone had to remain quietly in his or her place. If 10 people got up to move around at the same time, the boat would have capsized. In Istanbul, a police craft prevented us from entering the port and to replenish our food and water supplies. After havinge traversed the Bosphorus and the Dardanelles, we reached the Aegean Sea.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;The misadventures were not over. The boiler did not stand up to the strain and cracked. The ship wandered for hours and hours, before striking against the rocks of an island and sinking. By swimming we reached the shore. For 11 days, our only food was raw fish. We were then collected by an Italian ship and tranferred to a prison camp on the island of Rhodes.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;From there, some of my companions were able to contact family members at home. The father of one of my comrades obtained the freedom of his son, with permission to travel to Switzerland. During his journey to the north, the young man stopped in Rome and was received in audience by Pius XII. To the Pope he recounted all of our story and he told him also of our fears due to the presence of German troops on the island of Rhodes. Pius XII listened attentively to him and promised his intervention with the Italian government. Two weeks later, we were transferred to a safer concentration camp in Calabria.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;When the Allies landed in Sicily, our fears were renewed. We feared that the Germans, while retreating, would massacre us. It was then that the Church intervened to help us. The chaplain of the “lager” persuaded the guards to allow us to escape prior to the arrival of the SS. For three days we hid in a forest. And when we came back to the camp, it was already under the control of Allied soldiers.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;With all the healthy men of the group, I enrolled in the Czechoslovak brigade of the British Army fighting until the liberation of Europe. At the end of the war I emigrated to the United States. Toward the Germans, despite everything, I do not feel any excessive anger, because I think that the majority of the population was misled. I know however for certain that many people, in many places, did not help the Jews. It is not just to accuse Pius XII for something that was not under his control. Personally I owe him a great deal and I thought it right to tell my story.&amp;nbsp;&lt;em&gt;&lt;strong&gt;&amp;nbsp;(Published in L’Osservatore della Domenica, June 26-28, 1964, page 72)&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;==================================&lt;/div&gt;&lt;blockquote style="background-attachment: initial; background-clip: initial; background-image: initial; background-origin: initial; border-bottom-color: rgb(213, 202, 189); border-bottom-style: solid; border-bottom-width: 1px; border-image: initial; border-left-color: rgb(213, 202, 189); border-left-style: solid; border-left-width: 1px; border-right-color: rgb(213, 202, 189); border-right-style: solid; border-right-width: 1px; border-top-color: rgb(213, 202, 189); border-top-style: solid; border-top-width: 1px; font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; margin-bottom: 15px; margin-left: 15px; margin-right: 15px; margin-top: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 15px; padding-right: 20px; padding-top: 10px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;&lt;em&gt;The Palestine Post, April 28, 1944; Page 6&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;&lt;strong&gt;A Papal Audience in Wartime&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;By “Refugee”&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;The author of this article arrived in this country in the refugee ship&amp;nbsp;&lt;em&gt;Nyassa&lt;/em&gt;.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;It is on a sunny Wednesday morning in the autumn of 1941. An up-to-date Roman bus takes me from the center of the Eternal City to the Vatican. In the pocket of my dark suit I have a permit to enter the Palace of Vatican City for an audience with His Holiness Pope Pius XII.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;As the bus crosses the Tiber, I can see the complex of Hadrian’s Tomb. A moment later we arrive at the huge square in front of St. Peter’s.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;The portal&amp;nbsp;&lt;em&gt;di bronzo&lt;/em&gt;, leading to the Governmental Palace, is guarded by foot soldiers, who look like the lansquenets of some centuries ago. They are the Swiss Guards, and their multicolored uniforms and polished halberds and swords seem to be taken from a museum. An officer with a big moustache gives me the pass permit, the Guards take up their halberds and salute while I enter the Palace and mount a staircase. On the second floor a footman, in tight velvet trousers, shows me into a vestibule, where about 80 people are waiting. Among them are many German soldiers, in field uniform, their caps in their hands. For about an hour I stand around or pace the parquet floor among those warriors of Herr Hitler — probably on their way to Benghazi and Tripoli, anxious not to miss the chance of taking a papal blessing with them for further heroic deeds.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;After some time we are led into another hall, its walls are decorated with oil paintings, antique engravings and maps. We then pass through a corridor into another anti-chamber, and, finally we stand before huge double doors ornamented with gold.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;One of the Papal under-secretaries appears and gives us instructions about what to say to His Holiness and how to behave. Then one after the other, we are allowed to enter the richly furnished hall, where the Pope receives visitors.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;I am the last one to enter, after the German soldiers. The Pope, sitting in a throne-like armchair, dressed in magnificent vestments, resembles some wise doctor, a good friend. His eyes shine in a friendly way through gold-rimmed glasses as each petitioner kneels to kiss the ring on the thin fingers of the Father’s right hand.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;The Pope speaks to everybody — asking the soldiers in fluent German from which part of the Reich they come and whether they have a special wish. And he speaks so naturally and so simply that one cannot but feel his benevolent influence. Afterwards the Holy Father gives his benediction and hands over the petitions to his retinue: cardinals, bishops and other high dignitaries of Mother Church, officials of the Vatican Government, secretaries and diplomats. They stand respectfully in the background behind the audience chair, dressed in richly colored garments of mediaeval style.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;At last it is my turn. I step forward, feeling very uneasy and shy. Then I kneel down on a velvet cushion, bow over the Papal hand, and breathe a kiss on the ring.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;Then I look up and address him, stammering some Italian phrases.&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;But the Pope interrupts me; — “My son, you can speak your own language with me; you are German, too, aren’t you?”—&lt;br /&gt;— “No, your Holiness, I was only born in Germany. But I am not a German any longer — I am a Jew.”—&lt;br /&gt;— “So you are a Jew, what can I do for you? Tell me, my son!” —&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;I begin to explain why I have come. I report about the shipwrecked Jewish refugees, saved by Italian warships in the Aegean Sea and now starving in a prisoner of war camp on one of the islands. The Pope listens carefully to my explanations of how to help these poor people either by taking them to Palestine or by bringing them back to Italy to avoid epidemics and further starvation. Then Pius XII says:&amp;nbsp;“You have done well to come to me and tell me this. I have heard about it before. Come back tomorrow with a written report and give it to the Secretary of State who is dealing with the question. But now for you, my son. You are a young Jew. I know what that means and I hope you will always be proud to be a Jew!” And the Pope raises his voice that everybody in the hall can here it clearly, “My son, whether you are worthier than others only the Lord knows, but believe me, you are at least as worthy as every other human being that lives on our earth! And now, my Jewish friend, go with the protection of the Lord, and never forget, you must always be proud to be a Jew!”&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;After having pronounced these words in his pleasant voice, the Pope lifts his hands to give the usual benediction. But he stops, smiles and his wonderful fingers only touch my head. Then he lifts me from my kneeling position…..&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;I join the others by the wall, not caring for the expression on their faces. Have they heard it too?&lt;/div&gt;&lt;div style="padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;Now the Holy Father, Pope Pius XII, rises from his chair, spreads out his hands over us and speaks the general benediction. I bow my head.&lt;br /&gt;Afterwards, after leaving the Palace, I walk alone across the piazza before St. Peters, back to the Tiber embankment. I sit down on a bench looking at the Eternal City, at Rome, her ruins and palaces, at the Capital on which the sun shines brightly from a Roman sky.&lt;/div&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;=====================&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;strong&gt;ENDNOTES&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;1. Heinz Wisla’s 159-page German memoir is entitled,&amp;nbsp;&lt;em&gt;Vom Konzentrationslager nach Palaestina: Flucht durch die halbe Welt&lt;/em&gt;&amp;nbsp;[“From Concentration Camp to Palestine: Flight Halfway Around the World”], under the pen name, Ben-Zwi Kalischer, Edition Olympia-Martin Feuchtwanger, Tel Aviv 1945 (Hebrew version,&amp;nbsp;&lt;em&gt;Ba Derech l’Eretz Israel, Am-oved&lt;/em&gt;, 1945).&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;2. The 100-page (single-space typed) English-language manuscript at the Leo Baeck archives is stamped “Bertha Klausner International Literary Agency” indicating it was marketed; but there is no evidence we could find that it was ever accepted or published by an American publisher. The Library of Congress does not list it in its collections. The World catalog (&lt;a href="http://www.worldcat.org/"&gt;www.worldcat.org&lt;/a&gt;) does, but mentions only its computerized form, available, as indicated, from the Leo Baeck Institute, under the aegis of the Center for Jewish History (&lt;a href="http://www.cjh.org/"&gt;www.cjh.org&lt;/a&gt;) in New York.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;3. Milton Meltzer,&amp;nbsp;&lt;em&gt;Never to Forget: The Jews of the Holocaust&lt;/em&gt;&amp;nbsp;(HarperCollins, 1991), p. 47.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;4. Nicholas Atkin and Frank Tallet,&amp;nbsp;&lt;em&gt;Priests, Prelates and People: A History of European Catholicism Since 1750&lt;/em&gt;&amp;nbsp;(Oxford University Press, 2003), p. 260.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;5. From Wisla’s English-language memoir,&amp;nbsp;&lt;em&gt;Long Journey Home&lt;/em&gt;, “Roman Experiences and the Pope,” Chapter 9. Note that the description of what Pius XII said is virtually the same as the account Wisla published, under the name “Refugee,” for the Palestine Post on April 28, 1944, and reprinted in ITV’s October 25, 2006 newsflash, “Pope Pius XII: Be Proud to be a Jew!”&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;6. From&amp;nbsp;&lt;em&gt;Long Journey Home&lt;/em&gt;, Chapter 10, “Underground in Italy as Blackmarketeer and Assistant Spy.”&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;7. “Rhodes,” Shoah Resource Center, via&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.yadvashem.org/"&gt;www.yadvashem.org&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;8.&amp;nbsp;&lt;em&gt;Long Journey Home&lt;/em&gt;, Chapter 10.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;9. For more on Israel, see Naomi Shephard’s biography,&amp;nbsp;&lt;em&gt;A Refuge from Darkness: Wilfrid Israel and the Rescue of the Jews&lt;/em&gt;&amp;nbsp;(Pantheon Books, 1984). Shepherd mentions Wisla and his interaction with Israel briefly: see pp. 241, 249 and 251.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;10. John Bierman,&amp;nbsp;&lt;em&gt;Odyssey&lt;/em&gt;&amp;nbsp;(Simon and Schuster, 1984), pp. 157-158.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;11. See endnote #1.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;12. “La memorialistica dei profugi ebrei I Italia dopo il 1933” [“The Memorializing of Jewish Refugees in Italy after 1933”] by Klaus Voigt, pp. 167-189, at page 177, in&amp;nbsp;&lt;em&gt;L’ombra lunga dell’esilio: ebraismo e memoria&lt;/em&gt;, edited by Maria Antonietta Santora, et al., Casa Editrice Giuntina, 2002).&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;13. “Vatican Weekly Defends Pius XII,” AP, June 26, 1964, as published in&amp;nbsp;&lt;em&gt;The Washington Post&lt;/em&gt;, June 27, 1964, p. E22.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;14.&amp;nbsp;&lt;em&gt;L’Osservatore della Domenica&lt;/em&gt;, June 26-28, 1964, p. 72.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;15. “An Unexpected Haven,” via the&amp;nbsp;&lt;em&gt;Jerusalem Post&lt;/em&gt;’s internet website, in collaboration with&amp;nbsp;&lt;em&gt;Italy Magazine&lt;/em&gt;.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;16. For additional details on Rende’s book, see, &lt;a href="http://gaetanovallini.blogspot.com/2009/06/il-lager-che-salvo-migliaia-di-ebrei.html"&gt;“Il lager che salvò migliaia di ebrei”&lt;/a&gt; by &lt;span style="color: red;"&gt;Gaetano Vallini&lt;/span&gt;, in&amp;nbsp;&lt;em&gt;L’Osservatore Romano&lt;/em&gt;, June 9, 2009.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;17. 150 pages of the Herskovic transcripts from the five interviews he gave: Oral Histories, Box 185 no 1, New York Public Library.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;18. Page 50 of the Herskovic transcripts.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;19. The “Red Cross ship” could also have been an Italian troop or navy ship with authorized Red Cross workers on it. Italy’s wartime government and its country’s Red Cross often worked together.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;20. Page 50, Herskovic transcripts.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;21. Francesco Borgongini Duca (1884-1954) was the Apostolic Nuncio to Italy during World War II, when he was an archbishop; he became a Cardinal in 1953.&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Arial, Tahoma, Verdana; font-size: 13px; line-height: 20px; padding-bottom: 15px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;22. John Bierman,&amp;nbsp;&lt;em&gt;Odyssey&lt;/em&gt;, p. 198.&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large; font-weight: normal;"&gt;Quello che segue è invece l'articolo pubblicato da "LOsservatore Romano" nell'edizionel del 13 gennaio scorso che riprende alcuni passaggi dell'articolo di Doino:&lt;/span&gt;&lt;/h1&gt;&lt;h1 style="margin-bottom: 15px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px;"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: x-large;"&gt;«Sii sempre fiero di essere ebreo»&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size: x-large;"&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;disse Pio XII&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;/h1&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;«Non dimenticarlo mai, sii sempre fiero di essere ebreo!». Così nell’autunno del 1941 Pio XII esorta a voce alta il ventunenne Howard “Heinz” Wisla — da poco sfuggito alla persecuzione nazifascista — nel corso di una drammatica udienza in Vaticano alla quale sono presenti anche diversi soldati tedeschi in uniforme. Il Pontefice, di fronte all’impaccio dell’interlocutore che cerca di esprimersi in stentato italiano, lo mette a suo agio, lo incoraggia a parlare in tedesco, ne ascolta il racconto. La storia del rifugiato è inquietante; riguarda molti prigionieri ebrei bisognosi di aiuto, dopo un naufragio nel mar Egeo e ora internati in campo di prigionia. Papa Pacelli non perde una parola. Conosce i fatti, loda il giovane e lo esorta a tornare il giorno dopo con una memoria scritta. Poi a voce più alta, in modo che tutti possano sentire, gli dice: «Figlio mio solo il Signore sa se tu sei più degno di altri uomini, ma credimi, tu sei altrettanto degno di ogni altro essere umano che vive su questa nostra terra! E ora, o mio amico ebreo, vai con la protezione del Signore, e non dimenticare mai, devi essere sempre fiero di essere un ebreo!».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Lo straordinario incontro è stato documentato da William Doino Jr. nell’articolo&amp;nbsp;&lt;em&gt;Pope Pius XII: Friend and Rescuer of Jews&lt;/em&gt;&amp;nbsp;che appare nel numero di gennaio di «Inside the Vatican» (pp. 10-18), il magazine fondato e diretto da Robert Moynihan.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Wisla era stato tra gli scampati al naufragio della nave «Pentcho» affondata nel 1940 nel Mar Egeo durante il trasporto di cinquecento ebrei rifugiati dalla Slovacchia verso la Palestina. I naufraghi dopo undici durissimi giorni passati in un’isoletta disabitata, furono soccorsi da una nave italiana che però li deportò nel campo di concentramento di Rodi. Se non fosse stato per l’intervento di Pio XII la loro sorte sarebbe stata segnata. Nell’inverno tra il 1941 e il 1942 infatti, una nave della Croce Rossa raccolse i rifugiati affamati dal campo di concentramento di Rodi e li fece trasferire in terra italiana al campo Ferramonti di Tarsia presso Cosenza. Un campo atipico, com’è noto, tanto da essere stato definito qualche anno fa «un paradiso inaspettato» dal «Jerusalem Post» o «il più grande kibbutz del continente europeo» dallo storico Jonathan Steinberg dell’università di Cambridge (cfr. &lt;span style="color: red;"&gt;Gaetano Vallini&lt;/span&gt;,&amp;nbsp;&lt;em&gt;&lt;a href="http://gaetanovallini.blogspot.com/2009/06/il-lager-che-salvo-migliaia-di-ebrei.html"&gt;Il lager che salvò migliaia di ebrei&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;&amp;nbsp;in «L’Osservatore Romano», 4 giugno 2009).&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; line-height: 18px; margin-bottom: 3px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Wisla, dopo molte peripezie, nella primavera del 1944 raggiunse la Palestina e poté ricostruire la vicenda nell’articolo&amp;nbsp;&lt;em&gt;A Papal Audience in Wartime&lt;/em&gt;&amp;nbsp;pubblicato il 28 aprile 1944 su «The Palestine Post» (oggi «the Jerusalem Post») e firmato con lo pseudonimo «Refugee» (p. 6). Già nel 2006 «Inside the Vatican» ne aveva dato parziale notizia, e ora — come scrive Moynihan — abbiamo più ampia e corretta informazione sulla condotta e sul vero atteggiamento tenuto da Pio XII nei confronti del popolo ebraico.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="signature" style="background-color: white; font-variant: small-caps; height: 20px; line-height: 18px; text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&amp;nbsp; Raffaele Alessandrini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="datePublicationDetail" style="background-color: white; line-height: 18px; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-3377770210378460175?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/3377770210378460175/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=3377770210378460175' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/3377770210378460175'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/3377770210378460175'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2012/01/nel-numero-di-di-gennaio-di-inside.html' title='Pio XII e gli ebrei'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-3900238326698211558</id><published>2012-01-12T16:00:00.002+01:00</published><updated>2012-01-12T16:00:07.547+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Shoah'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>Dentro l’armadio l’orrore della Shoah</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-noUTUH2lg_c/Tw6p1K7o4mI/AAAAAAAABMc/nq8AJYHRfmw/s1600/la-chiave-di-sara-poster-italia_mid.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://1.bp.blogspot.com/-noUTUH2lg_c/Tw6p1K7o4mI/AAAAAAAABMc/nq8AJYHRfmw/s400/la-chiave-di-sara-poster-italia_mid.jpg" width="280" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="color: blue;"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Il film «La chiave di Sara» di Gilles Paquet-Brenner dedicato alla tragedia degli ebrei francesi e ai drammatici fatti del Vélodrome d’Hiver a Parigi&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;A Parigi là dove un tempo sorgeva il Vélodrome d’Hiver, il Velodromo d’Inverno – al cui interno nell’estate 1942 vennero rinchiusi per giorni migliaia di ebrei in condizioni disumane prima di essere trasferiti nei campi di concentramento - oggi ha sede il ministero dell’interno. Una di quelle singolari coincidenze con le quali la storia pare voler sottolineare alcuni passaggi importanti e drammatici. Fu infatti il governo collaborazionista di Vichy, proprio attraverso la sua polizia a pianificare e ad attuare il rastrellamento della mattina del 16 luglio che portò tredicimila ebrei parigini, quattromila dei quali bambini, nei lager  nazisti. Alla fine della guerra tornarono solo  in venticinque.   Si tratta di una pagina oscura della storia francese, in parte rimossa dalla coscienza collettiva, ma con la quale negli ultimi anni l’opinione pubblica sta facendo i conti, in un percorso, tanto difficile e doloroso quanto necessario,  di riconoscimento delle  responsabilità nella macchina dello sterminio nazista. &lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ad accompagnare questo percorso, oltre alla pubblicazione di libri, ci sono ora anche film  che  ricostruiscono le storie di chi orchestrò e collaborò a quell’orrore e ne porta per sempre il marchio d’infamia, così come la tragedia delle vittime, senza dimenticare  le vicende di quanti si opposero o tentarono di farlo con coraggio e a rischio della vita.  E così, dopo &lt;i&gt;Vento di primavera&lt;/i&gt;, della regista Rose Bosch, uscito in occasione della Giornata della memoria del 2010, anche quest’anno una pellicola francese affronta il tema del collaborazionismo della Repubblica di Vichy. È &lt;i&gt;La chiave di Sara&lt;/i&gt;, di Gilles Paquet-Brenner, nelle sale italiane dal 13 gennaio, tratto dall’omonimo romanzo di Tatiana de Rosnay.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-sdnjWHXw_-0/Tw6pzv6m9rI/AAAAAAAABMQ/-Lo5DhCDa2M/s1600/riWy1Uwr0vPch38h4JmwOTNfx4g.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="180" src="http://4.bp.blogspot.com/-sdnjWHXw_-0/Tw6pzv6m9rI/AAAAAAAABMQ/-Lo5DhCDa2M/s320/riWy1Uwr0vPch38h4JmwOTNfx4g.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Accolto con favore in Francia, al pari del libro che aveva ottenuto uno straordinario successo, il film è costruito su due storie parallele&amp;nbsp;&lt;/span&gt; &lt;span style="color: #323232; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;—&lt;/span&gt;&amp;nbsp;&lt;span style="color: #323232; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&amp;nbsp;una ambientata ai giorni nostri e l’altra durante i fatti dell’estate del 1942&amp;nbsp;&lt;/span&gt; &lt;span style="color: #323232; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;—&lt;/span&gt;&amp;nbsp;&lt;span style="color: #323232; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;destinate alla fine a incrociarsi, con conseguenze inattese. Nella Parigi di oggi si muove Julia Jarmond (un’intensa Kristin Scott Thomas), giornalista americana, sposata con un francese e che vive in Francia da venti anni. Il suo giornale le affida un reportage sui tragici eventi del Vélodrome d’Hiver. Nel corso delle ricerche la donna s’imbatte nella drammatica storia di Sara, un’ebrea che all’epoca aveva dieci anni. Ciò che doveva essere solo materiale per un articolo diventa a poco a poco una questione personale. C’è un legame sconosciuto che unisce quella bambina alla famiglia del marito di Julia. Un mistero volutamente nascosto dai protagonisti di allora, incapaci di sopportare il senso di colpa,  ma che a distanza di sessant’anni riemerge dall’oblio con il suo carico di dolore.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;La giornalista scopre, infatti, che l’appartamento in ristrutturazione in cui sta per trasferirsi, di proprietà di una zia del marito, era occupato in quell’estate del 1942 da una famiglia ebrea: la famiglia di Sara. Nel tentativo sempre più urgente di rintracciare quella donna di cui si è persa traccia e di far luce  su eventuali responsabilità da parte dei familiari del consorte, Julia  ricostruisce la storia di Sara, la quale, prima di essere deportata con il padre e la madre, aveva rinchiuso nell’armadio il fratellino più piccolo convinta così di salvarlo. Il film, oltre a  raccontare la tormentata ricerca di Julia, peraltro alle prese con una tardiva gravidanza, ci mostra la prigionia di Sara — passata dal Velodromo e dal campo di concentramento di Beaune-la-Rolande  — e i suoi tenaci tentativi di fuggire per liberare il fratello dall’armadio di cui custodisce gelosamente la chiave.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;Evidenziando i due piani narrativi e temporali con un differente timbro della fotografia, più freddo quello che illustra l’oggi, più caldo e patinato quello passato, la regia riesce a saldare con equilibrio le due vicende e i percorsi individuali delle due protagoniste.  Kristin Scott Thomas  dà vita a un personaggio credibile, con i suoi tormenti interiori e il desiderio sempre più impellente di conoscere una verità che le risulta indispensabile, anche per decidere cosa fare dinanzi alla imprevista gravidanza. La sua ricerca di risposte su fatti passati da anni l’aiuterà a far luce sulla sua vita di oggi, ricollocandone le priorità e restituendole certezze. &lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-qz19IJjJCF0/Tw6p0lQledI/AAAAAAAABMU/Q25dtG0-CG4/s1600/la-chiave-di-sara-large.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="191" src="http://3.bp.blogspot.com/-qz19IJjJCF0/Tw6p0lQledI/AAAAAAAABMU/Q25dtG0-CG4/s320/la-chiave-di-sara-large.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;La piccola Mélusine Mayance dà corpo a una Sara determinata, concentrata sul suo obiettivo, decisa a non arrendersi di fronte a un’impresa che sembra impossibile. Attraverso i suoi occhi di bambina lo spettatore  è posto dinanzi all’orrore della Shoah, osserva la distaccata e supina efficienza dei poliziotti, in azione tra la palese soddisfazioni di alcuni, la non meno dolorosa indifferenza dei più,  l’indignazione  di altri che tuttavia rimasero in silenzio, la concreta solidarietà di pochi coraggiosi.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Raccontare la Shoah è sempre impresa a rischio. Ma pur con alcune debolezze, &lt;i&gt;La chiave di Sara&lt;/i&gt; è un film misurato, d’impronta popolare e accessibile a tutti, in grado anche di suscitare una riflessione. Un film che — sia pure utilizzando con una certa libertà un’opera di fantasia anziché una testimonianza diretta — racconta una storia reale da un punto di vista originale, senza mai scadere nella facile retorica e nella  pateticità. E che, lontano da  generalizzazioni, riesce a mostrare gli atteggiamenti della gente in quel drammatico frangente,  così come i contrastanti sentimenti dell’opinione pubblica di oggi, dalla scarsa conoscenza dei fatti da parte dei giovani al senso di fastidio di alcuni adulti, soprattutto anziani. Per questi ultimi l’invito è a fare i conti con il passato senza indulgenti compromessi, per i primi ad avvicinarsi a quella storia perché la sua memoria non venga dispersa ma serva come monito.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;&lt;b&gt;(©L'Osservatore Romano – 13 gennaio 2012)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-3900238326698211558?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/3900238326698211558/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=3900238326698211558' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/3900238326698211558'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/3900238326698211558'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2012/01/dentro-larmadio-lorrore-della-shoah.html' title='Dentro l’armadio l’orrore della Shoah'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-noUTUH2lg_c/Tw6p1K7o4mI/AAAAAAAABMc/nq8AJYHRfmw/s72-c/la-chiave-di-sara-poster-italia_mid.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-2479898820855807412</id><published>2012-01-07T16:00:00.003+01:00</published><updated>2012-01-23T08:04:38.496+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Letteratura'/><title type='text'>Don Luisito Bianchi e il grande romanzo sulla Resistenza</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-JAcKyJaRQYU/TwhIeH14uhI/AAAAAAAABMA/EskpdgQVXGI/s1600/don-luisito-bianchi.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://2.bp.blogspot.com/-JAcKyJaRQYU/TwhIeH14uhI/AAAAAAAABMA/EskpdgQVXGI/s320/don-luisito-bianchi.jpg" width="247" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: x-large;"&gt;La scomparsa del prete operaio e scrittore&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: x-large;"&gt;occasione per parlare del suo straordinario libro &lt;i&gt;La messa dell'uomo disarmato&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;«La memoria è il puntino impercettibile che salda il cerchio della vita e mi fa dire, come succo di queste storie di vecchio lunario: vivere, ne valeva la pena». Era la memoria il filo conduttore delle opere di don Luisito Bianchi, classe 1927, morto alla vigilia dell'Epifania, e divenuto famoso pochi anni fa per un romanzo che non è esagerato definire un capolavoro della narrativa italiana contemporanea, &lt;i&gt;La messa dell'uomo disarmato, &lt;/i&gt;il maggiore racconto della lotta partigiana narrata dal punto di vista cristiano. E come romanzo della memoria, questa maestosa opera vuole essere in primo luogo un sincero rendimento di grazie a quanti contribuirono a rifondare l'Italia anche con il sacrificio della vita.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Allo stesso modo vuole essere un invito a interpretare la Resistenza in maniera decisamente originale, ovvero come una manifestazione, sia pure faticosa, della Parola: «Tutto – scrive Bianchi - doveva essere ascoltato. Una parola inesauribile richiede un ascolto incessante; e la parola era dappertutto, penetrava ovunque: nell'avvenimento, con la rapidità folgorante del lampo, nella tessitura dei gesti quotidiani, violenta come un terremoto o suadente come la brezza».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Circolato come ciclostilato tra gli amici del sacerdote, il libro viene pubblicato in un'edizione autofinanziata dai conoscenti nel 1985 e comincia a diffondersi sempre di più, divenendo presto un singolare caso letterario. Tuttavia, il romanzo viene rifiutato da diversi editori per l'eccessiva lunghezza, oltre mille pagine, ma molto più probabilmente perché quella lettura cristiana della Resistenza risulta poco ortodossa per la storiografia in auge. Tuttavia nel 2003 l'editore Sironi accetta questa scommessa e pubblica il volume. Vincendo la sfida, visto che  &lt;i&gt;La messa dell'uomo disarmato&lt;/i&gt; in questi anni ha conosciuto un enorme successo di pubblico, con numerose riedizioni.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Nato a Vescovato, ordinato sacerdote nel 1950, insegnate in seminario, missionario in Belgio, prete operaio ad Alessandria, inserviente ospedaliero, vice assistente nazionale delle Acli, don Bianchi da diversi anni era cappellano dell'abbazia di Viboldone a San Giuliano Milanese. All'opera pastorale – riconobbe di dovere la sua vocazione sacerdotale a don Primo Mazzolari -  aveva accostato da decenni la passione per la saggistica e per la letteratura, occupandosi in particolare del mondo del lavoro, e approfondendo il tema della gratuità, che attraversa trasversalmente quasi tutte le sue opere,  fin da quel &lt;i&gt;Dialogo sulla gratuità &lt;/i&gt;pubblicato dalla Morcelliana nel 1975 per giungere all'ultimo lavoro &lt;i&gt;Quando si pensa con i piedi e un cane ti taglia la strada &lt;/i&gt; edito nel 2010 dall'Ancora del Mediterraneo.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Ma è su  &lt;i&gt;La messa dell'uomo disarmato  &lt;/i&gt;che voglio soffermarmi, un romanzo scritto splendidamente, con una prosa elegante, raffinata, d'altri tempi verrebbe da dire,  ma mai retorica. &lt;i&gt; &lt;/i&gt;«La guerra scoppiò quando il frumento cominciava ad avvolgersi della sua veste di grazia e le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza. Tutta la gente del paese doveva essere presente in piazza davanti al municipio, sul cui balcone il podestà aveva acceso la radio a tutto volume. Toni non c’era, e nemmeno il fabbro, il professore, l’arciprete e Rondine, il nostro martire. Io c’ero. Dovevo rappresentare anche mio padre; due erano troppi, ma uno era necessario, mi aveva detto».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-wL2QcZUiB48/TwhIesc1kWI/AAAAAAAABME/TYHDUoufSac/s1600/La-messa-dell-uomo-disarmat.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://1.bp.blogspot.com/-wL2QcZUiB48/TwhIesc1kWI/AAAAAAAABME/TYHDUoufSac/s320/La-messa-dell-uomo-disarmat.jpg" width="239" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; È la primavera del 1940. Franco lascia il monastero benedettino in cui era novizio e torna alla cascina dei genitori, La Campanella. Ha preso la sua decisione: farà il contadino. L’Italia entra in guerra e Piero, suo fratello, è inviato come ufficiale medico in Grecia. Rientrerà pochi mesi dopo con i piedi semicongelati, mentre altri giovani partiranno per la campagna di Russia. Tutte le vicende sono affidate a Franco, voce narrante di una vicenda corale, che fa perno sulla Campanella per includere la vita dell’intero paese – mai nominato ma collocato nella piana padana – che diventa un concentrato microcosmico dell’Italia rurale di allora: i contadini e gli ambulanti, le operaie della filanda, un misterioso professore in odore di socialismo, il maresciallo dei carabinieri, il segretario del fascio, l’arciprete.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; L’8 settembre 1943 segna un momento di svolta nella vita di tutti. L’occupazione nazista spinge a compiere delle scelte, per alcuni radicali. Sullo sfondo di una potente “poetica della terra”, don Bianchi dipinge un affresco epico del tempo, in cui la lotta partigiana viene raccontata come la somma di vicende individuali e in cui ogni cosa rientra in un disegno non casuale. Ecco allora emergere tra le montagne, rifugio di diverse bande partigiane, le storie di Lupo e di Balilla, di Piero e di Rondine, del Capitano e di Stalino, di Sbrinz. Loro e gli altri  resistenti trovano aiuto concreto  e sostegno spirituale nei monaci del monastero in cui Franco è stato novizio. L'abate,  Dom Benedetto, segue in montagna le bande, disarmato, dilaniato da dubbi laceranti, ma mosso ancor più da un impellente sentimento di solidarietà. E così mette a rischio la sua vita pur di proteggere i partigiani che  si sono affidati a lui. Anche Franco, e insieme con lui quanti sono rimasti alla Campanella e nel paese, faranno la loro parte.  Nel racconto di don Bianchi, in parte autobiografico, la Storia con la s maiuscola si esalta nella piccola storia dei protagonisti più o meno noti, le cui vicende sono poi seguite  fino a quando il senso di avvenimenti tanto grandi sarà finalmente a loro chiaro.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Romanzo di altissimo valore letterario e civile, &lt;i&gt;La messa dell'uomo disarmato &lt;/i&gt; interroga la nostra più sincera umanità. «Ci sono romanzi – ha scritto Luigi Preziosi in una impeccabile &lt;a href="http://bombacarta.com/wp-content/uploads/monografie/uomo_disarmato.pdf"&gt;monografia&lt;/a&gt; - che a tal punto si sedimentano nella coscienza di chi li legge che li si chiude solo con nostalgia, quasi rimpiangendo il mondo che, a lettura conclusa, si è costretti a lasciare, pur avvertendosene ancora come un prolungamento nel mondo reale: riemergono autonomamente di quando in quando brandelli di sensazioni provate durante la lettura, con la medesima autorevolezza di quelle provate in tante altre circostanze della vita reale. Sono esperienze di lettura spesso legate all'adolescenza o all'inesperienza nel leggere, e si è portati a pensare che la maturità di lettori, se affina lo spirito critico, indebolisca l'ingenuità del leggere che provoca emozioni così forti. &lt;i&gt;La messa dell'uomo disarmato&lt;/i&gt; di Luisito Bianchi è tra queste rare storie che si vorrebbe non finissero mai, e che al tempo stesso restituiscono al leggere quel valore di passione che a volte si teme di aver smarrito».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Come un fiume in piena, scrive ancora Preziosi, «il racconto travolge il lettore con la sua ricchezza di storie e di figure, ambisce come pochi altri a riprodurre spezzoni di esistenze nella loro interezza e nella loro complessità, nell'inesauribile variare intrecciarsi perdersi e ritrovarsi degli incontri, nel tentativo di recuperare il senso di tanti avvenimenti che solo il decorso del tempo (a volte) chiarisce, nella consapevolezza dell'inananità dello sforzo di pervenire ad un'improbabile &lt;i&gt;reductio ad unum&lt;/i&gt; che connetta nodi e dia significati».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Alcuni dei personaggi incontrati resteranno scolpiti nella memoria del lettore. Ed emergerà in particolare la resistenza dei cristiani, come esperienza estrema che mette in conflitto  passione umana e fedeltà alla Parola. Anche se poi per tutti, credenti ciascuno a modo suo, il riconoscersi nell'unica fede  significherà  opporsi strenuamente all'iniquità, alla prevaricazione, alla violenza, riconoscendosi in un universale senso di giustizia pur nel temporaneo attenuarsi di altri ideali che non verranno tuttavia mai meno. E certo non verrà meno il desiderio di tramandare ai posteri il senso e il valore di quel resistere, pur nel dolore che ne è derivato,  nella prospettiva della costruzione di un mondo nuovo. Una prospettiva secondo la quale la resistenza è vista, nonostante contraddizioni ed eccessi che pure non sono mancati,  come atto d'amore.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; «Ma la resistenza – scrive Preziosi - ha in Bianchi un ulteriore significato, quello di una pertinace ricerca della Parola anche quando questa è oscura o tace o pare non esistere, o peggio, non essere mai esistita. Ciò che tarda verrà, anche quando la stessa persistenza nella fedeltà ha il peso di un'abitudine di cui non si ritrova il senso, anche quando, nella stanchezza di silenzi che non hanno risposte, non si aspetta nessuno».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Dopo quanto detto, non posso che invitare alla lettura di questo libro, tanto grandioso quanto necessario. Certo che, una volta iniziata, non riuscirete a staccarvi dalle sue pagine. Come avvenuto a me.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-2479898820855807412?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/2479898820855807412/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=2479898820855807412' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/2479898820855807412'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/2479898820855807412'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2012/01/don-luisito-bianchi-e-il-grande-romanzo.html' title='Don Luisito Bianchi e il grande romanzo sulla Resistenza'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-JAcKyJaRQYU/TwhIeH14uhI/AAAAAAAABMA/EskpdgQVXGI/s72-c/don-luisito-bianchi.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-5487998416016252368</id><published>2012-01-04T16:00:00.004+01:00</published><updated>2012-01-05T10:06:17.618+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Fotografia'/><title type='text'>Dietro la debolezza la dignità dell'uomo</title><content type='html'>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-JS_XsjRaKdk/TwQlIq9L7mI/AAAAAAAABJE/70docaK9enA/s1600/Coppia+8+INDIA-10720.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="212" src="http://3.bp.blogspot.com/-JS_XsjRaKdk/TwQlIq9L7mI/AAAAAAAABJE/70docaK9enA/s320/Coppia+8+INDIA-10720.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif; font-size: x-small;"&gt;&lt;i&gt;Ragazzo in fuga, Jodhpur, India, 2007&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;span style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;span style="color: blue;"&gt;Al Macro di Roma le fotografie di Steve McCurry&lt;/span&gt; &lt;/span&gt; &lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Una delle caratteristiche di Steve McCurry, acclamato fotografo e maestro indiscusso del colore, è quello di entrare in assoluta empatia con le persone che ritrae. In tal senso non “ruba” scatti, ma li sollecita con grande rispetto, cercando di far entrare nell’obiettivo qualcosa di più che semplici immagini. In tal senso le sue foto non sono bidimensionali; vi si coglie sempre dell’altro: i segni delle umanissime emozioni raccontate soprattutto da un volto ed evidenziate dal contesto, ovvero da quanto, pur in secondo piano, non è solo un semplice sfondo ma parte essenziale del racconto.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Già, perché le foto di McCurry sanno raccontare storie anche quando non rientrano in una sequenza. Ed è questa la loro forza, esaltata da una padronanza assoluta della tecnica e del linguaggio del colore, come pure da una straordinaria sensibilità. «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza — spiega — le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te».&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Steve McCurry, premiato diverse volte con il World Press Photo Awards che si può considerare come una sorta di Nobel della fotografia, ha scelto di raccontare l’uomo. E lo fa lavorando sulla debolezza e non sulla forza, mostrandoci un’umanità cosciente di questa sua fragilità tanto da farne un punto di dignità.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-yLjpsNGqTzk/TwQlnQBxfYI/AAAAAAAABJ0/rNce9XE5zCY/s1600/Coppia+2+SRILANKA-10006.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="213" src="http://1.bp.blogspot.com/-yLjpsNGqTzk/TwQlnQBxfYI/AAAAAAAABJ0/rNce9XE5zCY/s320/Coppia+2+SRILANKA-10006.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="color: #333333;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;Pescatori,&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: #333333;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: #333333;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;Weligama&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: #333333;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;, &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: #333333;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;costa&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: #333333;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: #333333;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;Sud&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: #333333;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;, Sri Lanka, 1995&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Il suo è dunque un lavoro sull’accettazione dell’incertezza della vita, con i suoi disagi, le sue fatiche, i suoi dolori, le sue gioie, le sue speranze racchiuse in un orizzonte che talvolta non va oltre il quotidiano. Perché le persone che racconta appartengono a quella parte del mondo che non partecipa al banchetto dei grandi, che vive del sudore del duro lavoro di ogni giorno, che fa i conti con l’insensibilità di chi detiene ricchezza e potere e con l’imprevedibilità della natura.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Quello di McCurry è dunque un mondo a noi lontano, ma al quale non possiamo essere indifferenti, perché con le sue foto pone seri interrogativi sul nostro modo di essere e di vivere. Un mondo che oggi possiamo ammirare in tutta la sua bellezza a volte inquietante e non di rado drammatica nella mostra aperta fino al 29 aprile presso il Museo d’Arte Contemporanea di Roma, negli spazi espositivi della Pelanda a Testaccio. Le oltre duecento fotografie del maestro, nell’originale allestimento di Fabio Novembre pensato come un villaggio nomade, sono state scelte non con criteri spazio-temporali, ma per assonanza di soggetti e di emozioni, cercando i fili comuni e i legami non sempre lineari che accomunano luoghi e persone seppure in latitudini diverse.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Se si volesse trovare una chiave di lettura dell’affascinante itinerario tra popoli e culture proposto attraverso le immagini di McCurry in questa mostra — promossa da Comune di Roma, Macro e Civita con la collaborazione dell’Agenzia SudEst57 — si potrebbe dire che si tratta di un viaggio nella storia dell’uomo, nel senso che gli scatti danno conto dell’intero ciclo della vita umana, dalla nascita alla morte. Ed è un cammino ricco di suggestioni, affascinante, intenso, a tratti duro, comunque emozionante, persino commovente, soprattutto quando i protagonisti sono bambini, sia che giochino spensieratamente tra misere capanne di paglia e pozzanghere, sia che si guadagnino da vivere con attività dure e pericolose.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Non mancano alcune delle icone di McCurry, come il celebre ritratto della ragazza afgana dagli occhi verdi, scattate nel corso degli oltre trent’anni della sua straordinaria carriera di fotografo e di reporter della prestigiosa agenzia Magnum Photo e del «National Geographic». Ma oltre a una selezione del suo vasto repertorio, sono esposti per la prima volta lavori dal 2009 al 2011, in particolare il progetto the last roll con le immagini scattate in giro per il mondo utilizzando l’ultimo rullino Kodachrome prodotto, nonché i recenti viaggi in Thailandia e in Myanmar con una serie di immagini dedicate al buddismo, e un reportage inedito su Cuba.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; text-align: right;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-uhP8N2JmXWA/TwQmDGSXU-I/AAAAAAAABLs/c37O-mBPxok/s1600/Coppia+8+INDIA-10215.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="213" src="http://2.bp.blogspot.com/-uhP8N2JmXWA/TwQmDGSXU-I/AAAAAAAABLs/c37O-mBPxok/s320/Coppia+8+INDIA-10215.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif; font-size: x-small;"&gt;&lt;i&gt;Elezioni, Calcutta, India, 1996&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Dopo averci fatto conoscere i volti e i colori dell’Afghanistan, del Tibet e più in generale di quell’immenso crocevia di popoli e culture che è l’Oriente, McCurry vuole anche mostrare il suo originale sguardo sul Belpaese e sulla sua gente. Lo fa attraverso una selezione di «fotografie italiane», un magnifico omaggio all’Italia in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’unità, frutto dei ripetuti soggiorni effettuati lo scorso anno in varie città e regioni, dal Veneto alla Sicilia, appositamente per questo evento.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Sempre in viaggio, più probabilmente in qualche parte dell’Asia che non in America, Steve McCurry ha fatto del viaggiare una dimensione di vita, «perché già il solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse — sottolinea — mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile». Nato a Philadelphia nel 1950, comincia presto a collaborare come fotografo con un giornale locale. Dopo tre anni decide di recarsi in India per il suo primo vero portfolio con immagini del viaggio. Dopo la pubblicazione di un lavoro importante sull’Afghanistan, collabora con alcune delle riviste più prestigiose: «Time», «Life», «Newsweek», «Geo» e il già citato «National Geographic».&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&amp;nbsp;Inviato su tanti fronti di guerra, da Beirut alla Cambogia, dal Kuwait all’ex Jugoslavia, all’Afghanistan, McCurry si è sempre spinto in prima linea pur di testimoniare gli effetti e le conseguenze dei conflitti in tutto il mondo. Ma nel farlo non si è mai limitato alla mera illustrazione, ha invece sempre cercato di andare oltre, come un instancabile esploratore della natura umana, per restituirci il senso di una fraternità senza confini, di una solidarietà oltre le differenze.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(©L'Osservatore Romano – 5 gennaio 2012)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;a href="http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%2FDetail&amp;amp;last=false=&amp;amp;path=/news/cultura/2012/004q11-Dietro-la-debolezza-la-dignit--dell-uomo.html&amp;amp;title=Dignity%20behind%20human%20weakness&amp;amp;locale=en"&gt;English summary&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%2FDetail&amp;amp;last=false=&amp;amp;path=/news/cultura/2012/004q11-Dietro-la-debolezza-la-dignit--dell-uomo.html&amp;amp;title=Tras%20la%20debilidad%20%20de%20la%20dignidad%20del%20hombre&amp;amp;locale=es"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Resumen en español&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-5487998416016252368?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/5487998416016252368/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=5487998416016252368' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/5487998416016252368'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/5487998416016252368'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2012/01/dietro-la-debolezza-la-dignita-delluomo.html' title='Dietro la debolezza la dignità dell&apos;uomo'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-JS_XsjRaKdk/TwQlIq9L7mI/AAAAAAAABJE/70docaK9enA/s72-c/Coppia+8+INDIA-10720.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-4342765742269927367</id><published>2011-12-31T09:24:00.002+01:00</published><updated>2011-12-31T09:30:53.434+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Varie'/><title type='text'>Che il 2012 sia migliore</title><content type='html'>&lt;span style="color: blue; font-family: Georgia, 'Times New Roman', serif; font-size: x-large;"&gt;Vorrei rinnovare a tutti gli auguri di un sereno 2012, sperando che sia migliore dell'anno che stiamo per salutare senza troppi rimpianti.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Georgia, 'Times New Roman', serif; font-size: x-large;"&gt;E mi piace farlo riproponendo una vignetta di Massimo Bucchi, pubblicata su "la Repubblica" alla fine del 2004, ma che mi sembra particolarmente adatta.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-aPk5oaVkTaU/Tv698KuKY-I/AAAAAAAABG0/jDJPd1dwFSc/s1600/2004-02.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="366" src="http://4.bp.blogspot.com/-aPk5oaVkTaU/Tv698KuKY-I/AAAAAAAABG0/jDJPd1dwFSc/s400/2004-02.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;span style="color: red; font-family: Georgia, 'Times New Roman', serif; font-size: x-large;"&gt;&lt;b&gt;Auguri!&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-4342765742269927367?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/4342765742269927367/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=4342765742269927367' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4342765742269927367'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4342765742269927367'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/12/che-il-2012-sia-migliore.html' title='Che il 2012 sia migliore'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-aPk5oaVkTaU/Tv698KuKY-I/AAAAAAAABG0/jDJPd1dwFSc/s72-c/2004-02.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-5248283116979860254</id><published>2011-12-30T12:20:00.000+01:00</published><updated>2011-12-30T12:20:33.837+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Attualità'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Chiesa'/><title type='text'>I giovani, la pace e la giustizia</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-cqIs-n-xJAw/Tv2eUwM1Q3I/AAAAAAAABGo/wlNN16IJsRM/s1600/96b06e268d33cb3de27c05ac391969a3.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;span style="color: blue;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://2.bp.blogspot.com/-cqIs-n-xJAw/Tv2eUwM1Q3I/AAAAAAAABGo/wlNN16IJsRM/s320/96b06e268d33cb3de27c05ac391969a3.jpg" width="320" /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;"&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della pace 2012&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Anche se nell’ultimo anno «è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia» e «sembra quasi che una oltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno», Benedetto XVI invita a guardare al 2012 con «atteggiamento fiducioso». Lo fa  nel messaggio per la XLV Giornata mondiale della pace che si celebra il 1° gennaio, rivolgendosi a tutti gli uomini di buona volontà. Ma in particolare il Papa guarda ai giovani, «nella convinzione che essi, con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possono offrire una nuova speranza al mondo».  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Non a caso il tema della giornata è &lt;i&gt;Educare i giovani alla giustizia e alla pace&lt;/i&gt;, e del resto il Pontefice si mostra attento alle preoccupazioni manifestate da molti giovani negli ultimi tempi, in diverse regioni del mondo - soprattutto le difficoltà a formare una famiglia e a trovare un lavoro stabile -,  vedendovi  «il desiderio di poter guardare con speranza fondata verso il futuro».  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Da qui la scelta della prospettiva educativa in cui tutti devono sentirsi coinvolti. Ai genitori il Papa chiede di svolgere il loro ruolo di educatori, perché è la famiglia «la prima scuola dove si viene educati alla giustizia e alla pace». Mentre allo Stato spetta aiutare famiglie e istituzioni educative a «esercitare il loro diritto-dovere di educare» con misure concrete. Tra queste, Benedetto XVI indica «un adeguato supporto alla maternità e alla paternità», così come la garanzia che «le famiglie possano scegliere liberamente le strutture educative ritenute più idonee», nonché  l’impegno a favorire i ricongiungimenti familiari per i migranti. Ai politici in particolare il Pontefice chiede di offrire ai giovani «un’immagine limpida della politica, come vero servizio per il bene di tutti».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Quanto ai contenuti dell’azione educativa, il Papa precisa che essa «riguarda la formazione integrale della persona, inclusa la dimensione morale e spirituale dell’essere». Benedetto XVI rimarca, dunque,  che «non si può sacrificare la persona per raggiungere un bene particolare». Perciò, rilanciando quanto scritto nella &lt;i&gt;Caritas in veritate&lt;/i&gt;,  mette in guardia dalla «diffusa tendenza a ricorrere esclusivamente ai criteri dell’utilità, del profitto e dell’avere». E ricorda che per educarsi alla compassione, alla solidarietà e alla fraternità è necessario «essere attivi all’interno delle comunità e vigili nel destare le coscienze sulle questioni nazionali ed internazionali e sull’importanza di ricercare adeguate modalità di ridistribuzione della ricchezza, di promozione della crescita, di cooperazione allo sviluppo e di risoluzione dei conflitti».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Il volto umano di una società dipende dal contributo dell’educazione a mantenere viva l’insopprimibile domanda su chi è l’uomo. E, sottolinea il Papa,  «l’uomo è un essere che porta nel cuore una sete di infinito, una sete di verità - non parziale, ma capace di spiegare il senso della vita - perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio». Riconoscere questa verità porta ad «avere un profondo rispetto per ogni essere umano».  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;&lt;b&gt;Molisinsieme n. 22 - 31 dicembre 2011&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-5248283116979860254?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/5248283116979860254/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=5248283116979860254' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/5248283116979860254'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/5248283116979860254'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/12/i-giovani-la-pace-e-la-giustizia.html' title='I giovani, la pace e la giustizia'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-cqIs-n-xJAw/Tv2eUwM1Q3I/AAAAAAAABGo/wlNN16IJsRM/s72-c/96b06e268d33cb3de27c05ac391969a3.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-2597277497314654970</id><published>2011-12-22T12:00:00.000+01:00</published><updated>2011-12-22T12:00:31.036+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Varie'/><title type='text'>E' Natale, malgrado la crisi!</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;b style="color: red;"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;Anche quest'anno mi è caro rivolgere a quanti si collegano regolarmente a questo blog, così come a quelli che vi capiteranno per caso navigando nella rete, i miei più sinceri&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="color: red;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: large;"&gt;auguri&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size: large;"&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;di un sereno Natale&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;e di un altrettanto sereno e gioioso 2012.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;E stavolta, dopo gli “auguri scomodi” di don Tonino Bello dello scorso anno, lo faccio riproponendo le parole pronunciate da Paolo VI durante l'udienza generale del 18 dicembre 1963. Sono trascorsi quasi cinquant'anni, ma l'esortazione che il Papa rivolgeva ai fedeli di allora mi sembra attualissima in questo Natale in tempo di crisi. Perchè è pur sempre Natale, nonostante tutte le difficoltà.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;Grazie a tutti per l'attenzione che mi riservate! &lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: red;"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-XGNlb6_9uz8/TvMM3D94ApI/AAAAAAAABGc/lMEuhFDOyBc/s1600/nativita_sinai_VII_sec.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="640" src="http://4.bp.blogspot.com/-XGNlb6_9uz8/TvMM3D94ApI/AAAAAAAABGc/lMEuhFDOyBc/s640/nativita_sinai_VII_sec.jpg" width="529" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;Natività, Sinai, VII secolo&lt;/i&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;i style="font-family: Times, 'Times New Roman'; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: large;"&gt;Diletti Figli e Figlie!&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman'; font-size: large;"&gt;Vi salutiamo tutti di gran cuore, con quella vivacità di sentimenti e di voti, che la prossima festa del Santo Natale mette nell’animo Nostro. La vostra venuta Ci sembra pervasa dallo spirito di questa santa ricorrenza, e accresce in Noi la compiacenza della vostra visita, come se fosse quella di figli che cercano e gustano la gioia di trovarsi nella casa paterna e sono contenti di godere un momento di spirituale intimità.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman'; font-size: large;"&gt;E così per Noi, che nel pensiero della festività natalizia sentiamo più vivi i vincoli di carità che ci uniscono tutti a Cristo Signore, e che in Lui ci stringono nella parentela spirituale che fa di voi tutti Nostri fratelli nella fede e nella carità, e Nostri figli nella santa famiglia della Chiesa.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman'; font-size: large;"&gt;Il Natale viene perciò a farci meglio comprendere la comunione di sentimenti e di grazie della vita cattolica; ed in questa comunione Noi vi esprimiamo i Nostri migliori auguri per la prossima dolcissima festa.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman'; font-size: large;"&gt;Ci pare tanto prezioso questo momento, che ne profittiamo per aggiungere ai Nostri voti alcune paterne esortazioni per la migliore celebrazione del vostro Natale. Sono esortazioni molto ovvie, ma forse non vi farà dispiacere ascoltarle dalla Nostra voce.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman'; font-size: large;"&gt;Il vostro Natale: vogliate, innanzi tutto, celebrarlo religiosamente. Sembrerebbe superflua e quasi offensiva una simile raccomandazione, se non si sapesse che la Festa per eccellenza cristiana, quella della nascita di Gesù Cristo nel mondo, quella dell’Incarnazione del Verbo di Dio, viene a subire, al tempo nostro e in una società come quella che ci circonda, sempre più profana e insensibile al senso ed al valore delle feste cristiane, tante alterazioni, alcune puramente esteriori e comprensibili, altre più profondamente rivolte a dare al Natale altre forme, che non quelle pie e sacre dei suoi riti religiosi, del suo presepio, dei suoi pensieri umili e sublimi relativi a tanto mistero. Voi procurate che il vostro Natale sia religioso, dicevamo; vi trovi tutti presenti di persona e di spirito alle sacre funzioni; e vi imprima nell’anima pensieri e propositi degni di cristiani che celebrano il primo, commovente incontro con Gesù, fatto piccolo e povero per essere nostro fratello, nostro esempio e nostro Salvatore.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman'; font-size: large;"&gt;Poi: conservate al vostro Natale il suo carattere di festa domestica. Gesù, nascendo al mondo, ha santificato la vita umana, nella sua prima età, l’infanzia; ha santificato la famiglia, la maternità specialmente; ha santificato la casa umana, il nido degli affetti naturali più cari e più comuni; ha santificato la nostra vita qual è, nei suoi affetti, nelle sue vicende, nelle sue prove, nei suoi lavori, nei suoi terreni e poi nei suoi celesti destini. Fate di godere il vostro Natale, per quanto possibile, con i vostri cari, date loro il dono della vostra affezione, della vostra fedeltà a quella famiglia da cui avete ricevuto l’esistenza e certo con essa l’iniziazione cristiana e l’educazione. Portate, a nome Nostro, ai vostri focolari un saluto speciale, un augurio speciale, una benedizione speciale, proprio nello spirito familiare del Santo Natale.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman'; font-size: large;"&gt;E infine: vi raccomandiamo il ricordo dei Poveri. Sappiamo che questo ricordo è molto diffuso; e ne siamo lietissimi. La beneficenza natalizia è tuttora un segno di bontà cristiana e di civiltà. Anche voi, ne siamo sicuri, nel giorno in cui adoriamo il Signore fatto povero per amor nostro, vi ricorderete con premura spontanea e gentile di coloro che hanno bisogno di aiuto. I bisogni sono tanti, e non farete fatica a individuare quelli che vi sono vicini, o che sono a vostra portata; e Noi fin d’ora vi lodiamo della carità che, in occasione del Natale, voi certamente praticherete. Due raccomandazioni complementari, se mai, aggiungiamo alla principale; che la vostra carità comporti qualche sacrificio, qualche rinuncia ed abbia così il valore ed il merito delle cose che costano; e che la compiate, la vostra carità, per amore del Signore: questo è il motivo che le dà una dignità superiore ed un titolo alla ricompensa divina.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman'; font-size: large;"&gt;Così il Natale sarà bello veramente, e vi meriterà molti favori da Gesù, nel nome del Quale vi diamo a tutti la Nostra Apostolica Benedizione.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman';"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman';"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Paolo VI&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-2597277497314654970?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/2597277497314654970/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=2597277497314654970' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/2597277497314654970'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/2597277497314654970'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/12/e-natale-malgrado-la-crisi.html' title='E&apos; Natale, malgrado la crisi!'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-XGNlb6_9uz8/TvMM3D94ApI/AAAAAAAABGc/lMEuhFDOyBc/s72-c/nativita_sinai_VII_sec.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-3867996221097990347</id><published>2011-12-21T16:00:00.006+01:00</published><updated>2011-12-21T16:00:00.334+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Fotografia'/><title type='text'>Poesie in bianco e nero</title><content type='html'>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-1KGJUd04bSI/TvG0bx5S9RI/AAAAAAAABFU/3KoSjKqmMEg/s1600/1.jpeg" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="213" src="http://1.bp.blogspot.com/-1KGJUd04bSI/TvG0bx5S9RI/AAAAAAAABFU/3KoSjKqmMEg/s320/1.jpeg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;Firenze, 1958&lt;/i&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;In mostra a Milano una selezione di fotografie di Leonard Freed. Ammaliato dal Belpaese perché lì il passato è sempre presente&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size: large;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;«Fondamentalmente penso che ci siano fotografie informative e fotografie emotive. Io non faccio fotografie informative, non sono un fotogiornalista, sono un autore, non sono interessato ai fatti. Io voglio mostrare atmosfere». Per sua stessa ammissione Leonard Freed non inseguiva spasmodicamente la notizia. Nelle sue foto era piuttosto alla ricerca di una dimensione più profonda, capace di fare emergere  impressioni, stati d’animo, suggestioni. Del resto si considerava un artista più che un fotoreporter: «Voglio una fotografia che si possa estrapolare dal contesto e appendere in parete per essere letta come un poema», diceva. E per un artista nessun luogo è fonte di ispirazione quanto l’Italia, una terra in cui passato e presente coabitano, si toccano, parlano di una storia mai finita. Per questo Freed era innamorato del Belpaese. Vi aveva trovato l’oggetto ideale della sua ricerca artistica.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-ffo3W2hpapc/TvG0fZpTfTI/AAAAAAAABF0/wqelygfp2po/s1600/6.jpeg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="214" src="http://2.bp.blogspot.com/-ffo3W2hpapc/TvG0fZpTfTI/AAAAAAAABF0/wqelygfp2po/s320/6.jpeg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;Sicilia, 1975&lt;/i&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Ora cento immagini frutto di questa ricerca — scattate in diverse località dalla metà del Novecento agli inizi del nuovo secolo e che costituiscono una sorta di diario degli oltre quarantacinque soggiorni compiuti dal fotografo nel Paese — sono in mostra fino all’8 gennaio presso la Fondazione Stelline di Milano. L’esposizione, dal titolo «Io amo l’Italia»,  rientra tra le iniziative per le celebrazioni del centocinquantesimo  anniversario dell’Unità  che hanno ottenuto la concessione del logo ufficiale.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; La selezione di scatti di Leonard Freed — nato a New York nel 1929, dal 1972 fino alla morte,  nel 2006, membro della celebre agenzia Magnum Photo —  spazia dagli esordi alla maturità, abbracciando le numerose tappe della sua prestigiosa carriera. Il percorso espositivo, attraverso immagini analogiche in un rigoroso bianco e nero, consente di cogliere il lato più sensibile del  fotografo, quello in grado di  ritrarre la società italiana senza stereotipi, con scatti  che descrivono prima di tutto  le persone.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Quando fra il 1952 e il 1958, mosso dall’intento di diventare pittore, comincia a viaggiare attraverso l’Europa, Freed scopre la passione per la fotografia — all’inizio un modo come un altro per sbarcare il lunario —  e viene ammaliato dall’Italia, Paese che per la verità aveva iniziato a conoscere nella Little Italy di New York. E che, una volta scoperto, diventa presto un campo privilegiato di osservazione; un luogo in cui «il passato è sempre presente non solo nei luoghi ma nella vita quotidiana delle gente».  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-5CxwPBQSilE/TvG0dvL35XI/AAAAAAAABFk/1GBkbpHRImc/s1600/4.jpeg" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://4.bp.blogspot.com/-5CxwPBQSilE/TvG0dvL35XI/AAAAAAAABFk/1GBkbpHRImc/s320/4.jpeg" width="213" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;Roma, 1958&lt;/i&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Dunque, più che l’arte, l’architettura e il paesaggio, a Freed interessano gli italiani. Basta scorrere le foto della mostra — raccolte in un catalogo da Admira Edizioni (Milano, 2011, pagine 215, euro 45) — per cogliere la fascinazione che la quotidianità esercita sull’artista. Roma soprattutto, ma anche Milano, Napoli, Firenze, Siena e Palermo lo incantano: la spontaneità delle persone e il desiderio di sfuggire alla miseria lasciata dalla seconda guerra mondiale vengono immortalati con grande sensibilità.  Che si tratti di sacerdoti romani sorpresi da una nevicata in piazza San Pietro, di soldati seduti sul parapetto  di un ponte sull’Arno, di lavoratori siciliani, di alunni napoletani, di contadini siciliani, di aristocratici veneziani o di operai lombardi, lo sguardo del fotografo rivela acutezza nel cogliere la condizione sociale dei soggetti, senza tuttavia mai ostentare un’analisi politica che non gli interessa. E alla fine ciò che invece emerge è uno studio stratigrafico che racconta mezzo secolo di cambiamenti.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; «Se leggiamo uno qualsiasi dei brevi testi che scriveva, uno dei diari, una delle interviste, ci accorgiamo — sottolinea Michael Miller nel saggio critico che accompagna il volume — che Freed era un profondo conoscitore dei suoi simili, capace di porre tra sé e gli altri una certa distanza mentale. Le persone che incontrava l’incuriosivano enormemente: anche quando lo infastidivano, lo ferivano o si trovava a disapprovarne il comportamento, la sua reazione era mitigata da un’accettazione realistica della multiforme natura umana (...) In questo libro ci sono non poche rappresentazioni d’opere d’arte e di paesaggi, ma l’elemento umano non manca mai, sia come presente che come passato dell’umanità attraverso i suoi manufatti».  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-LBhyVks8jCw/TvG0WgURHUI/AAAAAAAABFI/vb2cnPOLE4Q/s1600/2.jpeg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://2.bp.blogspot.com/-LBhyVks8jCw/TvG0WgURHUI/AAAAAAAABFI/vb2cnPOLE4Q/s320/2.jpeg" width="213" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;Napoli, 1956&lt;/i&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Per questo i suoi scatti sono molto più che semplici reportage. Hanno a che fare con sentimenti umani, seppure scaturiti dall’attualità. E che si tratti di una catastrofe naturale, di una guerra, della lotta  per i diritti civili o della descrizione della normale vita quotidiana, «Freed  non prende mai alla lettera gli avvenimenti: ne rappresenta invece — sottolinea Miller — l’effetto su coloro che vi sono coinvolti (...) Le sue fotografie  vanno oltre la fotografia, perché arricchite dall’umanesimo della sua prospettiva, della sua &lt;i&gt;Weltanschauung&lt;/i&gt;, e queste immagini rientrano tanto nella tradizione di Shakespeare o Dickens quanto in quella puramente fotografica di Henri Cartier-Bresson».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Leonard Freed, sostiene la curatrice della mostra,  Enrica Viganò, «si poneva molte domande, nei suoi diari fitti fitti appuntava la profonda ricerca che stava svolgendo sull’esistenza e sulle motivazioni del vivere umano. Il suo strumento era la macchina fotografica, il suo talento era la comprensione istintiva delle forme visive, il suo impegno era tutto dedicato alle persone e, di conseguenza, alla madre di tutte le domande: chi siamo?». In tal senso si considerava un acuto osservatore della psicologia umana. «La mia macchina fotografica è il mio lettino dello psichiatra», diceva. Ma aveva anche un altro ambizioso obiettivo: quello di rappresentare lo scorrere del tempo:   «La cosa che sto cercando di mettere nelle mie fotografie — spiegò — è l’elemento del tempo. Il tempo passa e noi abbiamo bisogno di esserne consapevoli. La fotografia ci può dare questa consapevolezza».  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Sfogliando le pagine del volume si ha davvero l’impressione di attraversare il tempo, senza tuttavia sentirne il peso. E in questo aiuta anche l’aver mischiato le carte, ovvero luoghi e stagioni, per creare un suggestivo percorso della memoria aperto a diverse interpretazioni. Ma resta l’oggettiva bellezza delle immagini, tanto formalmente impeccabili per equilibrio compositivo quanto sensibili all’antropologia culturale e all’indagine etnografica. Così come la loro capacità di raccontare storie di persone e di comunità. E, insieme, di ricostruire un pezzo significativo della recente storia italiana.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-family: Arial, Tahoma, sans-serif;"&gt;&lt;b&gt;(©L'Osservatore Romano –  22 dicembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;  &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-3867996221097990347?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/3867996221097990347/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=3867996221097990347' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/3867996221097990347'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/3867996221097990347'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/12/poesie-in-bianco-e-nero.html' title='Poesie in bianco e nero'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-1KGJUd04bSI/TvG0bx5S9RI/AAAAAAAABFU/3KoSjKqmMEg/s72-c/1.jpeg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-7146524302503096436</id><published>2011-12-19T12:22:00.004+01:00</published><updated>2011-12-19T17:29:21.219+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Letteratura'/><title type='text'>"Il cimitero di Praga":  una noia mortale</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-EXsF1ICFmug/Tu8a-TJmLhI/AAAAAAAABE4/s44Q_J1pSls/s1600/thumbfalsecut1318491293344_475_280.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="187" src="http://4.bp.blogspot.com/-EXsF1ICFmug/Tu8a-TJmLhI/AAAAAAAABE4/s44Q_J1pSls/s320/thumbfalsecut1318491293344_475_280.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;Lo so, arrivo in ritardo. Il fatto risale ormai a un paio di mesi fa. Ma dopo averci pensato su un po', ho deciso di rivelarlo. Ebbene sì, lo confesso: non sono riuscito a finire &lt;/i&gt;Il cimitero di Praga&lt;i&gt; di Umberto Eco. Ce l'ho messa tutta, dopo essermi risolto di acquistarlo. Ho provato ad arrivare all'ultima riga, ma alla fine mi sono arreso alla trecentocinquantaseiesima pagina. Una sconfitta, per me, che difficilmente non finisco di leggere un libro. Mi era capitato con Baricco: dopo aver divorato&amp;nbsp;&lt;/i&gt;Oceano mare -&amp;nbsp;&lt;i&gt;&amp;nbsp;che avevo trovato a dir poco straordinario, uno dei migliori libri che avessi mai letto - preso dall'entusiasmo avevo provato a leggere &lt;/i&gt;City&lt;i&gt; e &lt;/i&gt;Seta&lt;i&gt;. Li ho abbandonati entrambi dopo una manciata di pagine. Una delusione totale.  &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt; Tornando all'ultimo Eco, l'argomento mi sembrava interessante. Campo d'azione il XIX secolo, location tra Torino, Palermo e Parigi, città in cui troveremo un falsario senza scrupoli; una satanista isterica; un abate che muore due volte; alcuni cadaveri in una fogna parigina; un garibaldino che si chiamava Ippolito Nievo, scomparso in mare nei pressi dello Stromboli; il falso bordereau di Dreyfus per l’ambasciata tedesca; la crescita graduale di quella falsificazione nota come &lt;/i&gt;I protocolli dei Savi Anziani di Sion;&lt;i&gt;&amp;nbsp;gesuiti che tramano contro i massoni; massoni, carbonari e mazziniani che strangolano i preti con le loro stesse budella; un Garibaldi artritico dalle gambe storte; i piani dei servizi segreti piemontesi;,francesi, prussiani e russi; le stragi in una Parigi della Comune dove si mangiano i topi; orrendi e maleodoranti ritrovi per criminali che tra i fumi dell’assenzio pianificano esplosioni e rivolte di piazza; barbe finte, falsi notai, testamenti mendaci, confraternite diaboliche e messe nere.  &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;Non c'è che dire, materiale di prim'ordine per un romanzo d’appendice di stile ottocentesco, tra l’altro illustrato come i feuilletons di quel tempo. &amp;nbsp;Anzi, a dire il vero, di roba ce n'è fin troppa. &amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;i style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Avrei dovuto sospettare, ma, pur con titubanza e dopo lunga riflessione, &amp;nbsp;ho acquistato il libro. Per scoprire, mio malgrado, che i sospetti erano fondati, vista la difficoltà a&lt;/i&gt;&lt;i style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&amp;nbsp;star dietro a tutto, a seguire il protagonista, che fa cose che sono state veramente fatte, anche se lo scrittore gliene attribuisce  molte probabilmente compiute da altri.&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-HP-8PQIaw6A/Tu8bC7YdI7I/AAAAAAAABFA/O3ZTVh_MetE/s1600/cim_praga.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="213" src="http://1.bp.blogspot.com/-HP-8PQIaw6A/Tu8bC7YdI7I/AAAAAAAABFA/O3ZTVh_MetE/s320/cim_praga.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt; Troppi intorcinamenti narrativi, troppi inutili dettagli, troppe verbose divagazioni, troppe devastanti elucubrazioni che mettono a dura prova anche il lettore più paziente e attento. Così, non per doverosa solidarietà cameratesca, ma per convinzione, devo dire che mi trovo completamente d'accordo con quanto scritto dalla brava collega Silvia Guidi su «L'Osservatore Romano» del  13 ottobre: &amp;nbsp;«Troppo difficile e raffinato, inaccessibile alla massa, a quel volgo profano che, da Orazio in poi, ogni intellettuale d’élite che si rispetti si vanta di odiare e tenere accuratamente a distanza? No, solo troppo noioso. Irrimediabilmente noioso. Talmente noioso da risultare illeggibile».&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt; La mia non è una critica ai contenuti, sebbene qualcuno vi abbia letto uno strisciante antisemitismo; né una presa di posizione a priori contro un personaggio che non ha risparmiato, anche di recente, discutibili critiche al Papa. Ho letto alti libri di Eco, che non mi sono dispiaciuti, almeno non del tutto (a scanso di equivoci chiarisco che non ho nemmeno provato a leggere &lt;/i&gt;Il pendolo di Foucault&lt;i&gt;). La mia è una critica al romanzo in quanto tale, a come è scritto. Condivido i giudizi &lt;/i&gt;&lt;span style="color: black; font-style: italic;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;d&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;i&gt;ella liberalprogressista «Süddeutsche Zeitung» e della liberalconservatrice «Frankfurter Allgemeine Zeitung». Per il primo &lt;/i&gt;Il cimitero di Praga&lt;i&gt; «è, nel migliore dei casi, un fallimento di alto livello, un noioso ammasso di inverosimiglianze grottesche».&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;i style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Mentre per il secondo  «dopo le prime trecento pagine non si tratta più di un romanzo ma di uno schedario di persone, mappe stradali e bibliografia».&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;Niente di più vero. Del resto Eco è un fine intellettuale – illuminista e snob – che prima di tutto sembra voler compiacere se stesso di questa sua erudizione. Certamente nello scrivere questo romanzo lui si sarà divertito un mondo a dar sfoggio di enciclopedica erudizione, ma io mi sono annoiato da morire, perdendomi nei contorti meandri della sua ridondante scrittura. E mi pento di aver resistito così a lungo, sottraendo tempo a più piacevoli letture.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt; Insomma, siamo sotto Natale: se proprio volete regalare un libro, non regalate  &lt;/i&gt;Il cimitero di Praga&lt;i&gt;. A meno che non vogliate punire qualcuno. Con raffinata cattiveria.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-7146524302503096436?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/7146524302503096436/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=7146524302503096436' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/7146524302503096436'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/7146524302503096436'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/12/il-cimitero-di-praga-una-noia-mortale.html' title='&quot;Il cimitero di Praga&quot;:  una noia mortale'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-EXsF1ICFmug/Tu8a-TJmLhI/AAAAAAAABE4/s44Q_J1pSls/s72-c/thumbfalsecut1318491293344_475_280.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-2674442915187165292</id><published>2011-12-14T16:00:00.015+01:00</published><updated>2011-12-14T16:00:03.325+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Attualità'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Chiesa'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Personaggi'/><title type='text'>Un sogno da portare avanti</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-auL5sSgsSUs/Tuh7mEmiHWI/AAAAAAAABEM/HDH99yKczIU/s1600/jolly.JPG" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://2.bp.blogspot.com/-auL5sSgsSUs/Tuh7mEmiHWI/AAAAAAAABEM/HDH99yKczIU/s320/jolly.JPG" width="295" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;La presentazione del documentario sull’opera del missionario coreano John Lee Tae-seok&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: large;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="border-bottom-style: none; border-color: initial; border-left-style: none; border-right-style: none; border-top-style: none; border-width: initial; margin-bottom: 0cm; padding-bottom: 0cm; padding-left: 0cm; padding-right: 0cm; padding-top: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Roma, 14. Nel piccolo villaggio di Tonj, nel Sud-Sudan, una banda musicale di giovani in sgargiante divisa rossa marcia, tra le lacrime dei presenti, tra le misere case. I bambini che precedono la banda stringono tra le mani la foto di un uomo: è don Jolly, il prete e medico Lee Tae-seok, definito lo Schweitzer coreano, che ha dedicato la vita a prendersi cura dei Dinka, una tribù colpita  dalla carestia, dalla guerra civile e dalla lebbra. La notizia  della sua morte è giunta inaspettata. Quella triste marcia è l’estremo saluto a quell’uomo venuto da lontano  a condividere la loro esistenza, a dare sollievo alle loro sofferenze e a portare in una terra martoriata un po’ di gioia anche con la sua passione per la musica: persino quella banda è una sua creatura. Come il piccolo ospedale e la scuola.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="border-bottom-style: none; border-color: initial; border-left-style: none; border-right-style: none; border-top-style: none; border-width: initial; margin-bottom: 0cm; padding-bottom: 0cm; padding-left: 0cm; padding-right: 0cm; padding-top: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Sono le toccanti scene finali di &lt;i&gt;Don’t cry for me, Sudan&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Non piangere per me, Sudan&lt;/i&gt;), il documentario del regista Goo Soo-hwan prodotto dalla rete televisiva della Corea del Sud  Kbs dedicato al sacerdote salesiano, che sarà proiettato giovedì 15, alle ore 17.30,  nella Sala Pio x di via della Conciliazione  per iniziativa dell’Ambasciata della Repubblica di Corea presso la Santa Sede. Sarà l’occasione per scoprire la figura e l’opera di questo prete morto il 14 febbraio 2010 a 48 anni per un cancro, la cui storia ha commosso i connazionali suscitando un’inattesa ondata di solidarietà. Tanto che il governo coreano ha istituito un premio, intitolato a don Lee Tae-seok, da conferire a quanti si distinguono in attività caritatevoli verso l’Africa. «È nostra speranza — afferma l’ambasciatore Thomas Hong-Soon Han — che, attraverso la proiezione di questo film, lo spirito evangelico eroicamente vissuto da questo missionario salesiano possa contribuire enormemente alla promozione della civiltà d’amore nel mondo d’oggi che sta attraversando una grave crisi morale».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-LVjGPgx4qms/Tuh7oSOq1NI/AAAAAAAABEU/3-TOzCVAqsg/s1600/info05_02.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="180" src="http://3.bp.blogspot.com/-LVjGPgx4qms/Tuh7oSOq1NI/AAAAAAAABEU/3-TOzCVAqsg/s320/info05_02.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="border-bottom-style: none; border-color: initial; border-left-style: none; border-right-style: none; border-top-style: none; border-width: initial; margin-bottom: 0cm; padding-bottom: 0cm; padding-left: 0cm; padding-right: 0cm; padding-top: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Alternando filmati di repertorio sulla drammatica storia recente del Sudan alternati, video familiari e testimonianze, il documentario ripercorre la vita del sacerdote. Nono di dieci figli, Lee Tai-suk nasce il 19 settembre 1962 a Pusan, da una  famiglia cattolica: il fratello maggiore Lee Tae-young Lee è frate francescano e la sorella Cristina è laica consacrata nel Movimento dei Focolari. Lee partecipa quotidianamente alla messa ed è sempre disponibile ad aiutare chi è in difficoltà. A quindici anni esprime il desiderio di farsi prete, ma la mamma,  sola dopo la morte del padre,  lo convince a studiare pur tra grandi sacrifici. Così si iscrive alla facoltà di medicina. Dopo la laurea svolge il servizio militare come medico ed  è durante la leva che uno dei cappellani gli fa conoscere i salesiani.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="border-bottom-style: none; border-color: initial; border-left-style: none; border-right-style: none; border-top-style: none; border-width: initial; margin-bottom: 0cm; padding-bottom: 0cm; padding-left: 0cm; padding-right: 0cm; padding-top: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;  La vocazione non lo ha certo abbandonato e decide così di seguire le orme di don Bosco.  Da seminarista visita per la prima volta il Sudan, rimanendo colpito dalle sofferenze della popolazione.  Ordinato sacerdote nel 2001, parte per Tonj, una località poverissima del Sud Sudan. Lì Father Jolly — lo chiamano così per il suo contagioso sorriso e la sua simpatia — arriva come un ciclone benefico. Instancabile, si dedica a malati,  bambini, poveri, prendendosi cura di corpi e anime.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="border-bottom-style: none; border-color: initial; border-left-style: none; border-right-style: none; border-top-style: none; border-width: initial; margin-bottom: 0cm; padding-bottom: 0cm; padding-left: 0cm; padding-right: 0cm; padding-top: 0cm;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/--y2jIGVL8wg/Tuh7pYoruPI/AAAAAAAABEg/4riM_8bv_Q0/s1600/info03_03.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="240" src="http://1.bp.blogspot.com/--y2jIGVL8wg/Tuh7pYoruPI/AAAAAAAABEg/4riM_8bv_Q0/s320/info03_03.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Per sette anni è questa la sua vita. Che però viene bruscamente interrotta nel 2008 quando, tornato a casa per una breve vacanza, gli viene diagnosticato un tumore in fase avanzata. Malgrado le pressioni, don Lee riparte per il Sudan e continua a lavorare, sempre con il sorriso, fino alla fine.  «Non sarò in grado di realizzare i miei sogni per Tonj — sono le sue ultime parole in ospedale — ma vi prego di portarli avanti».&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Un invito che non viene disatteso. E grazie a questo documentario  — passato al festival di Berlino e premiato al Prix Italia — anche  moltissimi non cattolici in Corea del Sud hanno conosciuto e apprezzato la figura del sacerdote, contribuendo a un piccolo miracolo per la Sudan Youth Education Foundation: le offerte sono aumentate in modo esponenziale. Oggi le scorte di medicine sono garantite, nuovi servizi sono in costruzione e i giovani possono scorgere un futuro di speranza. I semi  sparsi da don Lee Tae-seok nella terra di Tonj stanno portando abbondanti frutti. (&lt;/span&gt;&lt;i style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; text-align: justify;"&gt;gaetano vallini&lt;/i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; text-align: justify;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="border-bottom-style: none; border-color: initial; border-left-style: none; border-right-style: none; border-top-style: none; border-width: initial; margin-bottom: 0cm; padding-bottom: 0cm; padding-left: 0cm; padding-right: 0cm; padding-top: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="border-bottom-style: none; border-color: initial; border-left-style: none; border-right-style: none; border-top-style: none; border-width: initial; margin-bottom: 0cm; padding-bottom: 0cm; padding-left: 0cm; padding-right: 0cm; padding-top: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-family: Arial, Tahoma, sans-serif;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;&lt;b&gt;(©L'Osservatore Romano – 15 dicembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;  &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-2674442915187165292?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/2674442915187165292/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=2674442915187165292' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/2674442915187165292'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/2674442915187165292'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/12/un-sogno-da-portare-avanti.html' title='Un sogno da portare avanti'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-auL5sSgsSUs/Tuh7mEmiHWI/AAAAAAAABEM/HDH99yKczIU/s72-c/jolly.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-4259372960178843526</id><published>2011-12-13T16:00:00.001+01:00</published><updated>2011-12-13T16:00:02.561+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Fotografia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Musica'/><title type='text'>Attimi fuggenti non solo a ritmo di rock</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-GZi0nCE6f3k/TucYX9G1EcI/AAAAAAAABEA/BrxSA_Ndfjs/s1600/n_01_P_MusicBox.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="184" src="http://3.bp.blogspot.com/-GZi0nCE6f3k/TucYX9G1EcI/AAAAAAAABEA/BrxSA_Ndfjs/s320/n_01_P_MusicBox.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;"&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Come i grandi fotografi hanno raccontato la musica&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ci sarebbe mai stato il rock’n’roll se prima qualcuno non l’avesse “visto”? In altre parole: la nuova musica popolare che ha segnato la seconda metà dello scorso secolo avrebbe avuto lo stesso successo e lo stesso seguito se i fruitori si fossero limitati solo ad ascoltarla? Probabilmente no. Perché il rock’n’roll aveva e ha  bisogno anche di una rappresentazione visiva per sprigionare tutto il suo potenziale. Allora la domanda iniziale — che ha ispirato il critico musicale Gino Castaldo ad approfondire il tema nell’intrigante libro &lt;i&gt;Music: Box. Quando i grandi fotografi raccontano la musica&lt;/i&gt; (Roma, Contrasto, 2011, pagine 479, euro 28) —  non è senza fondamento. Basta voltarsi indietro.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-QPxSPHxdtjM/TucYSt9h3PI/AAAAAAAABD0/BeRNOn2515E/s1600/libro1.JPG" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://2.bp.blogspot.com/-QPxSPHxdtjM/TucYSt9h3PI/AAAAAAAABD0/BeRNOn2515E/s320/libro1.JPG" width="255" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;«Elvis Presley aveva  preso tracce di musiche sparse sul continente e le aveva miscelate con nuova alchimia, ma – spiega Castaldo  - l’America se ne accorse solo quando lo vide per la prima volta alla televisione. Non solo se ne accorse, ma si fermò, sospesa e attonita, scoprendo una nuova pagina della cultura del mondo che stava nascendo sotto i propri occhi. Tutto in un’immagine».  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;In realtà un assaggio lo si era avuto anche prima, con il jazz che cominciava a mostrare i suoi miti, e poi con i &lt;i&gt;crooner&lt;/i&gt; non di rado diventati stelle del cinema, da Frank Sinatra a Dean Martin, solo per citarne alcuni. Ed era un passaggio quasi obbligato in un cammino avviatosi quando la musica si era staccata dall’esecutore, iniziando a risuonare anche in sua assenza, “imprigionata” nei dischi di vinile. È stato allora che è emersa l’esigenza di conservare anche l’immagine del musicista. Dalle copertine dei dischi a quelle delle riviste di spettacolo, fino ai  poster nelle camere degli adolescenti, il passaggio è stato quasi naturale.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;La fotografia, ma più in generale l’immagine in senso ampio, è via via diventata imprescindibile per chi faceva musica: un’arma di successo. Ha fatto sì che la musica diventasse spettacolo in senso pieno, performance, come si dice oggi. Anzi, ci sono interi generi — dal punk alla musica dark — che senza una esposizione visiva tanto marcata probabilmente non sarebbero neppure nati. Allo stesso modo la fotografia è stata plasmata dalla musica, pretendendo un linguaggio nuovo, rivoluzionario,  divenuto esso stesso  genere.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-ip2kjS72fls/TucYXRx35FI/AAAAAAAABD8/A-8-IxdhfMs/s1600/libro2.JPG" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="215" src="http://1.bp.blogspot.com/-ip2kjS72fls/TucYXRx35FI/AAAAAAAABD8/A-8-IxdhfMs/s320/libro2.JPG" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;«La musica — sottolinea infatti il critico — ha sempre preteso un’immagine, come indispensabile complemento della sua fuggevole, immateriale natura fisica. E già molto prima dell’avvento dei videoclip i fotografi hanno catturato le scie di fiammeggianti chitarre lanciate a sfidare il cielo, le espressioni intense di facce che portavano note incise sul volto, le notti chiaroscurate del jazz, acconciature, attimi fuggenti, dinamiche mobilità sonore, &lt;i&gt;backstage&lt;/i&gt; eccitati o malinconici, metamorfosi, pubblici in estasi, complicità collettive, perfino il beat delle cadenze storiche. A mettere insieme in un’ideale, infinita libreria tutte le immagini significative che riguardano la musica, verrebbe fuori la più imperiosa e completa sinfonia del Novecento».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;Music: Box&lt;/i&gt; è un interessante tentativo su questa strada, presentandosi come un originale percorso per immagini che racconta la musica popolare e le sue trasformazioni da una prospettiva inconsueta. Le oltre trecento fotografie, corredate da ampi testi pieni di notizie, curiosità e aneddoti, presentano i luoghi fisici e ideali in cui la musica popolare è apparsa, si è fatta storia e continua a vivere: dai protagonisti agli strumenti del mestiere, dai fan ai club storici, dalle  sale d’incisione ai concerti. Tuttavia Castaldo mischia le carte; non sceglie di narrare per generi o cronologicamente. Troppo banale. Sceglie, invece, un catalogo eterogeneo di oggetti, di luoghi e di categorie: la chitarra, il cappello, la notte, gli occhi, i palcoscenici, le quinte, i corpi, le maschere e così via.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ecco, allora, la chitarra, oggetto feticcio per eccellenza del rocker, con Hendrix che brucia la sua, con il “Boss” Springsteen che invece la esibisce in maniera inconfondibile, con l’impegnato Woody Guthruie che ne suona una con su scritto &lt;i&gt;this machine kills fascists&lt;/i&gt; («questo strumento uccide i fascisti»). E ancora, i palchi dei raduni rimasti nella storia, da Woodstock all’Isola di  Wight, e quelli di oggi, sempre più tecnologici. E poi i costumi eccentrici dei musicisti e dei cantanti,  con i volti spesso  truccati; i loro sguardi, a volte filtrati in controluce dal fumo  di una sigaretta; i loro oggetti cult, quasi dei marchi di fabbrica.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-0k3av-ZFgRY/TucYQMvLV8I/AAAAAAAABDs/jpK9Miev5YE/s1600/foto_music_box_libro.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://3.bp.blogspot.com/-0k3av-ZFgRY/TucYQMvLV8I/AAAAAAAABDs/jpK9Miev5YE/s320/foto_music_box_libro.jpg" width="240" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ma non si pensi che sia solo rock. Tra Beatles, Rolling Stones,  Pink Floyd, Queen, U2, Bob Dylan, Santana, Michael Jackson e centinaia di altri, Castaldo non dimentica  epoche e generi diversi. Così,  in una sorta di ecumenismo fotografico e musicale, presenta pure Robert Johnson, Nat King Cole, Sammy Davis Jr, Edith Piaf, Yves Montand, Giuliette Gréco, Miles Davis, Glen Gould, Frank Sinatra.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Su di essi, e su altri artisti di ieri e di oggi, hanno puntato gli obiettivi delle loro macchinette fotografi famosi come Anton Corbijn, Philippe Halsman, Guido Harari, Elliott Landy, Annie Leibovitz, Guy Le Querrec, Robert Mapplethorpe, Jim Marshall, Terry O’Neill, Giuseppe Pino, Neal Preston, Herb Ritts, Phil Stern, Dennis Stock, Albert Watson. Tutti hanno cercato di catturare in uno scatto non solo colori, ma anche emozioni e persino brandelli di musica.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Impresa non semplice, quest’ultima, ma non irrealizzabile, se si ritiene che musica non sia cieca e la fotografia non sia sorda.  E che nell’obiettivo possa compiersi quell’alchimia, altrimenti impossibile, grazie alla quale anche una istantanea immobile e silenziosa può sprigionare magicamente tutto il suono e l’atmosfera di cui l’osservatore conserva un’eco, sia pure  flebile e lontana.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-family: Arial, Tahoma, sans-serif;"&gt;&lt;b&gt;(©L'Osservatore Romano – 14 dicembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;  &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-4259372960178843526?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/4259372960178843526/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=4259372960178843526' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4259372960178843526'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4259372960178843526'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/12/attimi-fuggenti-non-solo-ritmo-di-rock.html' title='Attimi fuggenti non solo a ritmo di rock'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-GZi0nCE6f3k/TucYX9G1EcI/AAAAAAAABEA/BrxSA_Ndfjs/s72-c/n_01_P_MusicBox.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-8406594975654119048</id><published>2011-12-09T16:00:00.001+01:00</published><updated>2011-12-09T16:00:12.391+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>Muto e senza colori nell’epoca del 3d</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-wlwqXSGFnvo/TuHexf8nT2I/AAAAAAAABDc/DfrZ8hdavzI/s1600/Manifesto_TheArtist.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://1.bp.blogspot.com/-wlwqXSGFnvo/TuHexf8nT2I/AAAAAAAABDc/DfrZ8hdavzI/s400/Manifesto_TheArtist.jpg" width="280" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;"&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;«The Artist» di Michel Hazanavicius &lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;"&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt; &lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Al bianco e nero al cinema in qualche modo siamo abituati. In tv vecchi film passano ancora e alcuni cineasti non disdegnano talvolta di cimentarsi ancora con questo linguaggio  vintage e decisamente affascinante. Ma al muto, diciamo la verità, proprio non siamo avvezzi. Certo ricordiamo Charlie Chaplin, magari Fritz Lang, ma oggi, in tempi di computer grafica e 3d, scommettere su un film in bianco e nero e persino muto potrebbe apparire una follia. &lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Eppure il giovane regista francese Michel Hazanavicius ha osato sfidare con coraggio tempi e mode, e con il suo &lt;i&gt;The Artist&lt;/i&gt; ha vinto la scommessa realizzando un’opera eccellente, di grande fascino, la vera rivelazione del festival di Cannes. E ha dimostrato che anche  linguaggi e stili narrativi non più frequentati da oltre ottant’anni posseggono una forza espressiva che non teme il confronto con le meraviglie di oggi. Occorrono però talento e creatività, merce sempre più rara. &lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt; &lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: small;"&gt;La storia non poteva che essere ambientata in quella Hollywood dei primi grandi &lt;i&gt;studios&lt;/i&gt; destinata a diventare la fabbrica dei sogni. È il  1927 e George Valentin è una star del cinema muto. Coccolato da produttori e registi, osannato dal pubblico, si trova di colpo a dover affrontare il proprio declino artistico per l’avvento del sonoro che egli  rifiuta ostinatamente di abbracciare. Al contrario, Peppy Miller, una giovane comparsa che deve proprio a Valentin l’ingresso nel mondo del cinema,  diventa in breve tempo una diva del nuovo corso. Il rapporto tra i due sarà tormentato da fama e orgoglio; un amore difficile nel dorato ma effimero universo della celluloide. Però sarà proprio quel mondo intriso di contraddizioni a offrire loro una strada.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt; &lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: small;"&gt;Con questo film — raffinato melodramma in stile classico,  girato nell’originale  formato del muto, con schermo quasi quadrato,  e in ambienti d’epoca per rendere ulteriormente l’atmosfera retrò — Hazanavicius rende omaggio alla settima arte. Qui è il cinema che diventa protagonista e si racconta nella sua inarrestabile ascesa.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;E non mancano richiami, sottolineati  dallo stesso regista, a maestri indiscussi del muto, in primo luogo Murnau, passando per Lubitsch, Ford, Hitchcock e il menzionato Lang. Tuttavia il regista non si accontenta di citazioni, né si limita a riprodurre la realtà del tempo; semmai ne accoglie  i mitizzati stereotipi (la figura del produttore, il glamour dei divi) e la stilizza, divertendosi a giocare con i linguaggi e invitando lo spettatore a fare lo stesso. &lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-mjo5-8QGYjo/TuHezveTkrI/AAAAAAAABDk/OIqjoGTFvpU/s1600/The-Artist-gall1.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="213" src="http://2.bp.blogspot.com/-mjo5-8QGYjo/TuHezveTkrI/AAAAAAAABDk/OIqjoGTFvpU/s320/The-Artist-gall1.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt; &lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;The Artist&lt;/i&gt;, dunque, non è un semplice &lt;i&gt;pastiche&lt;/i&gt;, se non negli spezzoni dei film muti in cui Valentin è il protagonista. È invece un film originale, fantasioso e a tratti persino geniale, come nella scena dell’incubo in cui l’ormai ex divo si aggira in un mondo in cui tutto ha un suono, dove tutte le persone hanno una voce tranne lui.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt; &lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: small;"&gt;Molto si deve alla bravura degli attori, chiamati a un’inedita prova; su tutti Jean Dujardin, impeccabile nei panni di Valentin e giustamente premiato a Cannes con la Palma d’oro, senza dimenticare Bérénice Béjo a proprio agio nell’interpretare Peppy Miller, e John Goodman perfetto nell’impersonare il potente produttore dell’immaginario hollywoodiano. Ma vanno riconosciuti soprattutto i meriti di una regia accorta oltre che documentata,  nonché di  una sceneggiatura e un montaggio che non perdono mai il ritmo; e in questo caso sarebbe stato un vero disastro. Il tutto sottolineato dalla fondamentale e puntuale colonna sonora di Ludovic Bource.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt; &lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: small;"&gt;Insomma, &lt;i&gt;The Artist&lt;/i&gt; è un inatteso, piacevole tuffo del passato, tra storie e atmosfere d’altri tempi, per assaporare l’essenza stessa del cinema, la sua capacità di stupire sempre, anche senza effetti speciali, affidando tutto al solo piacere dello sguardo. E non meraviglierebbe se tanta audacia venisse premiata anche da una candidatura all’Oscar. Del resto, quale miglior riconoscimento per un film che celebra Hollywood?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-family: Arial, Tahoma, Helvetica, FreeSans, sans-serif;"&gt;&lt;b&gt;(©L'Osservatore Romano – 10 dicembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-8406594975654119048?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/8406594975654119048/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=8406594975654119048' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/8406594975654119048'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/8406594975654119048'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/12/muto-e-senza-colori-nellepoca-del-3d.html' title='Muto e senza colori nell’epoca del 3d'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-wlwqXSGFnvo/TuHexf8nT2I/AAAAAAAABDc/DfrZ8hdavzI/s72-c/Manifesto_TheArtist.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-3492096323369634805</id><published>2011-12-02T16:00:00.000+01:00</published><updated>2011-12-02T16:00:01.847+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>Ottimismo è la parola chiave</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-d6zpDVoZdFI/TtjY3jjX7vI/AAAAAAAABDM/Fdr1nPyUs8Q/s1600/locandina-miracolo-a-le-havre.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://1.bp.blogspot.com/-d6zpDVoZdFI/TtjY3jjX7vI/AAAAAAAABDM/Fdr1nPyUs8Q/s400/locandina-miracolo-a-le-havre.jpg" width="280" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;b&gt;Il film «Miracolo a Le Havre» di Aki Kaurismäki&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Benvenuti nell’era dell’ottimismo. Sembra un controsenso visti i tempi che viviamo, ma qualcuno azzarda una possibilità, presentando una realtà diversa, dove per essere felici basta poco e quel poco si è pronti a dividerlo con chi ha meno. Lo fa il regista Aki Kaurismäki  che, con  &lt;i&gt;Miracolo a Le Havre&lt;/i&gt;, affronta il tema dell’immigrazione clandestina nella “fortezza Europa” seminando buonismo tanto sfacciatamente da non correre il rischio di venire bollato come naïve.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Una favola, dunque, quella in cui si muove Marcel Marx (André Wilms), ex scrittore e bohémien, ritiratosi nella città portuale francese di Le Havre, dove vive un rapporto di maggiore vicinanza con le persone. Abbandonata la letteratura, vive felicemente svolgendo il mestiere di lustrascarpe, tanto improbabile quanto poco redditizio. Il tempo libero lo divide tra l’amata moglie, Arletty (Kati Outinen),  e il  bar preferito. Un giorno il destino mette sulla sua strada un piccolo profugo arrivato dall’Africa.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Con Arletty gravemente ammalata e costretta a letto,  per salvare il ragazzo dalla polizia che lo cerca per rimpatriarlo, e rendere così  possibile il suo sogno di ricongiungersi alla madre che vive a Londra, Marcel affronta l’indifferenza della società e l’ottusità di leggi dettate dalla paura armato solo del suo innato ottimismo. Ma è certo della complicità della gente semplice del suo povero quartiere chiuso tra moli e container, dove le piccole botteghe hanno ancora il sapore d’un tempo passato, le case sono di legno ma i cuori di chi le abita d’oro. Così, indossato il vestito buono, l’unico nell’armadio vuoto, metterà tutto in gioco, compresi i suoi pochi soldi, per raggiungere lo scopo. E non gli difetterà certo la fantasia.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; In questo film delicato e toccante del regista finlandese —  i cui eroi sono sempre i perdenti e gli esclusi secondo i canoni correnti — tutto sembra volto al bene; ogni cosa pare magicamente andare come dovrebbe: le persone si aiutano tra loro,  chi ha appena litigato si riappacifica come nulla fosse accaduto, solidarietà non è una parola vuota ma uno stile di vita, persino chi deve far rispettare le leggi rifiuta come può di applicare quelle ritenute ingiuste appellandosi al buonsenso e alla propria coscienza. I cattivi, o presunti tali, sono inevitabilmente destinati a perdere.   &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-SmCbTy-oje0/TtjY5ZQIWHI/AAAAAAAABDU/Ga0dQFSxMIg/s1600/miracolo-le-havre-4-large.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="238" src="http://1.bp.blogspot.com/-SmCbTy-oje0/TtjY5ZQIWHI/AAAAAAAABDU/Ga0dQFSxMIg/s400/miracolo-le-havre-4-large.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Il lieto fine, dunque, appare scontato, nonostante l’emblematica frase di Arletty che vorrebbe riportare tutti alla drammaticità della realtà. Al dottore che le spiega la gravità del suo male, aggiungendo però con intento consolatorio che «a volte i miracoli avvengono», la donna risponde secca: «Non nel mio quartiere». Ma Kaurismäki — grazie a una sceneggiatura leggera ma non banale, a bravi attori con volti veri e a una colonna sonora a tratti d’altri tempi — vuole convincerci invece che,  sì, i miracoli possono accadere. Anche quando non ci si crede.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ottimismo è, quindi, la parola chiave. Ma forse ancora di più lo è fiducia. Una fiducia  che si traduce nella speranza che le cose possano cambiare, che il mondo possa diventare un posto migliore. Così il bel film &lt;i&gt;Miracolo a Le Havre&lt;/i&gt; —  apprezzato a Cannes, dove ha ricevuto il premio della critica e la menzione speciale  della giuria ecumenica — ci chiede, con grande poesia e non senza ironia, di gettare uno sguardo positivo sulla realtà, nonostante le difficoltà, e di confidare ancora negli uomini, nella loro capacità di fare la cosa giusta.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-family: Arial, Tahoma, Helvetica, FreeSans, sans-serif;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;&lt;b&gt;(©L'Osservatore Romano – 3 dicembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;  &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-3492096323369634805?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/3492096323369634805/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=3492096323369634805' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/3492096323369634805'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/3492096323369634805'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/12/ottimismo-e-la-parola-chiave.html' title='Ottimismo è la parola chiave'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-d6zpDVoZdFI/TtjY3jjX7vI/AAAAAAAABDM/Fdr1nPyUs8Q/s72-c/locandina-miracolo-a-le-havre.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-5409531400902419821</id><published>2011-11-28T09:27:00.003+01:00</published><updated>2011-11-28T14:06:21.741+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Attualità'/><title type='text'>Futuro sostenibile: dall'utopia alla realtà</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-y732qDrpsuI/TtNEufHZ4lI/AAAAAAAABC0/t5R-aFTvaYc/s1600/wuppertal_-_la_copertina_del_libro_futuro_sostenibile_._-_2011_-.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://4.bp.blogspot.com/-y732qDrpsuI/TtNEufHZ4lI/AAAAAAAABC0/t5R-aFTvaYc/s400/wuppertal_-_la_copertina_del_libro_futuro_sostenibile_._-_2011_-.jpg" width="268" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="color: black; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Le risposte eco-sociali alla crisi in Europa&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;i style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;Nel suo recente viaggio in Germania Benedetto XVI ha parlato nuovamente di ecologia, sottolineando che “dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente”. Lo aveva già fatto &lt;/span&gt;il 9 giugno, rivolgendosi a un gruppo di ambasciatori, ai quali aveva detto che “adottare in ogni circostanza un modo di vivere rispettoso dell'ambiente e sostenere la ricerca e lo sfruttamento di energie adeguate che salvaguardino il patrimonio del creato e non comportino un pericolo per l'uomo devono essere priorità politiche ed economiche”.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt; La tutela del creato si conferma, dunque, tema centrale per i credenti, che con quel riferimento alla Creazione  sottolineano un aspetto qualificante del loro impegno nel richiamo a Dio e alla natura come suo dono. Ma è anche un argomento che sta diventando sempre più terreno di dialogo nel cammino ecumenico, sottolineato negli ultimi anni da dichiarazioni congiunte contro lo sfruttamento delle risorse che mette a rischio non solo la natura ma anche la sopravvivenza degli uomini, provocando povertà, discriminazioni e conflitti.  &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt; Proprio la Germania si sta molto impegnando sul versante ecologista. E non a caso per iniziativa di due istituzioni della Chiesa evangelica per la cooperazione allo sviluppo, Evangelischer Entwicklungsdienst e Brot für die Welt, unitamente alla maggiore associazione ambientalista tedesca, il Bund für Umwelt und Naturschutz Deutschland, è stato pubblicato nel 2008 lo studio &lt;/i&gt;Zukunftsfähiges Deutschland in einer globalisierten Welt&lt;i&gt; (&lt;/i&gt;Germania capace di futuro in un mondo globalizzato&lt;i&gt;), adattato e integrato di recente per l'Italia con il titolo &lt;/i&gt;Futuro sostenibile. Le risposte eco-sociali alla crisi in Europa &lt;i&gt;(Milano, Edizioni Ambiente, 2011, pagine 478, euro 28). Si tratta di un lavoro a tutto campo, considerato un punto di riferimento per quanti si occupano di natura e di economia a basso impatto ambientale, redatto da un'équipe di trenta autori del Wuppertal Institut e di alcune università tedesche, coordinati da Wolfgang Sachs, e da Marco Morosini per l'Italia. &lt;/i&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt; Del resto il primo studio commissionato dal Bund e da Misereor nel 1996 venne definito dallo “Spiegel” come una sorta di “'bibbia verde' del passaggio di millennio”. E suscitò stupore che un'associazione ambientalista e un'organizzazione ecclesiale per l'aiuto allo sviluppo elaborassero insieme - sulla scia della Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo di Rio de Janeiro del 1992 - un progetto realistico e dettagliato per il futuro sostenibile di un Paese industriale.  Quel primo studio delineò il concetto di spazio ambientale globale e formulò obiettivi di politica ecologica e cooperazione allo sviluppo per i paesi industriali, proponendo una combinazione di efficienza e di sufficienza. Soprattutto puntò sulla parola “sostenibilità”, termine che racchiude sia l'amore verso la natura, sia l'attenzione verso i poveri.  &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-jmJK73MAoGc/TtNErthloQI/AAAAAAAABCs/4ZJXMKoDKZE/s1600/earth.gif" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://4.bp.blogspot.com/-jmJK73MAoGc/TtNErthloQI/AAAAAAAABCs/4ZJXMKoDKZE/s320/earth.gif" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt; Quindici anni dopo si può dire che quel libro ha contribuito a quel cambiamento sotterraneo che ha permesso alla Germania di diventare uno dei precursori nel settore delle tecnologie e delle politiche rispettose delle risorse in Europa e nel mondo. Così come l'intensa campagna di Bund e di Misereor a esso correlata fu parte di un processo di trasformazione transnazionale che sta facendo nascere pratiche e idee nuove per rispondere alle sfide del XXI secolo.  &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt; Da allora, tuttavia, alcuni scenari sono cambiati, soprattutto dal punto di vista della finanza, e la nuova ricerca  parte proprio da qui. “La marea si è invertita. Ai vertici della politica e dell'economia – si legge - hanno cominciato a vacillare certezze di lunga data. Sono finiti i giorni d'euforia neoliberista e di trionfante globalizzazione. Una rimozione durata anni sembra terminare. L'uragano Katrina, gli iceberg che si sciolgono, le ondate di caldo ricorrenti e gli uccelli migratori disorientati sembrano suggerire ai popoli e ai loro leader: la natura restituisce i colpi che subisce”. Eppure, mentre da un lato la società è divenuta consapevole che la minaccia del caos climatico richiede un'inversione di marcia, dall'altro si continua ad andare avanti come sempre. In sostanza, se nel dibattito pubblico e nei media quasi tutti sembrano favorevoli a una politica per il clima, di fatto l'uso di energia e combustibili fossili continua ad aumentare.  E di fronte alla decrescita, i cittadini sono invitati a consumare di più. Mentre la sensibilità ecologica viene gratificata con poche concessioni: un po' di elettricità “verde”, qualche costosissima auto elettrica, e così via.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt; “Mentre la retorica ufficiale è piena di preoccupazioni, i Paesi industrializzati – è la constatazione dei ricercatori - continuano a essere tra le principali minacce per l'ambiente globale. Negli anni della rimozione, infatti, le loro élite economiche si sono date abbondantemente da fare per espandere a livello mondiale un'economia di rapina ecologica”. E oggi l'ascesa delle economie emergenti “ha reso drammaticamente visibile l'incompatibilità tra l'integrità della biosfera e il modello di sviluppo tradizionale”. Così, se a parole nessuno vuole negare agli abitanti del Sud l'uscita dalla povertà, il conflitto tra speranze di sviluppo e limiti ecologici si inasprisce. Ma una certezza esiste: i limiti della natura non sono eliminabili, e se non si cambia, il modello di sviluppo dominante è destinato al capolinea. “Cercare di mitigare la povertà senza voler mitigare la ricchezza non è altro che ipocrisia”.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt; Un cambiamento è tuttavia in atto, ma non è guidato dai governi. A premere su questa via sono  scienziati, imprenditori, gruppi della società civile e associazioni, che hanno prodotto in molti Paesi pratiche e conoscenze per far diventare più ecocompatibili e più giuste società ed economia. L'idea di fondo – che poi è la tesi dello studio – è che “il cambiamento climatico richiede un cambiamento di civiltà. Il passaggio a una civiltà post-fossile sarà l'impegno determinante di questo secolo, soprattutto per le società industrializzate”. Si tratta di una sfida tecnologica, cioè la riorganizzazione del sistema in tecnologie meno dispendiose e rispettose della natura. Un'impresa epocale per le scienze economiche e politiche, ma soprattutto tema di confronto nei parlamenti, alla ricerca di idee guida sia per l'azione, sia come riferimento esistenziale: dallo stile di vita personale all'etica professionale, fino alle priorità della collettività.  &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt; “Queste idee guida – si legge ancora nel volume - dovranno permettere di percepire la realtà nel suo insieme e dovranno ruotare intorno al giusto equilibrio tra uomo e natura. Saranno ispirate da una responsabilità cosmopolita e collegheranno lo stile di vita personale al contesto globale”. E in una tale prospettiva, nel cosiddetto “triangolo della sostenibilità”, crescita economica, sicurezza sociale e compatibilità ambientale dovranno essere considerati di pari importanza. Fermo restando l'impegno a “mantenere le dinamiche economiche all'interno dei guard-rail del rispetto dell'ambiente e dei diritti umani è il programma centrale della sostenibilità”.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt; Ovviamente in un tale programma l'economia non può essere considerata il motore dello sviluppo sociale. “In ogni caso – si sostiene - il cambiamento di rotta verso la sostenibilità esige l'addio definitivo al neoliberismo”. Un sistema che tra l'altro si è dimostrato impotente di fronte alle crisi globali della povertà e dell'ambiente. Allo stesso modo, dal punto di vista della tutela ambientale, “non si potrà salvaguardare la biosfera senza congedarsi dalla posizione d'egemonia del Nord nella politica mondiale. È ovvio che una politica di ordinamento mondiale può riuscire in materia di ecologia solo in uno sforzo comune dei Paesi ricchi e poveri”.  &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-l_LHEbCQ2tM/TtNFabUB-SI/AAAAAAAABDE/JitsdJEc6nk/s1600/DSC_0535+02.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="207" src="http://3.bp.blogspot.com/-l_LHEbCQ2tM/TtNFabUB-SI/AAAAAAAABDE/JitsdJEc6nk/s320/DSC_0535+02.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt; I due fattori naturalmente sono interconnessi. “Finora – sottolinea lo studio - è fallita una seria collaborazione tra Nord e Sud nella politica ambientale perché il Nord continua a far pesare a svantaggio del Sud il suo potere strutturale nella politica finanziaria, commerciale e di sviluppo. Siccome poi i più forti spesso e sistematicamente non rispettano gli accordi, il Sud si vede messo con le spalle al muro e risponde con diffidenza e desideri di rivalsa. Quindi una politica ambientale che non è allo stesso tempo politica di solidarietà rimarrà senza successo. La bomba a orologeria della povertà globale potrà essere disinnescata solo se una politica di solidarietà diverrà il punto centrale delle relazioni internazionali. Incentivazione dello sviluppo, non dell'economia: questo deve contraddistinguere l'architettura della società globale. Senza una svolta nella politica d'egemonia, soprattutto su debiti, brevetti e accordi commerciali, non c'è da aspettarsi una seria cooperazione dei Paesi del Sud per l'uscita dall'economia basata sui combustibili fossili”. &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt; Tutto questo viene spiegato nei diciannove capitoli del libro, che non si limita ad analizzare la situazione, ma avanza proposte politiche e operative, partendo da esperienze reali, dal locale al globale e viceversa. Grazie alla loro capacità di coniugare le questioni dell'ecologia con i temi della giustizia sociale, Wolfgang Sachs e l'équipe da lui coordinata al Wuppertal Institut propongono ai Paesi industrializzati un'agenda concreta per riformare la società, l'economia e le tecnologie, le istituzioni internazionali e le relazioni economiche Nord-Sud, gli stili di vita e la partecipazione politica dei cittadini-consumatori.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 130%; margin-bottom: 0cm; margin-right: -0.19cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;h3 align="JUSTIFY" class="western"&gt;&lt;span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"&gt;&lt;span style="font-size: medium;"&gt;Proprio questa mattina Benedetto XVI è tornato sul tema dell'ecologia rivolgendo un saluto a studenti e docenti italiani che aderiscono al progetto «Ambientiamoci» della Fondazione Sorella Natura. L’intervento segue quello lanciato all’Angelus di ieri, domenica, quando il Papa ha chiesto ai partecipanti alla conferenza internazionale di Durban «una risposta responsabile, credibile e solidale» ai cambiamenti climatici. Ecco alcuni passaggi del discorso di Benedetto XVI alla Fondazione Sorella Natura: &lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/h3&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 150%; margin-bottom: 0cm; margin-right: -0.19cm; text-indent: 1.59cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 150%; margin-bottom: 0cm; margin-right: -0.19cm; text-indent: 1.59cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 150%; margin-bottom: 0cm; margin-right: -0.19cm; text-indent: 1.59cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"&gt;&lt;span style="font-size: medium;"&gt;Cari amici, la Chiesa, considerando con apprezzamento  le più importanti ricerche e scoperte scientifiche, non ha mai smesso di ricordare che rispettando l’impronta del Creatore in tutto il creato, si comprende meglio la nostra vera e profonda identità umana. Se vissuto bene, questo rispetto può aiutare un giovane e una giovane anche a scoprire talenti e attitudini personali, e quindi a prepararsi ad una certa professione, che cercherà sempre di svolgere nel rispetto dell’ambiente. Se infatti, nel suo lavoro, l’uomo dimentica di essere collaboratore di Dio, può fare violenza al creato e provocare danni che hanno sempre conseguenze negative anche sull’uomo, come vediamo, purtroppo, in varie occasioni. Oggi più che mai ci appare chiaro che il rispetto per l’ambiente non può dimenticare il riconoscimento del valore della persona umana e della sua inviolabilità, in ogni fase della vita e in ogni  condizione. Il rispetto per l’essere umano e il rispetto per la natura sono un tutt’uno, ma entrambi possono crescere ed avere la loro giusta misura se rispettiamo nella creatura umana e nella natura il Creatore e la sua creazione. Su questo, cari ragazzi, sono convinto di trovare in voi degli alleati, dei veri “custodi della vita e del creato”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm; margin-right: -0.19cm; text-indent: 1.59cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 150%; margin-bottom: 0cm; margin-right: -0.19cm; text-indent: 1.59cm;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"&gt;&lt;span style="font-size: medium;"&gt;E ora vorrei cogliere questa occasione per rivolgere una parola specifica anche agli insegnanti e alle Autorità qui presenti. Vorrei sottolineare la grande importanza che ha l’educazione anche in questo campo dell’ecologia. Ho accolto volentieri la proposta di questo incontro proprio perché esso coinvolge tanti giovanissimi studenti, perché ha una chiara prospettiva educativa. E’ infatti ormai evidente che non c’è un futuro buono per l’umanità sulla terra se non ci educhiamo tutti ad uno stile di vita più responsabile nei confronti del creato.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"&gt;&lt;span style="font-size: medium;"&gt; E sottolineo l'importanza della parola “creato”, perché il grande e meraviglioso albero della vita non è frutto di un'evoluzione cieca e irrazionale, ma questa evoluzione riflette la volontà creatrice del Creatore e la sua bellezza e bontà. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;strike&gt;&lt;span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"&gt;&lt;span style="font-size: medium;"&gt;E q&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strike&gt;&lt;span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"&gt;&lt;span style="font-size: medium;"&gt; Questo stile di responsabilità &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"&gt;&lt;span style="font-size: medium;"&gt;si impara prima di tutto in famiglia e nella scuola. Incoraggio, pertanto, i genitori, i dirigenti scolastici e gli insegnanti a portare avanti con impegno una costante attenzione educativa e didattica con questa finalità. Inoltre, è indispensabile che questo lavoro delle famiglie e delle scuole sia sostenuto dalle istituzioni preposte, che oggi sono qui ben rappresentate.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm; margin-right: -0.19cm; text-indent: 1.59cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 150%; margin-bottom: 0cm; margin-right: -0.19cm; text-indent: 1.59cm;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-5409531400902419821?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/5409531400902419821/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=5409531400902419821' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/5409531400902419821'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/5409531400902419821'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/11/futuro-sostenibile-dallutopia-alla.html' title='Futuro sostenibile: dall&apos;utopia alla realtà'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-y732qDrpsuI/TtNEufHZ4lI/AAAAAAAABC0/t5R-aFTvaYc/s72-c/wuppertal_-_la_copertina_del_libro_futuro_sostenibile_._-_2011_-.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-2920657209585294869</id><published>2011-11-26T11:10:00.000+01:00</published><updated>2011-11-26T11:10:14.791+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Chiesa'/><title type='text'>Suor Maria Plautilla, missionaria di Gesù e della carità</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-nSikc_ShEQU/TtC6twYSpWI/AAAAAAAABCk/PlTwUqhvdq8/s1600/fusi_maria_plautilla_paoline_92h123_orig.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://1.bp.blogspot.com/-nSikc_ShEQU/TtC6twYSpWI/AAAAAAAABCk/PlTwUqhvdq8/s400/fusi_maria_plautilla_paoline_92h123_orig.jpg" width="255" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;b&gt;Una nuova biografia della suora orionina scritta dal postulatore don Aurelio Fusi&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;È in libreria la nuova biografia scritta dal postulatore Don Aurelio Fusi, Suor Maria Plautilla. Un riflesso del volto di Don Orione (Edizioni Paoline, Milano 2011, pagine 232, euro 15) . Nella prefazione, il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, ha osservato: «Ciò che è stato veramente grande in lei - se l'eco n'è rimasta fino a oggi - è l'atmosfera interiore che colorì di divino la monotonia insignificante del suo lavoro. Ma di questa atmosfera, solo Dio è capace di riferire. E Dio, si sa, specie nei suoi prediletti, ama mantenere il segreto nuziale».&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Suor Maria Plautilla nasce in una piccola frazione in provincia di Cuneo nel 1913 e muore a Genova trentaquattro anni dopo una intensa vita fatta di servizio, di abnegazione, prima nella sua famiglia e poi nella comunità religiosa delle Piccole Suore Missionarie della Carità, fondate da don Orione.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;La sua parabola umana coincise con anni faticosi e dolorosi anche per l’Italia, segnati da due guerre mondiali che hanno seminato dolore, morte e povertà. Suor Maria Plautilla ha operato tra le corsie del Piccolo Cottolengo di Genova, servendo gli ammalati in ginocchio, con quella stessa devozione riservata all’eucaristia e si è donata totalmente ai poveri.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L’Autore, grazie agli archivi della Congregazione di Don Orione di cui è membro, ha potuto ricostruire l’ambiente in cui suor Maria Plautilla è vissuta, specie quello del Piccolo Cottolengo Genovese, con molta fedeltà, offrendo quindi anche molte informazioni di carattere storico, descrivendo il contesto nel quale ha agito suor Maria Plautilla e che coincide con il periodo della fondazione della Piccola Opera della Divina Provvidenza, un tempo tutto eroico per la generosità di molti religiosi e religiose. Si può dire che ella fu la più luminosa tra tante luci che hanno illuminato i primi anni della presenza orionina al Paverano.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;«La sua vita – sottolinea il cardinale Bagnasco - non ha narrato fatti o fenomeni straordinari sotto il profilo ascetico e mistico; è stata piuttosto una testimonianza quotidiana di totale offerta di sé per il bene degli altri, in circostanze difficili, che andavano ben oltre un livello ordinario di impegno nel proprio lavoro… In poco più di un decennio riuscì a realizzare il tipo di religiosa sognata da don Orione, vivendo in modo straordinario gli impegni di suora infermiera, affinando e perfezionando quelle innate doti di umiltà, di carità, di bontà e di pietà che già le erano state riconosciute da ragazza al paese nativo».&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;In sostanza, Suor Maria Plautilla Cavallo, fattasi piccola per amore di Cristo, ha speso tutta la vita al servizio dei poveri. La sua storia non presenta nulla di eccezionale per coloro che giudicano importanti quelle forme di notorietà che il mondo apprezza ma che non sempre rientrano nella logica del Vangelo. Nel disegno di Dio, invece, suor Maria Plautilla è una gigante della carità, pur avendo avuto una vita nascosta e breve. Fa parte di quegli eroi ai quali la Chiesa ha riconosciuto il titolo di venerabile per aver lavorato nella vigna del Signore fin dalla prima ora, con cuore indiviso e orgogliosa di appartenere alla Chiesa.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Pochi, forse, saranno i celebratori di questa suora, che passò in mezzo a noi facendo del bene sempre, del bene a tutti e del male mai a nessuno; ma la sua storia ha il sigillo di Dio.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-2920657209585294869?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/2920657209585294869/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=2920657209585294869' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/2920657209585294869'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/2920657209585294869'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/11/suor-maria-plautilla-missionaria-di_26.html' title='Suor Maria Plautilla, missionaria di Gesù e della carità'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-nSikc_ShEQU/TtC6twYSpWI/AAAAAAAABCk/PlTwUqhvdq8/s72-c/fusi_maria_plautilla_paoline_92h123_orig.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-4626732343318937833</id><published>2011-11-24T16:52:00.000+01:00</published><updated>2011-11-24T16:52:29.827+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Fotografia'/><title type='text'>L’arte di negoziare con il caso</title><content type='html'>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-lHI7_PSp-vs/Ts5ndsCPoMI/AAAAAAAABCU/5z7OoluSz3s/s1600/272q05b.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://4.bp.blogspot.com/-lHI7_PSp-vs/Ts5ndsCPoMI/AAAAAAAABCU/5z7OoluSz3s/s400/272q05b.jpg" width="338" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; line-height: 18px;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;"&gt;&lt;i&gt;"L’Isle-sur-la-Sourgue", Willy Ronis, 1979&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;h5 class="western"&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Come i grandi fotografi spiegano i loro scatti più belli&lt;/span&gt;&lt;/h5&gt;&lt;h5 class="western" style="font-weight: normal;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/h5&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.48cm; margin-bottom: 0.08cm;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;«L’Isle-sur-la-Sourgue, fine luglio 1979. Mi piace questo negozio con la sua vecchia facciata di legno e la nobiltà tipografica dei caratteri dell’insegna. Rue de la République è strettissima in quel punto e mi rattrappisco nell’atrio di un ufficio per ampliare la visuale.&amp;nbsp;Il viavai della folla è scoraggiante: troppa gente tutta insieme oppure mal distribuita. Aspetto, affranto, come sempre nelle situazioni di questo genere. All’improvviso tutto si organizza intorno alla bella ragazza vestita di bianco. Nella mia inquadratura ci sono cinque donne. Quella di sinistra e quella di destra guardano verso il centro, chiudendo bene l’immagine su se stessa; e la donna in primo piano, un po’ mossa (meglio così) contribuisce, spostandosi, ad animare la scena. Il provino testimonia che questa è stata l’ultima foto».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.48cm; margin-bottom: 0.08cm;"&gt; &lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;Come un maestro che spiega con passione un argomento importante a un alunno, Willy Ronis, uno dei grandi fotografi del secolo scorso, ci prende quasi per mano per illustrarci come nasce un’immagine memorabile, di quelle che finiscono sulle pareti di un museo o sulle pagine patinate di un libro. Una lezione preziosa per chi aspira a divenire fotografo, sia pure amatoriale, ma utile anche ai professionisti, sempre pronti a carpire i segreti di un artista dell’obiettivo. Una lezione che oggi può essere anche da semplici appassionati, grazie all’iniziativa editoriale di Contrasto che proprio con il libro di Ronis,&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Le regole del caso&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&amp;nbsp;(Roma, 2011, pagine 175, euro 19,90) inaugura una nuova, interessante collana intitolata appunto «Lezioni di fotografia».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.48cm; margin-bottom: 0.08cm;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Attraverso volumi monografici, noti fotografi commenteranno in prima persona le loro foto, svelandone i trucchi, il lavoro che c’è dietro, prodighi di consigli. Il secondo libro, in uscita a gennaio 2012, sarà dedicato all’opera del franco-iraniano Reza, specialista in reportage. A seguire, pubblicazioni in collaborazione con la Fondazione Forma di Milano e con la celebre agenzia Magnum.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.48cm; margin-bottom: 0.08cm;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Nel primo volume vengono presentate circa duecento fotografie selezionate direttamente dall’autore. Celebri o meno conosciute, sono immagini che ne rappresentano il percorso e permettono al fotografo di consegnarci anche ricordi e riflessioni personali. Attraverso il racconto scopriamo che cosa succede dietro l’obiettivo, ovvero quell’alchimia che, grazie a un misto di presentimento e di imprevisto, di tecnica e di istinto, dà vita a belle immagini.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.48cm; margin-bottom: 0.08cm;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Nato a Parigi nel 1910, con Henri Cartier-Bresson e Robert Doisneau, Ronis ha avviato il movimento dei «fotografi umanisti» che hanno dato lustro alla fotografia francese del dopoguerra. Nel suo lavoro ha illustrato soprattutto la vita quotidiana: le scene di strada, soprattutto i quartieri della sua città, Parigi, il mondo del lavoro, cercando sempre di trasmettere un’emozione particolare e uno sguardo delicato e amichevole. Numerosi sono stati i riconoscimenti e le mostre che lo hanno celebrato. Tra queste, la grande esposizione retrospettiva che nel 2005 il comune di Parigi allestì all’Hotel de la Ville. Morto l’11 settembre del 2009, Ronis con il suo lavoro ha attraversato buona parte del Novecento, secolo che ha raccontato da un originale punto di vista.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.48cm; margin-bottom: 0.08cm;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Un punto di vista racchiuso in cinque parole chiave, trasformate in altrettanti capitoli del libro: pazienza, riflessione, caso, forma e tempo. Mostrandoci i provini da cui sono nate le sue opere migliori, il fotografo illustra il percorso creativo che porta all’immagine definitiva, quella che egli considera la più equilibrata: la foto da stampare. «Alla domanda che cos’è una foto riuscita?, mi accontento, in mancanza di meglio, di rispondere: quella con cui sono riuscito a comunicare l’emozione che l’ha fatta nascere. Una foto riuscita — spiega il fotografo — è anche un certo valore aggiunto, non previsto in anticipo, atteso con trepidazione, mai sicuro, ma senza il quale il lavoro della famiglia dei fotografi cui appartengo, non sarebbe che una pallida constatazione di una banalità senza rilievo».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.48cm; margin-bottom: 0.08cm;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Svelando la genesi delle immagini, il libro — che riprende una serie di conferenze tenute dal fotografo — permette di condividere un’esperienza unica. Ma a partire da una prima grande lezione: «La fotografia è lo sguardo. Si ha o non si ha. Può affinarsi con gli anni, ma si manifesta fin da subito, con la macchina più a buon mercato».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.48cm; margin-bottom: 0.08cm;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Pur avendo esplorato vari ambiti — dalla moda alla pubblicità, dalla fotografia industriale all’illustrazione giornalistica — lo sguardo di Ronis è rimasto soprattutto quello di un fotografo della quotidianità. Le sue immagini spesso sono fatte di pochi elementi, che nell’obiettivo si ricompongono in un’imprevista armonia capace di restituire tutto il fascino di un’atmosfera particolare. È l’attimo che, staccato dallo scorrere del tempo, si materializza nell’inquadratura e diviene fatto in sé. Come, per esempio, nella foto «Nauplia» (Grecia, 1980): «Visitiamo il vecchio quartiere — spiega il fotografo — solcato da stradine strette, ai piedi della cittadella, la cui cima è segnalata dalla torretta. All’improvviso, a una cinquantina di metri, una giovane donna compare su un balcone. La sua sagoma, dalla distanza che mi separa da lei, si accorda per contrasto e scala a quella torretta sullo sfondo del cielo. Ho appena il tempo per cambiare obiettivo ed è il 150 millimetri a offrirmi la composizione migliore».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.48cm; margin-bottom: 0.08cm;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Qui è stato il caso a dettare lo scatto. Ma altre volte occorre pazienza, molta pazienza. «Più ci penso — annota Ronis — e più percepisco che c’è una fotografia da fare di quel posto, ma in modo diverso. Allora mi sento come un pescatore o un cacciatore, e aspetto». Altre ancora occorre riflessione, darsi il tempo di organizzare. «Io — spiega l’artista — adotto una modalità di lavoro impostata sulla previsione di quello che può avvenire. Tranne rare eccezioni, non metto in scena, cerco di negoziare con il caso».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.48cm; margin-bottom: 0.08cm;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;A ogni modo, la forma è sempre importante: «L’artista che si interessa delle cose della realtà — precisa il fotografo — si preoccupa innanzitutto del significato di quello che dà a vedere. Tale significato sarà tanto più recepito se espresso nella forma che meglio ne rivela il contenuto». Ma ci vuole tanta pratica, la sola che «assicurerà il dominio (del tutto relativo) di quella visione globale senza la quale l’equilibrio formale dell’immagine è irrealizzabile nella brevità della decisione». E qui entra in gioco il tempo. Che per Ronis è soprattutto il tempo che passa. «I risultati dei miei settant’anni di scatti — spiega — sono segnati da una certa soggettività, influenzati da un contesto morale, intellettuale, estetico, e così via. Eppure, ogni volta, lì, davanti ai miei tre occhi, c’è quello che mi ha interessato, mi ha commosso e che, al di là di tutto, ho deciso di salvare dall’oblio».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.48cm; margin-bottom: 0.08cm;"&gt; &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;E non è forse questo uno dei principali meriti della fotografia?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.48cm; margin-bottom: 0.08cm;"&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.48cm; margin-bottom: 0.08cm;"&gt;&lt;b style="background-color: white; color: #323232; font-family: Arial, Tahoma, Helvetica, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 10px;"&gt;(©L'Osservatore Romano – 25 novembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-4626732343318937833?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/4626732343318937833/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=4626732343318937833' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4626732343318937833'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4626732343318937833'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/11/larte-di-negoziare-con-il-caso.html' title='L’arte di negoziare con il caso'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-lHI7_PSp-vs/Ts5ndsCPoMI/AAAAAAAABCU/5z7OoluSz3s/s72-c/272q05b.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-4421130630237801781</id><published>2011-11-23T09:34:00.000+01:00</published><updated>2011-11-23T09:34:19.110+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Attualità'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Varie'/><title type='text'>Fermata Piemonte: raccontare l'accoglienza, disegnare l'integrazione.</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-98PKM1eSrEM/TsyvpeDldnI/AAAAAAAABCM/TlgyBRkKXKw/s1600/IMG_1687.JPG" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="213" src="http://1.bp.blogspot.com/-98PKM1eSrEM/TsyvpeDldnI/AAAAAAAABCM/TlgyBRkKXKw/s320/IMG_1687.JPG" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Cari amici, vi segnalo una interessante iniziativa. Si intitola&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: large;"&gt; &lt;b&gt;"Fermata Piemonte: raccontare l'accoglienza, disegnare l'integrazione"&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&amp;nbsp;e si svolgerà il 29 e 30 novembre presso la sala conferenze GAM di via Magenta 31 a Torino. &amp;nbsp;Promossa dal consorzio Connecting People e da Fondazione Xenagos in collaborazione con Confcooperative Torino e consorzio Kairòs, l'iniziativa  prevede due momenti:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;29 novembre ore 18,30 - 23,00&lt;/b&gt;:  &lt;b&gt;FORME E RAPPRESENTAZIONI. SERATA DI ARTISTI E OPERE A CONFRONTO SULLA RAPPRESENTAZIONE DEI MIGRANTI E DELLE MIGRAZIONI&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Il programma della serata prevede l’esposizione di opere fotografiche e pittoriche sul tema della migrazione. Il tutto sarà arricchito dalla proiezione del film “Cose dell'altro Mondo” seguita da una conversazione del pubblico con il regista, Francesco Patierno. L'idea della serata nasce dalla consapevolezza, sempre più radicata, che la modalità di raffigurare i fatti migratori, in opere e media destinati al grande pubblico, possa influenzare, e talvolta determinare, l'esito dei processi di integrazione e la qualità della convivenza tra culture differenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;30 novembre ore 9,00 - 17,30: IL CONVEGNO&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Durante il congresso verrà presentata, in particolare modo, l'esperienza piemontese del consorzio Connecting People che ha svolto un ruolo chiave nell’emergenza Nord Africa, accogliendo circa 15.000 persone in tutta Italia (11.000 solo a Manduria) e in Piemonte oltre 450 (il 25% del totale). Nella gestione ordinaria dei centri ministeriali è oggi uno degli enti gestori più noti e collabora attivamente con OIM, Università La Sapienza, AICCRE.  Le tre tavole rotonde previste saranno moderate da giornalisti di livello che condurranno il confronto tra i numerosi relatori, rappresentanti di enti protagonisti della scena torinese, nazionale e internazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: large;"&gt;Programma completo e dettaglio organizzativi si trovano su &lt;a href="http://www.cpeople.it/"&gt;www.cpeople.it&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-4421130630237801781?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/4421130630237801781/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=4421130630237801781' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4421130630237801781'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4421130630237801781'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/11/fermata-piemonte-raccontare.html' title='Fermata Piemonte: raccontare l&apos;accoglienza, disegnare l&apos;integrazione.'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-98PKM1eSrEM/TsyvpeDldnI/AAAAAAAABCM/TlgyBRkKXKw/s72-c/IMG_1687.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-8916079704437156443</id><published>2011-11-21T17:00:00.003+01:00</published><updated>2011-11-21T17:00:02.605+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Chiesa'/><title type='text'>Una testimonianza di carità al servizio della Chiesa</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-Bsk7_CeR_Vc/TspkDaxJ1mI/AAAAAAAABB8/q_9ZhBHwRrM/s1600/povert%25C3%25A0.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="257" src="http://1.bp.blogspot.com/-Bsk7_CeR_Vc/TspkDaxJ1mI/AAAAAAAABB8/q_9ZhBHwRrM/s320/povert%25C3%25A0.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;A colloquio con monsignor Giovanni Nervo per i quarant’anni di Caritas italiana&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;«La crisi dell’economia globale, il conseguente impoverimento della società e l’aumento dell’esclusione sociale dei più deboli richiede alla Chiesa e alla Caritas di assumere la tutela della dignità e dei diritti delle persone e delle fasce più deboli». Monsignor Giovanni Nervo, classe 1918, fondatore — anche se a lui questa definizione non piace — e memoria storica della Caritas italiana, va subito al cuore dell’attualità per indicare le priorità dell’azione. E oggi il cuore del problema sono le drammatiche conseguenze della crisi economica su migliaia di famiglie il cui orizzonte non va oltre la scadenza della prossima bolletta. «È quello che la Caritas fa da sempre — sottolinea l’anziano ma sempre attivo sacerdote — e credo che particolarmente oggi suo compito sia dare voce ai poveri,  essere voce dei poveri nella Chiesa e nella società civile».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Sono passati quarant’anni da quando venne istituito da Paolo vi — era il 2 luglio 1971 —  e da allora questo organismo pastorale della Chiesa italiana è sempre stato impegnato lungo le frontiere della povertà, del disagio, dell’emergenza. Quarant’anni di storia che sono al centro dell’annuale Convegno nazionale delle Caritas diocesane apertosi nel pomeriggio di oggi, lunedì, a Fiuggi, e che monsignor Nervo sarà chiamato a raccontare martedì pomeriggio, almeno per i  primi quindici anni, quelli di cui è stato protagonista come presidente e poi, dal 1975, con il nuovo statuto che assegnava questa carica a un vescovo, come vicepresidente.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;«Per comprendere la novità della Caritas — ci dice, anticipando alcuni dei contenuti dell’incontro — è necessario tener presente che prima della Caritas italiana c’era stata in Italia per trent’anni una grande istituzione caritativa assistenziale: la Pontificia opera di assistenza (Poa), un ente erogatore di beni e di servizi, con gli aiuti dei cattolici americani; dipendeva dalla Santa Sede e aveva ramificazioni nelle diocesi con le Opere diocesane di assistenza (Oda). Era lo strumento della carità del Papa per l’Italia, guidato da un grande apostolo della carità, monsignor Ferdinando Baldelli, che forse la Chiesa italiana ha dimenticato troppo presto. La Poa fu provvidenziale nelle difficoltà della guerra e del dopoguerra. Ma le comunità cristiane erano state abituate a ricevere ed erano state poco educate a dare».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Cambiata la situazione del Paese, Paolo vi nel 1970 sciolse la Poa e sollecitò la Conferenza episcopale italiana a istituire un proprio organismo pastorale per la promozione e il coordinamento dell’attività caritativa e assistenziale della Chiesa italiana, con lo spirito e l’indirizzo del Concilio. «Le linee direttive fondamentali della Caritas — aggiunge monsignor Nervo — sono segnate dal commento che Paolo vi fece allo statuto dato dalla Cei alla Caritas nel discorso al primo convegno nazionale delle Caritas diocesane, nel settembre 1972. È stato la guida della Caritas in questi 40 anni di vita. Tre passaggi sono fondamentali e attualissimi. In primo luogo,  “non è concepibile che il popolo di Dio cresca secondo lo spirito del Concilio Vaticano ii se tutti i suoi membri non si fanno carico di chi è in difficoltà e sofferenza”; di conseguenza “la prevalente funzione pedagogica della Caritas”; quindi il rapporto tra carità e giustizia: “La carità è sempre attuale come stimolo e completamento della giustizia”».  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-Z20EiYtGodU/TspkLgRZfvI/AAAAAAAABCE/BR34LGQJcTE/s1600/img_69.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://2.bp.blogspot.com/-Z20EiYtGodU/TspkLgRZfvI/AAAAAAAABCE/BR34LGQJcTE/s400/img_69.jpg" width="300" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Le tappe successive sono state segnate dallo sviluppo delle Caritas diocesane e parrocchiali e dalla pronta e attiva presenza nelle grandi calamità in Italia e nel mondo. «Ma negli anni Settanta — sottolinea il sacerdote per spiegare la novità dell’istituzione — la Caritas, frutto del Concilio, si presentò come strumento provvidenziale per il rinnovamento della Chiesa nell’ambito della testimonianza di carità. Spero e credo che in questi 40 anni non abbia perduto lo spirito iniziale. Certo, lo sviluppo dell’istituzione può far diminuire o rendere meno visibile la carica innovativa. Tuttavia un avvenimento come la celebrazione del quarantesimo può farla riscoprire e rinnovare».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;In passato la Caritas ha assunto posizioni di frontiera, persino scomode. E ha anche risposto a quell’esigenza, che peraltro era un’aspettativa di molti, di supplenza  rispetto alle inadempienze delle istituzioni nei confronti delle situazioni di povertà e di marginalità. Per monsignor Nervo è un’esigenza che non è tramontata, ma occorre evitarne i rischi. «Rispondere con servizi adeguati ai bisogni della società — spiega, infatti — non è compito della Chiesa, ma della società bene organizzata. Compito della Chiesa è formare le coscienze alla propria responsabilità sociale e, se fa delle opere, devono essere testimonianza dell’amore di Dio per gli uomini. In situazioni straordinarie di emergenza la carità può anche richiedere di fare opere di supplenza. La Caritas però deve evitare di creare alibi alla inefficienza di pubbliche istituzioni e deve guardarsi dal pericolo di essere assorbita dalla gestione di servizi che potrebbe ostacolare l’adempimento della sua prevalente funzione pedagogica».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Una funzione, questa, che deve aiutare le comunità ecclesiali a una maggiore assunzione di responsabilità nell’esercizio della carità. La questione resta ancora il come. «Non credo che per un tale fine  la Caritas debba moltiplicare le opere di carità, ma — sottolinea monsignor Nervo — riportare al significato autentico di carità, che non è elemosina, ma amore, e coinvolgere maggiormente la comunità cristiana che celebra l’Eucaristia a farsi carico delle sofferenze dei suoi membri, in modo che nessuna persona in difficoltà sia abbandonata. A questo scopo le Caritas diocesane, più che organizzare nuove opere di supplenza dovrebbero impegnarsi a promuovere e far crescere autentiche Caritas parrocchiali, che non siano nuovi gruppi caritativi, magari in concorrenza con altre, ma organi pastorali di promozione e coordinamento delle espressioni di carità della comunità ecclesiale».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;In questo ambito è dunque sempre più necessario non confondere l’essere, il fare e l’agire. «Quando abbiamo avviato la Caritas italiana — precisa al riguardo il sacerdote — padre Pelagio Visentin, monaco benedettino dell’Abbazia di Praglia, in un ritiro per i delegati regionali sviluppò il tema “Vivere nella carità” in una serie di meditazioni che furono poi pubblicate dall’Editrice Ave. Lì è dimostrato in modo esemplare come il fare e l’agire devono essere alimentati dall’essere».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ma qual è stata, chiediamo a monsignor Nervo, la profezia della Caritas nella Chiesa italiana in questi anni? E quale potrà essere per il futuro? La risposta si rifà alla storia. «Quando la Cei  istituì la Caritas italiana, all’interno del Consiglio permanente ci fu discussione. Il cardinale Pellegrino, arcivescovo di Torino, non era molto convinto, perché, diceva, il compito di promuovere la carità è di tutta la Chiesa, è di tutti i suoi organi pastorali e non può essere delegato a un organo particolare. Questa riflessione fu provvidenziale perché portò a inserire nello statuto l’espressione: “La Caritas ha il compito di promuovere (...) la testimonianza della carità nella comunità ecclesiale italiana (...) con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogica”. Questa è stata la profezia della Caritas nella Chiesa italiana in questi quarant’anni e questo è chiamata a essere anche per il futuro».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="line-height: 0.29cm; margin-bottom: 0cm;"&gt; &lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;b&gt;(©L'Osservatore Romano –  22 novembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;  &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-8916079704437156443?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/8916079704437156443/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=8916079704437156443' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/8916079704437156443'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/8916079704437156443'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/11/una-testimonianza-di-carita-al-servizio.html' title='Una testimonianza di carità al servizio della Chiesa'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-Bsk7_CeR_Vc/TspkDaxJ1mI/AAAAAAAABB8/q_9ZhBHwRrM/s72-c/povert%25C3%25A0.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-584876216373256073</id><published>2011-11-17T16:30:00.004+01:00</published><updated>2011-11-17T16:30:03.187+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>Uno Shakespeare troppo complicato</title><content type='html'>&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-jCNkM0viN9o/TsTovwBDlUI/AAAAAAAABBg/w3Mel4GASt4/s1600/locandina-anonymous.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://1.bp.blogspot.com/-jCNkM0viN9o/TsTovwBDlUI/AAAAAAAABBg/w3Mel4GASt4/s400/locandina-anonymous.jpg" width="278" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;i&gt;Esce in Italia il film «Anonymous» di Roland Emmerich &amp;nbsp;dedicato al Bardo di Stratford-upon-Avon&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: black; font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small; font-style: normal;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;La teoria, tutt’altro che nuova, resta per alcuni affascinante: William Shakespeare era un &lt;i&gt;nom de plume&lt;/i&gt;.  Il bardo, dunque, non esisterebbe e le geniali opere a lui attribuite sarebbero state scritte da qualcun altro. Stavolta a riproporre il tormentone è il regista Roland Emmerich che nel film &lt;i&gt;Anonymous&lt;/i&gt;, tra le tante ipotesi, sposa quella che vedrebbe in Edward de Vere, conte di Oxford, l’autore misterioso. E lo fa ambientando la vicenda durante i disordini politici avvenuti nel periodo elisabettiano, abbondantemente conditi con invidie, cospirazioni, tradimenti e torbide passioni, per rendere il tutto cinematograficamente più attraente. In più la messinscena è imponente, con una sontuosa ricostruzione di Londra in computer grafica (Emmerich è quello di &lt;i&gt;Independence Day&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;The Day After Tomorrow&lt;/i&gt;), e con costumi e ambientazioni di grande suggestione.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Tutto bene, dunque? Non proprio, perché lo sceneggiatore John Orloff — anche volendo sorvolare su alcune incongruenze di date tra le opere attribuite a Shakespeare e la vita di de Vere — non riesce a costruire una storia del tutto lineare, facendo ricorso a una serie di flashback, alcuni persino all’interno di altri. Cosicché nella prima mezzora del film complica non poco la vita dello spettatore, soprattutto se a digiuno di storia inglese, servendogli un groviglio che sembra inestricabile, anche perché tra gli intenti del regista c’è quello di imbastire un thriller politico. E per questo immagina le opere di Shakespeare — di cui vi sono alcuni deliziosi assaggi in un ben ricostruito Globe Theatre — come un’arma sfruttata dalle fazioni che si contendono il potere per sobillare il popolo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-UyK0vAv8PSY/TsTo2oDDjVI/AAAAAAAABBo/f4lnSCinrb0/s1600/film-review-anonymous_nich-1.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="179" src="http://4.bp.blogspot.com/-UyK0vAv8PSY/TsTo2oDDjVI/AAAAAAAABBo/f4lnSCinrb0/s320/film-review-anonymous_nich-1.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ecco allora una regina Elisabetta (interpretata da Vanessa Redgrave da anziana e dalla figlia Joely Richardson in gioventù) tutt’altro che casta, madre di almeno tre figli illegittimi e custode di un indicibile segreto riguardante uno di loro. E attorno alla sovrana una serie di scaltri personaggi, come William Cecil (David Thewlis) e il figlio Robert (Edward Hogg), il cui solo intento è quello di preservare la corona per un monarca protestante e il potere della famiglia. In questo scenario segnato da congiure  che agitano il palazzo, il Conte di Oxford (Rhys Ifans) scrive le sue tragedie e commedie, restando nell’ombra, conscio dell’influenza che hanno sul popolo, e tuttavia apparentemente disinteressato alle trame in cui comunque è invischiato. Un disinteresse — il prezzo che paga per il suo amore per le lettere — che lo porterà a perdere via via il pur cospicuo patrimonio familiare.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-Ty-fbpbYnsg/TsTo5B2RQrI/AAAAAAAABBw/T2Ma2Q4dEwU/s1600/Anonymous-Rhys-Ifans.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="196" src="http://1.bp.blogspot.com/-Ty-fbpbYnsg/TsTo5B2RQrI/AAAAAAAABBw/T2Ma2Q4dEwU/s320/Anonymous-Rhys-Ifans.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Il risultato — che a stento dissimula un pizzico d’invidia tutta americana per il genio del drammaturgo inglese — è una via di mezzo tra &lt;i&gt;Elizabeth&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Shakespeare In Love&lt;/i&gt;, un po’ tragedia e un po’ commedia; un film che non riesce a catturare e a convincere come vorrebbe. Almeno non così come vorrebbero il regista e l’attore shakespeariano Derek Jacobi, al quale con una trovata narrativa Emmerich affida, sul palco di un moderno teatro di New York, il compito di introdurre lo spettatore alla conoscenza di “un’altra storia” e il finale che vorrebbe porre fine alla disputa.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Il giudizio sul merito della questione lo lasciamo agli storici. Quanto a noi, anche dopo la visione del film,  la sensazione è che non sia poi così importante sapere chi fosse realmente William Shakespeare. Ciò che conta, e che resta, è la sua ineguagliabile opera.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b style="background-color: white; color: #323232; font-family: Times, 'Times New Roman', serif; font-size: 14px; line-height: 11px;"&gt;(©L'Osservatore Romano – 18 novembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-584876216373256073?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/584876216373256073/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=584876216373256073' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/584876216373256073'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/584876216373256073'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/11/uno-shakespeare-troppo-complicato.html' title='Uno Shakespeare troppo complicato'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-jCNkM0viN9o/TsTovwBDlUI/AAAAAAAABBg/w3Mel4GASt4/s72-c/locandina-anonymous.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-1552091600245111005</id><published>2011-11-16T12:21:00.001+01:00</published><updated>2011-11-16T17:52:04.343+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Chiesa'/><title type='text'>Per un nuovo impulso all'evangelizzazione</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-8Jrnf1rfzs4/TsOcCtCZFVI/AAAAAAAABBY/YBcnLMFPoEQ/s1600/papa+Benedetto+XVI.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="217" src="http://1.bp.blogspot.com/-8Jrnf1rfzs4/TsOcCtCZFVI/AAAAAAAABBY/YBcnLMFPoEQ/s320/papa+Benedetto+XVI.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Benedetto XVI indice un Anno della Fede che avrà inizio l'11 ottobre 2012&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;«Dare rinnovato impulso alla missione di tutta la Chiesa di condurre gli uomini fuori dal deserto in cui spesso si trovano» verso «l’amicizia con Cristo». Ma anche un modo per dare dimensione universale a uno degli obiettivi di fondo del Pontificato. É quanto si propone  Benedetto XVI attraverso l'Anno della fede, significativamente annunciato durante la Messa celebrata il 16 ottobre in occasione del convegno dei «nuovi evangelizzatori» e indetto ufficialmente il giorno successivo con il Motu Proprio &lt;i&gt;Porta Fidei: &lt;/i&gt;quella stessa porta che Dio aprì ai pagani al tempo dell’imperatore Claudio e delle missioni di Paolo, e che oggi il Papa vuole spalancare ai credenti di tutto il mondo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; La memoria va a quel primo discorso del nuovo Pontefice nella Cappella Sistina, la mattina dopo l’elezione.  Vi si affermava «l’esigenza di riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia e il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo». Riagganciandosi a quella intenzione, Benedetto XVI ha istituito di recente il nuovo Dicastero per la promozione della nuova evangelizzazione. Oggi ne propone l'attuazione concreta alla Chiesa universale, offrendo l'opportunità di un «tempo di particolare riflessione e riscoperta della fede». Un anno che avrà inizio l’11 ottobre 2012, lo stesso giorno in cui cinquant’anni fa si apriva il Concilio Vaticano II, per concludersi il 24 novembre 2013.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Nelle intenzioni del Pontefice la coincidenza con l’anniversario dell’inaugurazione dell’assise ecumenica rappresenta, di fronte a continue discussioni e appropriazione di parte, «un’occasione propizia» per riaffermare che i testi dei padri conciliari «non perdono il loro valore e il loro smalto», come scrisse Giovanni Paolo II nella &lt;i&gt;Novo millennio ineunte&lt;/i&gt;. Non a caso Benedetto XVI ribadisce quanto affermato a proposito del Vaticano II pochi mesi dopo l'elezione: «Se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica, esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; In tale prospettiva il Papa invita soprattutto a riscoprire e a valorizzare il Catechismo della Chiesa cattolica, «uno dei frutti più importanti del concilio Vaticano II», che può rivelarsi oggi «un vero strumento a sostegno della fede, soprattutto per quanti hanno a cuore la formazione dei cristiani, così determinante nel nostro contesto culturale». Il Santo Padre raccomanda anche di «intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia», e di rafforzare la testimonianza dell’amore cristiano, nella consapevolezza che «fede e carità si esigono a vicenda, così che l’una permette all’altra di attuare il suo cammino».  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; Comunque sia, il punto fermo resta «un’autentica e rinnovata conversione al Signore»: la Chiesa infatti — ricorda il Papa — «comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt; In  ultima analisi, da questo Anno della fede - analogo a quello voluto da Paolo VI due anni dopo la conclusione del Vaticano II per ricordare il martirio degli apostoli patroni di Roma - Benedetto XVI si aspetta «un più convinto impegno ecclesiale a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e l’entusiasmo nel comunicare la fede».  Un impegno che riguarderà tutti, a partire dalle singole parrocchie, ovunque nel mondo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: right;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif; font-size: x-small;"&gt;&lt;b&gt;Molisinsieme n.19, 13 novembre 2011&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: right;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-1552091600245111005?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/1552091600245111005/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=1552091600245111005' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/1552091600245111005'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/1552091600245111005'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/11/per-un-nuovo-impulso.html' title='Per un nuovo impulso all&apos;evangelizzazione'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-8Jrnf1rfzs4/TsOcCtCZFVI/AAAAAAAABBY/YBcnLMFPoEQ/s72-c/papa+Benedetto+XVI.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-6420808365378444923</id><published>2011-11-14T17:00:00.006+01:00</published><updated>2011-11-14T17:00:14.812+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Nazismo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Chiesa'/><title type='text'>Il prete austriaco che sfidò il nazismo</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-sBnnsAOqmpA/TsEMu_N8d7I/AAAAAAAABBQ/TNEwboeU3yo/s1600/image.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://1.bp.blogspot.com/-sBnnsAOqmpA/TsEMu_N8d7I/AAAAAAAABBQ/TNEwboeU3yo/s400/image.jpg" width="241" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;A Dornbirn la beatificazione del martire Carl Lampert&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;«Sofferenza e coraggio»: sono i due elementi che hanno caratterizzato l’esistenza, conclusasi con il martirio, del sacerdote Carl Lampert. Li ha evidenziati il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, durante la beatificazione presieduta in rappresentanza di Benedetto xvi, in Austria, a Dornbirn, domenica 13 novembre.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Esattamente nello stesso giorno &amp;nbsp;del 1944, il prete austriaco era stato ghigliottinato in odium fidei. Per questo — ha ricordato il porporato ai fedeli che hanno partecipato al rito — il Papa, «che tanto ama la vostra nobile nazione e la vostra gloriosa Chiesa, beatifica questo sacerdote, esaltandolo con il nome di martire». &amp;nbsp;E il Pontefice stesso all’Angelus lo ha ricordato, sottolineando che «nel tempo oscuro del nazionalsocialismo, ha visto con chiarezza il significato della parola di San Paolo: Noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre».&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Nel suo messaggio il cardinale Amato ha individuato due aspetti essenziali nella tragica vicenda di Lampert: &amp;nbsp;«da una parte, l’odio implacabile del persecutore, e, dall’altra, la fortezza sconfinata di questo sacerdote di fronte alle disumane sofferenze inflittegli ingiustamente». Del resto «quando nel 1938 l’Austria fu occupata dall’invasore nazista, fu abolito il familiare e dolce saluto Grüss Gott». E «il regime si manifestò subito particolarmente ostile verso i credenti più convinti, laici e soprattutto sacerdoti, che furono perseguitati, rinchiusi in campi di concentramento e uccisi». Perché — ha spiegato «colpendo violentemente i ministri di Dio si voleva sradicare la fede dai cuori» della gente.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;In questo «inferno di prepotenza e di menzogna», rifulsero l’innocenza e l’eroismo del martire Lampert, che «all’odio rispose con l’amore, alle offese con il perdono, alle ingiuste sentenze degli uomini con la fede nel giusto giudizio di Dio, nella ferma speranza della vita eterna». E ha messo in luce come «nei ripetuti e sfibranti interrogatori» venisse pestato a sangue. Non solo: «durante le molte prigionie subì l’isolamento, la proibizione di leggere Vangelo, di pregare il breviario, di recitare il rosario, la mancanza di cibo, spesso per due o tre giorni di seguito». &amp;nbsp;D’altronde, ha sottolineato il cardinale Amat0, «anche il non poter far nulla era una sofferenza atroce, che logorava il corpo e l’anima. Se Dio è il padre buono che dà cose buone ai suoi figli, il re della menzogna è il grande inventore di tormenti atroci e disumani. Al paradiso creato da Dio, il “serpente antico” oppone il suo inferno, dove il nostro martire visse con una fortezza di fede, di speranza e di carità incomparabili».&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Il porporato ha quindi ricordato come verso la fine della sua lunga prigionia il beato si sentisse «come un naufrago, che, nonostante la violenza della tempesta, resiste e si salva aggrappato al tronco della croce di Cristo. Alcune ore prima dell’esecuzione scriveva al fratello: “È giunta l’ora ‘tanto dolorosa’ per te e per tutti i miei cari, l’ora della ‘redenzione’ per me! La via crucis porta adesso all’ultima stazione. Tenebre factae sunt — &amp;nbsp;sed dies albescit — in Te Domine speravi, alleluja”». &amp;nbsp; Per tutti questi motivi — ha concluso — egli «è un esempio a non conformarci a questa nostra società, che dimentica la lieta notizia di Gesù, allontanandosi dalla vita buona del Vangelo».&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Anche il vescovo di Innsbruck, monsignor Manfred Scheuer, nell’omelia ha invitato a riflettere sulla figura del nuovo beato. «Per alcuni &amp;nbsp;— ha detto — non è facile &amp;nbsp;avere a che fare &amp;nbsp;con &amp;nbsp;il ricordo del provicario Lampert né &amp;nbsp;con la sua beatificazione. Era un uomo di Chiesa &amp;nbsp;e per giunta della gerarchia ecclesiastica. In entrambi i ruoli, quindi, &amp;nbsp;non certo in alto nella scala della popolarità. Inoltre, era un uomo &amp;nbsp;di diritto &amp;nbsp;e di diritto canonico». Il presule ha poi sottolineato come settant’anni fa, Lampert «si oppose a ciò che oggi accade in maniera più subdola, sotto altre forme: &amp;nbsp;smantellamento di conventi, estinzione di comunità religiose, emarginazione della Chiesa, disprezzo per i sacerdoti e per la religione». La sua &amp;nbsp;beatificazione «è crisi, occasione di discernimento per &amp;nbsp;lo stile di vita e per la nostra fede». D’altronde, ha concluso, «non è facile ammirare Lampert, senza, nello stesso tempo, &amp;nbsp;porsi domande sulla propria vita»&lt;/span&gt;.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="background-color: white; color: #323232; font-family: Times, 'Times New Roman', serif; font-size: 14px; line-height: 11px;"&gt;&lt;b&gt;(©L'Osservatore Romano – 15 novembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-6420808365378444923?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/6420808365378444923/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=6420808365378444923' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/6420808365378444923'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/6420808365378444923'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/11/il-prete-austriaco-che-sfido-il-nazismo.html' title='Il prete austriaco che sfidò il nazismo'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-sBnnsAOqmpA/TsEMu_N8d7I/AAAAAAAABBQ/TNEwboeU3yo/s72-c/image.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-4997212292333850259</id><published>2011-11-12T17:00:00.002+01:00</published><updated>2011-11-14T13:43:59.272+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Nazismo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Chiesa'/><title type='text'>Martire per affermare la dignità dell’uomo</title><content type='html'>&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-kotKf8JhbB0/Tr5eECNCHBI/AAAAAAAAA-E/-_hljmK4E2U/s1600/martire.JPG" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="202" src="http://3.bp.blogspot.com/-kotKf8JhbB0/Tr5eECNCHBI/AAAAAAAAA-E/-_hljmK4E2U/s320/martire.JPG" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: large;"&gt;&lt;b&gt;In Austria la beatificazione di Carl Lampert presieduta dal cardinale Angelo Amato&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;di &lt;i&gt;Veronika Fehle&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;«Nuoto attraverso  queste  onde del destino, grazie all’aiuto  dall’alto  e di voi tutti,  come un cane,  a volte ansimando, ma sempre  con la testa e il naso fuori dall’acqua». Lo scriveva il sacerdote austriaco Carl Lampert  (1894-1944) il 1° novembre  1943 a «tutti i cari in patria». Un anno dopo  scriveva un’altra lettera agli stessi destinatari.  Nessuno purtroppo conosce i loro nomi e nemmeno ha la certezza che la lettera  sia giunta a destinazione.    &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;Il martire Carl Lampert — che domenica 13 novembre viene beatificato a  Dornbirn in Austria, dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in rappresentanza di Benedetto xvi —  ha sofferto in tutta la sua vita per le vessazioni della gestapo. Dopo essere stato più volte arrestato e internato nei campi di concentramento di Dachau e di Sachsenhausen, venne condannato a morte dal tribunale di guerra del Reich.  Appresa la notizia della sua condanna a morte e consapevole che ormai gli restava poco tempo, mise per iscritto il suo dramma interiore: «I miei pensieri fluttuano e infuriano e  vogliono quasi rompere il miserabile involucro del mio corpo  prigioniero. Non è sempre facile  andare avanti, con tutti questi stati d’animo tumultuosi,  specialmente  in certi giorni  di ricordi,  e il cuore umano,  radicato e  cresciuto  con mille radici umane,  si dimena e sanguina  sempre  come  lacerato». Dodici giorni dopo,  il 13 novembre 1944, Carl Lampert  fu giustiziato a Halle sulla Saale in Germania. Le ultime parole furono «Gesù, Maria».  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;Lampert era un uomo che rideva volentieri,  che  si divertiva,  che amava fare delle gite  a Frascati,  e  che  spesso faceva la guida ai visitatori austriaci che si recavano a Roma. Era anche un uomo fedele alle proprie convinzioni, che obbediva a Dio  e alla propria coscienza,  che  fu maltrattato nelle carceri  e  nei campi di concentramento della Germania nazista, perché  non voleva mettersi i paraocchi,  perché guardava  ciò da cui altri si affrettavano ad allontanare lo sguardo. «Che gli uomini divengano di nuovo uomini», scriveva in una lettera a un amico. L’audacia  e il coraggio civile sono state, infatti, le sue caratteristiche.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;Nacque  a Göfis, un paesino  del Vorarlberg austriaco il 9  gennaio del 1894. Il padre, Franz Xaver,  era contadino,  la madre, Maria Rosina, badava alla casa. Non erano ricchi, e tuttavia erano benestanti, sicché  anche il settimo figlio, Carl appunto, poté  frequentare  il ginnasio.  Studiò poi teologia  presso  il seminario  episcopale  a Bressanone, diritto canonico a Roma e fu ordinato  sacerdote  nel 1918. Fino  a quel momento la vita di Carl  si svolse come in un libro illustrato:  di umili origini, studiò e  conobbe il mondo, guidò il  tribunale ecclesiastico  dell’amministrazione  apostolica  a Innsbruck-Feldkirch,  divenne provicario  di Innsbruck. E poi accadde qualcosa. A metà degli anni Quaranta, la  guerra investì l’Europa. Lampert si schierò contro  la disumanità e lo strapotere.  Denunciò  la persecuzione, la chiusura dei conventi,  e la diffidenza nei confronti di chi pregava.  Allora cominciò la sua via  dolorosa. Venne spiato,  perseguitato,  bandito, torturato, imprigionato  e più volte condannato a morte con l’accusa di «spionaggio dichiarazioni negative sulla deportazione degli ebrei  e sull’uccisione di pazienti  di  strutture sanitarie,  ascolto di radio straniere,   sostegno  a forzati». La sentenza venne eseguita per decapitazione.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;Già molto prima del 1998, quando fu avviato  ufficialmente il processo di beatificazione nella diocesi di Feldkirch,  si era attivato un ingranaggio gigantesco. Il dottor Richard Gohm  e padre Gaudentius Walser  vennero incaricati di promuovere la causa. Incalcolabili le ore  che hanno trascorso nell’esaminare montagne di documenti. Hanno apposto migliaia di volte la loro firma  su  testimonianze del tempo, protocolli e questionari. Oggi  i faldoni, i dossier,  gli album fotografici, i video e le registrazioni occupano cinque metri di ufficio e rendono evidente che  Carl Lampert e  il suo esempio  non sono mai stati dimenticati, sebbene lo scopo  dei suoi persecutori fosse stato  proprio quello di distruggere  qualsiasi ricordo di quell’uomo.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;Fino al 1989, nella ex Repubblica democratica tedesca, nel luogo in cui morì,  già da pochi giorni dopo l’esecuzione, si sviluppò una cultura della sua memoria alimentata clandestinamente. Perché  l’opposizione  al nazionalsocialismo  proprio nella ex Repubblica democratica,  doveva essere colorata esclusivamente di rosso  e  non tollerava  nessuna concorrenza. Ma, come afferma  Magnus Koschig, parroco  a Halle-Nord parlando della testimonianza di Lampert  «il dovere dei cristiani  è di dire “no” a   certe cose. E Carl  dimostrò che  questo “no” è possibile».&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;Lampert  «era un uomo  con varie sfaccettature. Si oppose al regime nazionalsocialista,  e se ne assunse  la responsabilità  per la sua Chiesa e per i suoi membri. Questo coraggio  nel  denunciare l’ingiustizia  lo abbiamo scelto come filo conduttore  della beatificazione» spiega Hans Rapp, responsabile per l’organizzazione della cerimonia.  Per far conoscere la figura del martire è stato scelto di fare una mostra in un container  nel quale sono esposti dei pannelli che rappresentano le  principali tappe della sua vita.  Da settembre verrà portato nelle varie  parrocchie del Vorarlberg. «Sono fermamente  convinto che  non possiamo plasmare il futuro senza  aver appreso dal passato» ha affermato monsignor Walter Herbert Juen, che  ha seguito il processo di beatificazione. Senza passato  non c’è futuro  e  senza memoria non c’è nemmeno  commemorazione. Carl Lampert  è una figura ingombrante. È un personaggio faticoso nel senso migliore.  Dimostra  che un «no»  è possibile sempre.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="background-color: white; color: #323232; font-family: Times, 'Times New Roman', serif; font-size: 14px; line-height: 11px; text-align: justify;"&gt;&lt;b&gt;(©L'Osservatore Romano – 13 novembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-4997212292333850259?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/4997212292333850259/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=4997212292333850259' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4997212292333850259'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4997212292333850259'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/11/martire-per-affermare-la-dignita.html' title='Martire per affermare la dignità dell’uomo'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-kotKf8JhbB0/Tr5eECNCHBI/AAAAAAAAA-E/-_hljmK4E2U/s72-c/martire.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-2237730929041883935</id><published>2011-11-07T16:30:00.011+01:00</published><updated>2011-11-07T19:56:42.516+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>Il film di Spielberg su Tintin: ritorno (coraggioso) al passato</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-C2qRk_3X5kE/TrfWsBZ18AI/AAAAAAAAA6Y/g2ExamtdcKg/s1600/adventures_of_tintin_the_secret_of_the_unicorn_steven_spielberg_008_jpg_rcww.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://2.bp.blogspot.com/-C2qRk_3X5kE/TrfWsBZ18AI/AAAAAAAAA6Y/g2ExamtdcKg/s320/adventures_of_tintin_the_secret_of_the_unicorn_steven_spielberg_008_jpg_rcww.jpg" width="227" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: red; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;E anche nelle librerie italiane rispuntano i raffinatissimi  album  dell’artista belga Hergé&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: red; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Le avventure di Tintin firmate dal premio Oscar Steven Spielberg non hanno sbancato i botteghini italiani. Nonostante il battage pubblicitario, la vetrina al Festival internazionale del film di Roma e, soprattutto, la fama del regista, le avventure del giovane reporter nato dalla matita del belga Hergé non hanno fatto colpo sugli spettatori. Peccato, ma c'era da aspettarselo e Spielberg era consapevole della sfida.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Tintin non è un personaggio noto al pubblico di oggi, e non solo in Italia. E anche tra gli adulti, i ragazzi di qualche decennio fa, non era tra i più in voga. Tuttavia aveva un seguito di appassionati. E sono loro, crediamo, quello zoccolo duro — grazie anche figli al seguito, perplessi all'inizio — che ha comunque garantito un onorevole piazzamento al cinebox, sia pure con notevole distacco dalle insignificanti moderne commediole all'italiana che tanto vanno di moda.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Se parliamo degli appassionati, che questo Tintin piaccia o meno è questione di gusti. E non ci riferiamo solo al tocco tutto particolare dato al personaggio dalla computer grafica e dal 3D, peraltro ai vertici quanto a esperienza visiva. Il dibattito verte semmai sulla fedeltà al tratto stilistico di Hergé, con la sua elegante essenzialità, perché è qui che si gioca la partita con i puristi: la sofisticata resa delle più moderne tecnologie rende giustizia della genialità del disegnatore belga? Solo in parte. Perché, pur nel loro massimo splendore, gli ultimi ritrovati non riescono a restituire pienamente l'emozione di quel disegno lineare, pulito, senza fronzoli. Che tuttavia si ritrova nella raffinatissima animazione che accompagna i titoli di testa: un vero gioiello.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-LvfGvb--g_I/TrfWqqMQQWI/AAAAAAAAA6Q/BN810mBGx0g/s1600/45762.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="170" src="http://2.bp.blogspot.com/-LvfGvb--g_I/TrfWqqMQQWI/AAAAAAAAA6Q/BN810mBGx0g/s400/45762.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;La differenza sta quindi tutta in quei 140 milioni di dollari — tanto è costato il film di Spielberg, coprodotto da Peter Jackson, quello de&lt;i&gt; Il signore degli anelli &lt;/i&gt;— che sono il segno concreto del mutare dei tempi. E dei gusti, che si sono molto evoluti e pretendono una certa dose di tecnologia soprattutto quando si tratta di avventura. E ciò spiega anche l'altro punto «critico», ovvero la resa stessa del carattere del giovane protagonista. Per chi ha amato le storie a fumetti, nonché la loro più fedele trasposizione nei più classici cartoni animati, non può non apparire fin troppo evidente l'intento del regista di avvicinarlo — in particolare in una scena fatta di vorticosi inseguimenti — al suo fortunato Indiana Jones, archeologo non solo cervello, ma anche muscoli e adrenalina. Operazione ritenuta necessaria per rendere Tintin, decisamente buffo con i pantaloni alla zuava e il ciuffo all'insù, più moderno e appetibile per un pubblico di neofiti, soprattutto americani; giovani, ma non solo, assetati di azione e di eroi sempre pronti a menar le mani e a rischiare l'incolumità pur di portare a termine la missione.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-rEbpXuV__eI/TrfWpz_J_II/AAAAAAAAA6I/vH29iHCOH60/s1600/Tintin-in-Tibet-pg08.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://2.bp.blogspot.com/-rEbpXuV__eI/TrfWpz_J_II/AAAAAAAAA6I/vH29iHCOH60/s400/Tintin-in-Tibet-pg08.jpg" width="291" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ci sarebbe poi da osservare che alla fin fine il vero protagonista del film, se non altro per carisma, sembra essere il burbero e quasi sempre ubriaco capitan Haddock, vecchio lupo di mare, che con la sua esuberanza più di una volta sottrae la scena al giovane reporter immaginato da Hergé sì temerario, ma molto meno spericolato rispetto ai canoni attuali. Anche questo si spiega con la necessità di rendere il tutto più vicino ai gusti odierni. In ogni caso, puristi o meno, non si può non rimanere colpiti dalla resa complessiva della storia. Spielberg è un maestro di cinema e siamo di fronte a un film vero — del resto dietro i pupazzi si celano attori reali — che, crediamo, non sarebbe dispiaciuto a Hergé.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ma il merito maggiore del regista è il coraggio mostrato nell'aver osato riproporre un personaggio che sa di antico e in parte dimenticato, le cui storie hanno però l'inconfondibile sapore delle avventure senza tempo. E per questo sempre affascinanti, avvincenti e attuali. Di sicuro lo hanno apprezzato, almeno così è parso, i ragazzini in sala, subito catturati da questo sconosciuto eroe dalla faccia pulita, lo sguardo limpido e l'animo nobile venuto dal passato. Che già attendono, magari con un pizzico d'impazienza, gli annunciati prossimi due episodi. E che cominciano ad appassionarsi alle sue storie, tornate a far capolino nelle vetrine delle librerie.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;&lt;b&gt;(©L'Osservatore Romano – 7/8 novembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;  &lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Times, 'Times New Roman', serif; font-size: large;"&gt;&lt;b&gt;&lt;i&gt;Su &lt;a href="http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?locale=it"&gt;L'Osservatore Romano &lt;/a&gt;di oggi troverete anche altri articoli dedicati a Tintin "Eroe cattolico"&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-2237730929041883935?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/2237730929041883935/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=2237730929041883935' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/2237730929041883935'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/2237730929041883935'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/11/il-film-di-spielberg-su-tintin-ritorno.html' title='Il film di Spielberg su Tintin: ritorno (coraggioso) al passato'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-C2qRk_3X5kE/TrfWsBZ18AI/AAAAAAAAA6Y/g2ExamtdcKg/s72-c/adventures_of_tintin_the_secret_of_the_unicorn_steven_spielberg_008_jpg_rcww.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-8146310837698799367</id><published>2011-11-05T16:23:00.000+01:00</published><updated>2011-11-05T16:23:56.786+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>Cinema: il modello Roma</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-2n4FJBifvG4/TrUmyx2JplI/AAAAAAAAA50/OIyMBZwVS0o/s1600/festival-roma-2011-programma.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="212" src="http://1.bp.blogspot.com/-2n4FJBifvG4/TrUmyx2JplI/AAAAAAAAA50/OIyMBZwVS0o/s320/festival-roma-2011-programma.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: x-large;"&gt;Al Festival vince il film &lt;i&gt;Un cuento chino&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;Per una volta pubblico e giuria (e in parte anche la critica) hanno concordato. Il film più bello tra quelli in concorso al Festival di Roma è  &lt;i&gt;Un cuento chino&lt;/i&gt;: una commedia,  finalmente. L’opera del regista argentino  Sebastián Borensztein si è infatti aggiudicata  i due premi più ambiti di questa sesta edizione, ovvero il Marc’Aurelio della giuria al miglior film e il premio del pubblico. Riconoscimenti meritati, che sottolineano  i  meriti, narrativi e stilistici, di un lavoro intelligente che, attraverso la grana grossa della commedia, affronta un tema importante, come quello dell’immigrazione.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;A  Noomi Rapace, protagonista di &lt;i&gt;Babycall&lt;/i&gt;, la giuria presieduta da Ennio Morricone ha assegnato  il Marc’Aurelio come migliore attrice, mentre miglior attore è risultato  Guillaume Canet per il film &lt;i&gt;Une vie meilleure&lt;/i&gt;.  La giuria ha anche assegnato un Gran Premio  a &lt;i&gt;Voyez comme ils dansent&lt;/i&gt; di Claude Miller e un Premio Speciale  a &lt;i&gt;The eye of the storm&lt;/i&gt;  di Fred Schepisi. Un riconoscimento  speciale è andato anche a  Ralf Wengenmayr per la colonna sonora di &lt;i&gt;Hotel Lux&lt;/i&gt;. Gli italiani in gara sono rimasti al palo.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;Alla fine tutti d’accordo, dunque, sul verdetto principale, che chiude un’edizione complessivamente di buon livello pur senza particolari sussulti — impreziosita tuttavia dal mirabolante Tintin di Spielberg e da un assaggio del nuovo Scorsese — che ha avuto il merito di non privilegiare solo la sezione ufficiale, ma di aver distribuito film di qualità anche nelle altre.&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-HkjSxchsk5M/TrUm22zEeLI/AAAAAAAAA58/a-b9W-xqAmE/s1600/Tintin1.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="174" src="http://1.bp.blogspot.com/-HkjSxchsk5M/TrUm22zEeLI/AAAAAAAAA58/a-b9W-xqAmE/s320/Tintin1.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;Una scelta,  questa, che rafforza la specificità del festival capitolino, che sta cercando di ritagliarsi uno spazio importante nel panorama internazionale percorrendo la strada della popolarità: non si punta su una platea di cinefili ma si offre un panorama variegato nel quale tutti possono scegliere. E il riscontro del pubblico sembra confermare la bontà della formula. Tanto che anche la stampa estera ha riconosciuto positivamente un «modello Roma».  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;Un passo avanti, quindi. Certo, si può migliorare, e in futuro, pur rimanendo su questa linea,  si potrà anche puntare al capolavoro, ad anteprime mondiali e a un &lt;i&gt;red carpet &lt;/i&gt;di prestigio. Ma c’è bisogno del contributo di tutti, al di là di sterili polemiche e inutili campanilismi.  (&lt;i&gt;gaetano vallini&lt;/i&gt;)&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;b style="color: #323232; font-family: Arial, Tahoma, Helvetica, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 11px; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;b style="color: #323232; font-family: Arial, Tahoma, Helvetica, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 11px; text-align: center;"&gt;(©L'Osservatore Romano – 6 novembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-8146310837698799367?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/8146310837698799367/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=8146310837698799367' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/8146310837698799367'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/8146310837698799367'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/11/cinema-il-modello-roma.html' title='Cinema: il modello Roma'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-2n4FJBifvG4/TrUmyx2JplI/AAAAAAAAA50/OIyMBZwVS0o/s72-c/festival-roma-2011-programma.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-380608407751865217</id><published>2011-11-04T17:00:00.004+01:00</published><updated>2011-11-04T17:00:02.233+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>Una mucca un argentino e un cinese</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-gjozcUqsXHU/TrPwN65IH1I/AAAAAAAAA5U/4Fp9hJlMwNk/s1600/Un_cuento_chino-523972971-large.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://2.bp.blogspot.com/-gjozcUqsXHU/TrPwN65IH1I/AAAAAAAAA5U/4Fp9hJlMwNk/s400/Un_cuento_chino-523972971-large.jpg" width="276" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: x-large;"&gt;&lt;i&gt;«Un cuento chino» di Sebastián Borensztein&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Una mucca piove dal cielo provocando una tragedia: è il surreale inizio di &lt;/span&gt;&lt;i style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; text-align: justify;"&gt;Un cuento chino&lt;/i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; text-align: justify;"&gt;, riuscita commedia del regista argentino Sebastián Borensztein, presentata in concorso al Festival internazionale del film di Roma. Un originale espediente per introdurre un racconto ispirato a una storia vera, che parla di immigrazione e solidarietà senza retorica e con godibile leggerezza.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Il protagonista è Roberto (un ottimo Ricardo Darin, già apprezzato nel film premiato con l’Oscar&lt;i&gt; Il segreto dei suoi occhi&lt;/i&gt;), proprietario di un negozio di ferramenta. Un tipo abitudinario e  solitario che s’imbatte per caso in Jun, un cinese appena sbarcato in Argentina alla ricerca dell’unico familiare ancora vivo e che non conosce una sola parola di spagnolo. Roberto non riesce a far finta di niente e si adopera per aiutarlo, certo però di risolvere al più presto la situazione.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ma la realtà sarà ben diversa e comincerà per lui un’improbabile convivenza con l’immigrato, impassibile e tenero. Che tra incomprensioni e situazioni decisamente spassose, lo porterà tuttavia a ritrovare la strada per uscire dalla solitudine, e persino l’amore.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Giocando con i contrasti, non solo dei caratteri, e alternando all’insignificante routine del protagonista gli spassosi siparietti che ne sconvolgono la monotonia — senza lesinare una graffiante critica alla società argentina — Borensztein costruisce un film che tocca diverse corde e, soprattutto, dice alcune cose interessanti sulla vita. Prima di tutto che l’incomunicabilità non esiste e che le barriere sono solo mentali. In secondo luogo che ogni occasione è buona per fare il bene. Infine, che il più delle volte in cambio si riceve più di quanto si dà.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-MKgNz1D9cco/TrPwQjlp6FI/AAAAAAAAA5c/8s4bGr_g8zw/s1600/foto+2.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="265" src="http://1.bp.blogspot.com/-MKgNz1D9cco/TrPwQjlp6FI/AAAAAAAAA5c/8s4bGr_g8zw/s400/foto+2.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;È ciò che scoprirà Roberto, un buon uomo, tanto burbero e contraddittorio quanto pronto a farsi carico generosamente delle difficoltà di un altro essere umano, non importa se straniero. Così come — grazie alla sua mania di ritagliare e conservare articoli che riportano fatti incredibili e assurdi, come quello della mucca caduta dal cielo — scoprirà anche che il destino ha tante sfaccettature e percorre strade che a volte si incrociano. Con conseguenze imprevedibili, capaci di dare un senso anche a ciò che apparentemente non ne ha. Offrendo a volte una seconda, inattesa opportunità. (&lt;i&gt;gaetano vallini&lt;/i&gt;)&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;b&gt;(©L'Osservatore Romano – 5 novembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;  &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-380608407751865217?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/380608407751865217/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=380608407751865217' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/380608407751865217'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/380608407751865217'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/11/una-mucca-un-argentino-e-un-cinese.html' title='Una mucca un argentino e un cinese'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-gjozcUqsXHU/TrPwN65IH1I/AAAAAAAAA5U/4Fp9hJlMwNk/s72-c/Un_cuento_chino-523972971-large.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-4681951301935579120</id><published>2011-11-02T17:00:00.001+01:00</published><updated>2011-11-02T17:00:03.078+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>Il potere dolce e unico delle donne</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-GJaCHhgoSOY/TrE_ZI2z1FI/AAAAAAAAA28/Wo7qprWibls/s1600/CGDR+Foto+di+Andrea+Catoni+%25284%2529.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="212" src="http://4.bp.blogspot.com/-GJaCHhgoSOY/TrE_ZI2z1FI/AAAAAAAAA28/Wo7qprWibls/s320/CGDR+Foto+di+Andrea+Catoni+%25284%2529.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;i&gt;Al Festival internazionale del film di Roma &lt;/i&gt;Il cuore grande delle ragazze&lt;i&gt; di Pupi Avati&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Dopo due opere che affrontavano tematiche attuali con uno sguardo lucido e poco rassicurante — &lt;i&gt;Il figlio più piccolo&lt;/i&gt;, sulla corruzione dilagante, e il bellissimo &lt;i&gt;Una sconfinata giovinezza&lt;/i&gt;, incentrato sull’Alzeheimer — Pupi Avati riprende uno dei temi centrali del suo cinema: il mondo contadino di un passato non lontanissimo. Lo fa con &lt;i&gt;Il cuore grande delle ragazze&lt;/i&gt;, presentato martedì 2 novembre in concorso al Festival internazionale del film di Roma e molto applaudito alla premiére.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;La campagna dell’infanzia, e dei racconti paesani, continua dunque a costituire un’attrattiva irresistibile per il regista emiliano, anche se ciò può comportare il rischio di una certa ripetitività pur attenuata dalle ragioni del cuore. Già, perché uno dei limiti di questo film — una commedia peraltro diretta con la consueta impeccabile  maestria, più attenta al gioco delle emozioni che alla forma — sta proprio nella sensazione di un già visto, che tuttavia frena solo in parte l’originale idea di fondo: raccontare la forza delle donne, quelle di una volta; ma anche, per contro, le debolezze degli uomini.   &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Siamo nell’Emilia della prima metà degli anni Trenta. I coniugi Vigetti, contadini, hanno tre figli, uno dei quali, Carlino, è un po’ tonto ma in compenso ha fin troppo ascendente sulle donne del luogo. Gli Osti, invece, sono proprietari della terra in cui i Vigetti lavorano come mezzadri; hanno due figlie, un po’ avanti con l’età e decisamente bruttine, che cercano in ogni modo di far maritare. Qualcuno, come ultima spiaggia, pensa proprio a Carlino (Cesare Cremonini) per sistemarne quantomeno una.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-2yx_L8IGmPc/TrFAt3p5jAI/AAAAAAAAA3s/yLNdTvhAia4/s1600/CGDR+Foto+di+Andrea+Catoni+%25287%2529.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="213" src="http://3.bp.blogspot.com/-2yx_L8IGmPc/TrFAt3p5jAI/AAAAAAAAA3s/yLNdTvhAia4/s320/CGDR+Foto+di+Andrea+Catoni+%25287%2529.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Il giovane comincia suo malgrado a frequentare la casa con la promessa di una motocicletta. Ma da Roma arriva un’altra ragazza, Francesca (Micaela Ramazzotti) — figlia della nuova moglie del capofamiglia Sisto — a scombinare i piani. È giovane e bella, e Carlino se ne innamora, subito ricambiato. Pur con la disapprovazione dei genitori, che per lei avevano altri progetti, Francesca riesce a portare il giovane all’altare. Ma il giorno del matrimonio un contrattempo manda a monte le nozze. Che saranno celebrate due mesi dopo.  Tutto sembra andare a posto, ma durante la luna di miele, proprio la prima notte, Carlino tradisce la sposa.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Avati torna così a sfogliare con evidente nostalgia il suo inesauribile e sorprendente album dei ricordi, ispirandosi stavolta, con qualche piccola concessione alla fantasia, alla storia dei nonni materni. Con sguardo leggero e umanissimo, in una commedia che talvolta cede forse un po’ troppo nel caricaturale nel definire personaggi e situazioni, il regista affronta temi  delicati, quali il sesso e il tradimento. E  racconta un tempo in cui l’uomo era cacciatore — le immagini con i capifamiglia che imbracciano fucili sono decisamente allusive — e la donna la preda. Predestinata, ma non sempre inconsapevole, tutt’altro, e soprattutto forte. Forte di una forza sprigionata da un amore capace di andare oltre: quella di un cuore grande, con una incredibile capacità di sopportazione, in grado di capire e non di rado perdonare. Per il bene della famiglia. Perché alla fine i mariti tornavano inevitabilmente a casa.  Era questo il loro potere, dolce e unico. &amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;b style="color: #323232; font-family: Times, 'Times New Roman', serif; font-size: small; text-align: justify;"&gt;(©L'Osservatore Romano – 2/3 novembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-4681951301935579120?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/4681951301935579120/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=4681951301935579120' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4681951301935579120'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4681951301935579120'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/11/il-potere-dolce-e-unico-delle-donne.html' title='Il potere dolce e unico delle donne'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-GJaCHhgoSOY/TrE_ZI2z1FI/AAAAAAAAA28/Wo7qprWibls/s72-c/CGDR+Foto+di+Andrea+Catoni+%25284%2529.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-776246434404093142</id><published>2011-11-02T16:30:00.002+01:00</published><updated>2011-11-02T16:30:03.412+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>L’Italia raccontata da Montaldo</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-w_AeHPxZprQ/TrE9r9ZlJSI/AAAAAAAAA20/ORw_yaSZYys/s1600/INDUSTRIALE_poster-596x853.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://3.bp.blogspot.com/-w_AeHPxZprQ/TrE9r9ZlJSI/AAAAAAAAA20/ORw_yaSZYys/s400/INDUSTRIALE_poster-596x853.jpg" width="277" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;i&gt;Il film &lt;/i&gt;L'industriale&lt;i&gt; presentato fuori concorso al Festival di Roma&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Un’Italia più vicina a noi, alle prese con la crisi economica, con le drammatiche difficoltà dei piccoli  imprenditori e, sullo sfondo, l’angoscia delle famiglie degli operai su cui incombe lo spettro del licenziamento. È quella raccontata da Giuliano Montaldo, che  fuori concorso al festival di Roma, ha presentato&lt;i&gt; L’industriale&lt;/i&gt;. Il protagonista è Nicola Ranieri (Francesco Favino), che sta cercando di salvare l’azienda ereditata dal padre, ora sull’orlo del fallimento. La banca non è disposta a ulteriori finanziamenti, la compagnia tedesca interessata all’acquisizione punta a un mortale ribasso e Nicola è troppo orgoglioso per accettare l’aiuto della ricca moglie, Laura (Carolina Crescentini). La situazione precipita, anche nei rapporti coniugali. Montaldo costruisce una storia in cui la crisi spazza non solo le aziende, ma anche le vite delle persone, i loro affetti. Ma difetta di equilibrio nel raccontare le traversie economiche dell’industriale Ranieri; vicende messe troppo presto in secondo piano per concentrarsi sulle pur connesse vicissitudini coniugali. Tuttavia la storia appare emblematica di questo nostro tempo, di un Paese che fa fatica a trovare una via d’uscita. Ed è impreziosita da una fotografia elegante, dalle tinte fredde, come l’inverno della Torino in cui si svolge. (&lt;/span&gt;&lt;i style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;gaetano vallini&lt;/i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;&lt;b&gt;(©L'Osservatore Romano – 2/3 novembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;  &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-776246434404093142?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/776246434404093142/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=776246434404093142' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/776246434404093142'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/776246434404093142'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/11/litalia-raccontata-da-montaldo.html' title='L’Italia raccontata da Montaldo'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-w_AeHPxZprQ/TrE9r9ZlJSI/AAAAAAAAA20/ORw_yaSZYys/s72-c/INDUSTRIALE_poster-596x853.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-3595879916837704356</id><published>2011-10-31T17:00:00.001+01:00</published><updated>2011-10-31T17:00:05.047+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>Astrologo per caso alla corte di Stalin</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/--OEnNW5bmAU/Tq6DdtJOUPI/AAAAAAAAA10/pSA56NoH0oU/s1600/Hotel+Lux_4_Meyer+as+Hitler+%2528Juergen+Vogel%2529%252C+Zeisig+as+Stalin+%2528Michael+Bully+Herbig%2529_%2528c%2529Bavaria+Pictures%252C+Tom+Trambow.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="212" src="http://3.bp.blogspot.com/--OEnNW5bmAU/Tq6DdtJOUPI/AAAAAAAAA10/pSA56NoH0oU/s320/Hotel+Lux_4_Meyer+as+Hitler+%2528Juergen+Vogel%2529%252C+Zeisig+as+Stalin+%2528Michael+Bully+Herbig%2529_%2528c%2529Bavaria+Pictures%252C+Tom+Trambow.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;i&gt;La satira raffinata di «Hotel Lux» di Leander Haussmann al Festival del film di Roma&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Chi ha apprezzato Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino non potrà non apprezzare Hotel Lux di Leander Haussmann, che peraltro ne ricalca in parte lo stile narrativo, presentato in concorso al Festival internazionale del film di Roma. Nel primo la vena comica in salsa pulp finiva per riscrivere, al cinema e attraverso il cinema, la Storia, disegnando un finale — l’uccisione di Hitler — allora auspicato da molti ma lontano dalla realtà. Nel secondo, una commedia a tutti gli effetti, pregna di satira intelligente e raffinata, la grande storia viene solo ritoccata: piccole, precise pennellate su uno sfondo ben noto, ovvero il clima di paura, alimentato da repressione e violenza, che si respirava sia nella Germania hitleriana prebellica sia nella Mosca staliniana già avvezza al grande terrore.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Siamo nella Berlino che assiste alla tracotante ascesa del nazismo. Il comico cabarettista Hans Zeisig (Michael Bully Herbig) fa sbellicare di risa il pubblico, assieme all’amico ebreo Siegfried Meyer (Jürgen Vogel), con lo «Stalin-Hitler show»: lui interpreta il dittatore russo, l’amico il führer. Il loro umorismo graffiante non è sopportato a lungo dai nazisti, che premono sul proprietario, anch’egli ebreo, perché cancelli il numero.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ma prima che ciò avvenga,  Meyer, comunista convinto, lascia la compagnia e si unisce alla Resistenza. Zeisig cerca per quanto possibile di tenersi fuori dalla politica, osservando il mondo da dietro le quinte. Ma nel 1938  dopo aver dato rifugio per una notte alla bella amica di Meyer, la comunista Frida (Thekla Reuten), e aver egli stesso per la prima volta sbeffeggiato Hitler in pubblico, è costretto a sua volta a fuggire.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-z3xdTM61WrE/Tq6DgwQ_V4I/AAAAAAAAA18/KX9b3FG-u1s/s1600/Hotel+Lux_3_Zeisig+%2528Michael+Bully+Herbig%2529_%2528c%2529Bavaria+Pictures%252C+Stephan+Rabold.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="212" src="http://3.bp.blogspot.com/-z3xdTM61WrE/Tq6DgwQ_V4I/AAAAAAAAA18/KX9b3FG-u1s/s320/Hotel+Lux_3_Zeisig+%2528Michael+Bully+Herbig%2529_%2528c%2529Bavaria+Pictures%252C+Stephan+Rabold.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Il suo sogno di diventare un grande attore di Hollywood, dove crede di atterrare, sembra infrangersi in un’inattesa Mosca,  al famigerato Hotel Lux, leggendario paradiso perduto del Comintern, fra spie e delatori, fanatici comunisti e impostori. Un rifugio decisamente inaffidabile per quanti vi giungevano, soprattutto dalla Germania, nella speranza di trovarvi la concretizzazione del sogno socialista. Zeisig, ignaro, vi arriva per un errore dei servizi segreti sovietici. Ed è lì che, lottando per sopravvivere, scoprirà, certo con meno delusione di altri, il grande inganno. E sarà chiamato a interpretare suo malgrado — piccolo eroe riluttante catapultato sul proscenio della storia — il ruolo più importante della sua vita:  vestire i panni dell’astrologo personale di Stalin.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Haussmann, tedesco con all’attivo altri sei lungometraggi, nessuno dei quali però giunto in Italia, costruisce con bravura una deliziosa commedia degli equivoci con momenti  particolarmente riusciti, come la lite reale, finita per sbaglio da dietro le quinte in scena suscitando l’ilarità dell’ignaro pubblico, che vede un razzista convinto travestito da «perfido ebreo» picchiare l’antinazista Meyer con le fattezze di Hitler. Una commedia che, nonostante le sagaci battute e i sorrisi che strappa, non nasconde le brutalità dei due regimi, posti sullo stesso piano. Il loro volto sanguinario  emerge semmai con maggiore forza, evidenziato proprio dalla satira feroce che viene contrapposta quasi come disarmato ma possente antidoto al male.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-m8bW-WDxRps/Tq6DnNllxjI/AAAAAAAAA2E/Aqs39IROP-U/s1600/Hotel+Lux_5_Jeschow+%2528Alexander+Senderovich%2529_%2528c%2529Bavaria+Pictures%252C+Stephan+Rabold.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="212" src="http://2.bp.blogspot.com/-m8bW-WDxRps/Tq6DnNllxjI/AAAAAAAAA2E/Aqs39IROP-U/s320/Hotel+Lux_5_Jeschow+%2528Alexander+Senderovich%2529_%2528c%2529Bavaria+Pictures%252C+Stephan+Rabold.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Raccontando un’avventura fantapolitica tra amore e morte, il regista fa in modo che nei tetri corridoi dell’Hotel Lux, sotto l’enorme, incombente stella rossa che svetta sul tetto, si muovano i protagonisti veri della Storia. E lo fa con un equilibrio tale che nulla sembra fuori posto. Cosicché le libertà narrative che intersecano le vicende realmente accadute appaiono quasi credibili.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Anche questa è la magia del cinema: poter mettere mano a materiale apparentemente intoccabile per riannodare i fili della Storia in una trama diversa da quella finita sui libri. Certo, qui non si immagina un destino diverso per il mondo. Viene solo consumata, in un esilarante finale, una piccola rivincita sulla realtà. O, come ha confessato il regista, nato e cresciuto nella Germania dell’Est, una personale vendetta sulla Ddr, visto che molti dei bizzarri ospiti del «suo» Hotel Lux ne sarebbero diventati alti dirigenti.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;&lt;b&gt;(©L'Osservatore Romano – 1 novembre 2011)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;  &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-3595879916837704356?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/3595879916837704356/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=3595879916837704356' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/3595879916837704356'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/3595879916837704356'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/10/astrologo-per-caso-alla-corte-di-stalin.html' title='Astrologo per caso alla corte di Stalin'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/--OEnNW5bmAU/Tq6DdtJOUPI/AAAAAAAAA10/pSA56NoH0oU/s72-c/Hotel+Lux_4_Meyer+as+Hitler+%2528Juergen+Vogel%2529%252C+Zeisig+as+Stalin+%2528Michael+Bully+Herbig%2529_%2528c%2529Bavaria+Pictures%252C+Tom+Trambow.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-1729417355190453337</id><published>2011-10-28T17:00:00.001+02:00</published><updated>2011-10-28T17:00:06.505+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>Scolastico ritratto di signora</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-WUZ1QEZsi0w/TqqIkaC8CGI/AAAAAAAAA0o/LBsm3mJ2mQc/s1600/FILE1314355972385-51.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://3.bp.blogspot.com/-WUZ1QEZsi0w/TqqIkaC8CGI/AAAAAAAAA0o/LBsm3mJ2mQc/s400/FILE1314355972385-51.jpg" width="266" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Il Festival internazionale del film di Roma si è aperto con il film di Luc Besson su Aung San Suu Kyi&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;La scelta di aprire la sesta edizione del Festival internazionale del film di Roma con una pellicola impegnata, &lt;i&gt;The Lady&lt;/i&gt; di Luc Besson, che racconta la storia della leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, è sicuramente da apprezzare: anche questo è un modo per tenere alta l’attenzione sul delicato e attualissimo tema dei diritti umani. E se la pellicola — che nella serata di giovedì 27 ottobre ha dato il via ufficiale alla kermesse dopo essere stata presentata in prima mondiale al festival di Toronto — non colpisce dal punto di vista prettamente cinematografico, l’auspicio è che comunque abbia successo in sala a prescindere dalle sue qualità. E le premesse non mancano, visti gli applausi calorosi che l’hanno accolta, più tiepidi quelli mattutini della critica, calorosi quelli del pubblico, toccato dalla vicenda di questa donna all’apparenza fragile ma in realtà coraggiosa e determinata nella sua lotta pacifica contro il regime militare al potere dal 1988 in Myanmar, l’allora Birmania.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Messe da parte le iperboli che avevano contraddistinto, con poco successo per la verità, la sua &lt;i&gt;Giovanna d’Arco&lt;/i&gt;, Besson sceglie stavolta di raccontare la storia di questa moderna eroina in modo più convenzionale, scegliendo il punto di vista familiare: il rapporto di Aung San Suu Kyi (interpretata da Michelle Yeoh) con il marito inglese Michael Aris (David Thewlis), inglese, docente a Oxford, con i due figli. Un taglio interessante, ma esplicitato in modo fin troppo oleografico per un regista tanto visionario e amante dell’azione. A partire dalle prime scene. Il film si apre, infatti, con la protagonista bambina tra le braccia del padre, acclamato leader nazionalista, che le racconta, la mattina stessa in cui verrà assassinato, una nostalgica favola sulla Birmania di un tempo passato. La ritroveremo subito dopo donna ormai matura, richiamata in patria nel 1988 dalla malattia della madre — di cui si tace che fu anch’essa, dopo la morte del marito, figura di spicco della storia recente birmana — improvvisamente catapultata nelle vicende politiche  di un Paese scosso dalla violenta repressione del regime appena salito al potere.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-V93KEpKTcj4/TqqIn0HWw0I/AAAAAAAAA0w/6OBtvTT8_oA/s1600/The+Lady+Movie+%25289%2529.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="266" src="http://2.bp.blogspot.com/-V93KEpKTcj4/TqqIn0HWw0I/AAAAAAAAA0w/6OBtvTT8_oA/s400/The+Lady+Movie+%25289%2529.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Il film nulla ci dice di come un’anonima casalinga di Oxford diventi di colpo leader dell’opposizione all’altro capo del mondo, sacrificando, oltre alla sua libertà, la famiglia, gli affetti più cari. Certo, c’è l’eredità morale del padre che incombe, ma non sappiamo se la donna sia stata in precedenza impegnata in una qualche forma di attività politica o di sostegno alle lotte del suo popolo oppresso; magari al fianco del marito (la qual cosa avrebbe fatto luce sul loro particolare, futuro rapporto). Ma al di là di queste carenze narrative, il film mostra taluni cedimenti stilistici. Come il ricorso a immagini rallentate in alcuni momenti, già evidentemente salienti, che non avrebbero avuto alcun bisogno di superflue sottolineature.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Nell’intento di celebrare l’audacia della protagonista, Besson non evita alcune trappole del racconto agiografico. La brava Michelle Yeoh prova a dare spessore umano a un personaggio pensato monoliticamente come un’icona. E lo stesso fa il compassato Thewlis  nei panni del marito devoto ed eroicamente  acquiescente (possibile che non abbia mai avuto un tentennamento, accettando i lunghi, forzati distacchi dalla moglie senza una sola protesta?). Il risultato è un film comunque godibile, puntuale nel raccontare i fatti, ma rinunciatario dal punto di vista dell’esplorazione psicologica dei personaggi. L’eccezionalità già riconosciuta di Aung San Suu Kyi — i cui arresti domiciliari, ventidue anni complessivi, sono stati revocati l’ultima volta solo nel novembre del 2010 — avrebbe richiesto uno sforzo creativo che andasse al di là del semplice racconto biografico.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Resta tuttavia il significativo contributo che il cinema offre con questo lavoro alla conoscenza  di un personaggio importante del nostro tempo e della sua alta testimonianza civile. Testimonianza che lo stesso premio Nobel non ha voluto far mancare al festival. «Non si possono accantonare come obsoleti  — ha infatti scritto Aung San Suu Kyi in in messaggio letto alla premiére — concetti quali verità, giustizia e solidarietà, quando questi sono spesso gli unici baluardi che si ergono contro la brutalità del potere».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;b style="background-color: white; color: #323232; font-family: Arial, Tahoma, Helvetica, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 16px; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;b style="background-color: white; color: #323232; font-family: Arial, Tahoma, Helvetica, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 16px; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;(©L'Osservatore Romano – 29 ottobre 2011)&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-1729417355190453337?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/1729417355190453337/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=1729417355190453337' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/1729417355190453337'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/1729417355190453337'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/10/scolastico-ritratto-di-signora.html' title='Scolastico ritratto di signora'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-WUZ1QEZsi0w/TqqIkaC8CGI/AAAAAAAAA0o/LBsm3mJ2mQc/s72-c/FILE1314355972385-51.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-7729501650167958427</id><published>2011-10-19T17:00:00.002+02:00</published><updated>2011-10-19T18:24:30.587+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>Il Cheyenne smarrito tra gli stereotipi americani</title><content type='html'>&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-O-qT6TE8poA/Tp65yruolhI/AAAAAAAAAxI/bIJak7WqVIw/s1600/this_must_be_the_place_xlg.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://2.bp.blogspot.com/-O-qT6TE8poA/Tp65yruolhI/AAAAAAAAAxI/bIJak7WqVIw/s400/this_must_be_the_place_xlg.jpg" width="292" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;"&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;i&gt;«This Must Be the Place» di Paolo Sorrentino&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Il più acclamato dei giovani registi italiani, il Paolo Sorrentino fattosi giustamente apprezzare con &lt;i&gt;Le conseguenze dell’amore&lt;/i&gt;, confermatosi con &lt;i&gt;L’amico di famiglia&lt;/i&gt; e affermatosi anche all’estero con &lt;i&gt;Il divo&lt;/i&gt;, ha deciso di sbarcare oltre oceano alla ricerca di definitiva consacrazione internazionale. Lo ha fatto scegliendosi anche un autorevole mentore, il premio Oscar Sean Penn, al quale ha affidato la parte del protagonista in &lt;i&gt;This Must Be the Place&lt;/i&gt;, presentato a Cannes e ora nelle sale italiane. Una pellicola ambiziosa, per il suo essere girata all’americana, e perché in ultima analisi affronta un tema delicato e importante: la Shoah. Ma l’ambizione è arma a doppio taglio. Sorrentino, infatti, pur confezionando un’opera interessante, non coglie pienamente nel segno. Troppe cose restano sospese, sia nei personaggi sia nella messinscena, in una sfida forse ancora prematura e che tuttavia pare essere nelle corde del regista.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Per il suo viaggio americano il regista si affida al protagonista Cheyenne, cinquantenne ebreo, ex rock star, che nonostante abbia abbandonato la musica e le scene da vent’anni, è rimasto imprigionato nel suo personaggio: ha i capelli lunghi e corvini, copre il viso con un pallido cerone, usa rimmel e rossetto. Vive in una mega villa a Dublino, godendosi i frutti del lontano successo. Tuttavia non è felice, afflitto com’è da una noia che sembra sconfinare nella depressione.  È sposato da trentacinque anni con una donna, Jane (Frances McDormand), che con la sua concretezza bilancia l’apparente spaesamento del consorte, un estraniamento dalla realtà mitigato solo dall’attenzione con cui segue un investimento in Borsa.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;La vita di Cheyenne procede monotona fino a quando la morte del padre, con il quale aveva interrotto i rapporti da molto tempo, lo riporta a New York, sua città d’origine. La lettura dei diari del genitore gli presenta una persona a lui sconosciuta. E una scoperta inattesa, destinata a cambiargli la vita: il padre era stato in un campo di concentramento tedesco e aveva trascorso gli ultimi trent’anni a dare la caccia a un nazista che lo aveva sottoposto a un’umiliazione nel lager.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Cheyenne decide di proseguire quella ricerca di un uomo ultranovantenne che potrebbe già essere morto da un pezzo, peraltro senza sapere bene cosa fare una volta trovato. Inizia così un improbabile viaggio che lo spingerà soprattutto a risolvere  le questioni in sospeso con se stesso, con la propria vita. In un finale fin troppo accomodante.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ma è il percorso che porta il protagonista a questo traguardo a essere incerto. Se Sean Penn riesce a rendere credibile il personaggio di Cheyenne — mantenendolo tuttavia sempre al limite del grottesco con una caratterizzazione estrema, calcata su difficoltà espressive e di movimento che ne accentuano la latente incongruenza con il mondo — Sorrentino mette in campo una serie di altre figure irrisolte, dall’amico broker del protagonista che va forte con le donne allo sconosciuto in carriera che inspiegabilmente presta il pick-up all’ex rocker, dal ragazzo timido che corteggia goffamente la giovane dark depressa alla mamma di quest’ultima che, sconvolta al limite della follia, attende il ritorno di un figlio misteriosamente scomparso da casa. Fino alla stessa più che benestante moglie di Cheyenne, che oltre a svolgere sorprendentemente il lavoro di pompiere (un sospetto richiamo alla divisa, da poliziotta, indossata in Fargo dei fratelli Coen), appare fin troppo positiva e gioiosa al cospetto e a dispetto di un marito rimasto bambino, che continua a mascherarsi per restare aggrappato a un passato che pure vorrebbe cancellare.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-RoeUbqunNsU/Tp66Oen686I/AAAAAAAAAxY/LCpBLhOND_U/s1600/this-must-be-the-place-sean-penn-frances-mcdormand-foto-dal-film-4.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="212" src="http://4.bp.blogspot.com/-RoeUbqunNsU/Tp66Oen686I/AAAAAAAAAxY/LCpBLhOND_U/s320/this-must-be-the-place-sean-penn-frances-mcdormand-foto-dal-film-4.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Così come non sembra particolarmente originale e riuscita la descrizione dell’America on the road, un po’ troppo stereotipata, puntata sull’eccentricità, tra la statua del pistacchio più grande del mondo e l’immancabile motel con tutte le stanze libere, passando per uno stravagante indiano comparso dal nulla in una sperduta area di servizio e abbandonato nel nulla di un deserto senza orizzonte.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Se molto sa di già visto, indubbiamente non mancano sequenze interessanti, che danno un senso al tutto, aiutando lo spettatore un po’ smarrito a centrare il cuore del film. Come il cammeo affidato a David Byrne, artista e musicista eclettico, ex leader dei Talking Heads, gruppo che firmò il brano che dà il titolo alla pellicola. A lui il regista affida, oltre alla colonna sonora e a una bella ma non proprio necessaria esibizione dal vivo, una delle scene chiave del film in cui Cheyenne racconta il suo fallimento come rock star e come uomo, il senso di colpa per la morte di due fan che l’avevano preso troppo sul serio. Al pari, quanto a intensità, è anche l’incontro con l’anziano ex nazista, cui il regista fa dire parole inattese, spiazzanti, su vittime e carnefici.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;In questi passaggi — grazie a punti di vita non scontati e a dialoghi essenziali e mai banali — si vede il tocco del miglior Sorrentino, quello dell’intimismo delle origini, che lo porta ad affrontare in maniera asciutta ma efficace temi profondi, quali il senso di colpa e il rapporto padre figlio. Anche se alla fine a prevalere è il dilemma che accompagna nella seconda parte del film  il protagonista, diviso tra vendetta e perdono.    &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Momenti alti, dunque, insieme ad altri meno riusciti, per un film di buona qualità ma con alcuni limiti. E qualche dubbio. Come la scelta di trattare, sia pure sullo sfondo, il tema della Shoah, che potrebbe anche apparire una furba strizzata d’occhio ai giurati degli Academy Awards.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: white; color: #323232; font-family: Arial, Tahoma, Helvetica, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 16px;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #323232; line-height: 16px;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;(©L'Osservatore Romano – 20 ottobre 2011)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: white; color: #323232; font-family: Arial, Tahoma, Helvetica, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 16px;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #323232; line-height: 16px;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: white; color: #323232; font-family: Arial, Tahoma, Helvetica, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 16px;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #323232; line-height: 16px;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;&lt;a href="http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%2FDetail&amp;amp;last=false=&amp;amp;path=/news/cultura/2011/242q11-Il-Cheyenne-smarrito-tra-gli-stereotipi-ame.html&amp;amp;title=A%20Cheyene%20lost%20%20in%20American%20stereotypes&amp;amp;locale=en"&gt;A Cheyene lost  in American stereotypes - «This Must Be the Place» by Paolo Sorrentino&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: white; color: #323232; font-family: Arial, Tahoma, Helvetica, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 16px;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #323232; line-height: 16px;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: white; color: #323232; font-family: Arial, Tahoma, Helvetica, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 16px;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #323232; line-height: 16px;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;a href="http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%2FDetail&amp;amp;last=false=&amp;amp;path=/news/cultura/2011/242q11-Il-Cheyenne-smarrito-tra-gli-stereotipi-ame.html&amp;amp;title=El%20Cheyenne%20perdido%20entre%20estereotipos%20americanos&amp;amp;locale=es"&gt;El Cheyenne perdido entre estereotipos americanos - This Must Be the Place» de Paolo Sorrentino&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-7729501650167958427?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/7729501650167958427/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=7729501650167958427' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/7729501650167958427'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/7729501650167958427'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/10/il-cheyenne-smarrito-tra-gli-stereotipi.html' title='Il Cheyenne smarrito tra gli stereotipi americani'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-O-qT6TE8poA/Tp65yruolhI/AAAAAAAAAxI/bIJak7WqVIw/s72-c/this_must_be_the_place_xlg.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-4875324627539286655</id><published>2011-10-19T14:28:00.000+02:00</published><updated>2011-10-19T14:28:33.786+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Attualità'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Fotografia'/><title type='text'>Shoot4Change, quella verità che scotta</title><content type='html'>&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-eqG96BkGYY4/Tp6_ydSx8_I/AAAAAAAAAyo/e6EJW7Y7pco/s1600/Thomas+Cristofoletti_Burned%252C+Cambogia.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="266" src="http://3.bp.blogspot.com/-eqG96BkGYY4/Tp6_ydSx8_I/AAAAAAAAAyo/e6EJW7Y7pco/s400/Thomas+Cristofoletti_Burned%252C+Cambogia.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Thomas Cristofoletti - Burned, Cambogia&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0.5cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Le microstorie ignorate dai grandi media sono protagoniste di una rivoluzione del reportage. Fotografi famosi e aspiranti tali, attraverso internet, diffondono la conoscenza di vicende estreme. Per innescare il cambiamento. &lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Thomas Cristofoletti sta lavorando a un progetto per la Ong spagnola «Paz y Desarollo» nella remota regione di Mondulkiri, in Cambogia, quando s’imbatte nella minoranza etnica dei pnong, nel piccolo villaggio di Pou Pring. Li fotografa mentre, alla ricerca di profitto, bruciano la foresta per piantare patate dolci e caucciù, distruggendo di fatto la loro cultura e la loro identità. A Mumbai, Manlio Masucci, con la sua reflex, documenta la battaglia che si combatte nello slum Golibar tra i poveri che non vogliono lasciare le loro misere baracche e la potente lobby dei costruttori che puntano invece a cementificare la zona, condannandoli ad aggiungersi ai milioni di senzatetto della metropoli. Dalla Bolivia, le foto di Valerio Muscella raccontano il «Proyecto Don Bosco», a Santa Cruz de la Sierra, rivolto ai ragazzi di strada e promosso dal Volontariato internazionale per lo sviluppo, una Ong italiana legata ai salesiani. Il pericolo che incombe sugli himba, nel nord della Namibia, è invece raccontato dalle foto di David Kame: il progetto di una diga sul fiume Kunene potrebbe segnare la fine di questo antico popolo che si oppone come può.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: justify;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-fewk6IaKkY4/Tp6_pEJxwmI/AAAAAAAAAyQ/H1YFP6f4kqY/s1600/Alfons_Rodriguez_Srebrenica.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://3.bp.blogspot.com/-fewk6IaKkY4/Tp6_pEJxwmI/AAAAAAAAAyQ/H1YFP6f4kqY/s400/Alfons_Rodriguez_Srebrenica.jpg" width="265" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Alfons Rodriguez - Sebrenica&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ci sono migliaia di storie come queste che aspettano di essere svelate. Storie di uomini e donne che ogni giorno, in angoli diversi del pianeta, lottano per la sopravvivenza, per vedere rispettati i propri diritti. E sono anche le storie, drammatiche e coraggiose, di quanti, per lo più volontari, hanno deciso di condividerne preoccupazioni e lotte. Vicende che rimangono sconosciute perché nessuno le racconta. Ora, però, per alcune di queste storie si è aperto uno spiraglio grazie ai fotografi di «Shoot4Change» (S4C), cioè «Scatta per il cambiamento».Si tratta di un’organizzazione internazionale no profit, di volontariato fotografico sociale, composta da semplici appassionati e professionisti, che vuole dare volto e voce a chi non ha la possibilità di essere visto né ascoltato, contribuendo così a un processo di cambiamento sociale.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;In due anni di attività, alcune centinaia di associati hanno firmato più di seicento reportage in diverse parti del mondo, raccontando, senza condizionamenti, storie che valeva la pena far conoscere. Oltre che in Italia, ci sono gruppi affiliati in altri Paesi europei, in America del Nord e del Sud, in Africa e in Asia, con un trend in continua crescita. I loro lavori possono essere visti sul sito www.shoot4change.net e sulle pagine collegate di Facebook, Twitter, Flickr e YouTube, perché è internet il canale privilegiato di questa comunicazione alternativa. Il lavoro dei fotografi di S4C è gratuito per chi non può permetterselo. E gli eventuali ricavi sono destinati agli scopi dell’associazione promotrice dell’iniziativa, per coprire i costi sostenuti dai volontari e, allo stesso tempo, per supportare ulteriori progetti sociali.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: justify;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-tsvZTdBTjw0/Tp6_sBiccgI/AAAAAAAAAyY/nv7wQz4d0HA/s1600/Rajibul+Sheik+Islam_Waiting+to+be+registered%252C+Bangladesh.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="213" src="http://4.bp.blogspot.com/-tsvZTdBTjw0/Tp6_sBiccgI/AAAAAAAAAyY/nv7wQz4d0HA/s320/Rajibul+Sheik+Islam_Waiting+to+be+registered%252C+Bangladesh.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Rajibul Sheik Islam - Waiting to be registered, Bangladesh&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;b&gt;Storie locali dal valore globale&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;«Noi crediamo fortemente in un nuovo concetto di fotografia sociale – spiega il fondatore, Antonio Amendola, un barese trapiantato a Roma – che non si limiti a raccontare ma che porti un contributo alla realtà che racconta. La finalità è denunciare le situazioni di disagio, parlando anche dei soggetti che portano sollievo in quelle situazioni, per ispirare altri ad assumere un ruolo attivo nel cambiamento sociale, partendo dal basso. Puntiamo sulle piccole storie: quelle sottovalutate o ignorate dall’opinione pubblica, dai grandi network televisivi e dalla stampa. Non a caso il nostro slogan è “Shoot local, think global”: raccontare una storia a livello locale, anche semplice, di piccoli gruppi di volontari o di associazioni del terzo settore, sapendo però che questa è interconnessa con altre, a livello globale, e può ispirare la gente a fare altrettanto altrove».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;L’esperienza di S4C è nata nel 2009 da un’iniziativa pluriennale di blogging su fotografie di viaggio. «Dopo il terremoto de L’Aquila – ricorda Amendola – su un blog denominato “Shoot4change” cominciai a parlare di fotografia sociale. Visto l’inatteso successo, organizzai un workshop di fotografia amatoriale, devolvendo il ricavato all’Ospedale di Coppito per co-finanziare un campo estivo per i bambini che vi erano ricoverati. Poco dopo si svolse la marcia mondiale per la pace e la non violenza. Gli organizzatori mi chiesero di fotografare gli eventi a Roma e a Milano, come avveniva in altre città e capitali in concomitanza con la partenza da Auckland. Quelle fotografie piacquero, e circolarono parecchio su internet. Così mi venne chiesta anche la disponibilità a fotografare il passaggio della marcia nella tappa di Roma. Quel giorno, però, non potevo. Allora feci una provocatoria “chiamata alle armi fotografiche”, chiedendo a quanti credevo mi seguissero sul web (immaginavo che fossero pochi) di darmi una mano. Invece, due giorni dopo avevo la casella e-mail intasata. Coprimmo quasi tutta l’Italia e persino l’estero. Quella è stata la svolta. Ho cominciato a capire che la gente ha voglia e disponibilità a scendere in strada per raccontare le storie che accadono dietro l’angolo e che nessuno mostra».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: justify;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-0wMcuQ4BKU0/Tp6_v40D2BI/AAAAAAAAAyg/DZ8iML_ZmV4/s1600/Sara+Minelli_Nasa+people%252C+Colombia.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="212" src="http://3.bp.blogspot.com/-0wMcuQ4BKU0/Tp6_v40D2BI/AAAAAAAAAyg/DZ8iML_ZmV4/s320/Sara+Minelli_Nasa+people%252C+Colombia.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Sara Minelli - Nasa people, Colombia&amp;nbsp;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Oggi sono numerose le Ong e le associazioni, piccole e grandi, che chiedono il supporto di S4C per la loro comunicazione: dalla Liberi Nantes (la squadra di calcio composta da rifugiati di cui abbiamo parlato nel numero di giugno di questa rivista) ad Amnesty International. E sono entusiaste dei risultati, vedendosi promosse e raccontate in un circuito sempre più ampio sulla rete, ma che sta trovando spazio crescente anche sui media tradizionali. Un aspetto interessante – osserva Amendola – è l’ottima accoglienza tra i fotografi professionisti anche affermati, come Ed Kashi, Alfons Rodríguez e Beb Reynol, che in S4C hanno trovato un ecosistema creativo favorevole alla nascita di nuovi progetti, in sinergia con altri reporter. Alla fine, il nostro è un network di creativi. Circolano tante idee».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;b&gt;I ragazzi del mondo uniti da un clic&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Grazie alle attività didattiche, con workshop sia per i soci che per i non soci, si insegna a migliorare la qualità delle immagini perché, come sottolinea il fondatore, «anche se per noi il contenuto è più importante della forma, senza dubbio quando a un buon contenuto si abbina un’estetica eccellente, il risultato è straordinario. E poi, siamo a disposizione di quanti ci chiedono di migliorare la capacità di comunicare. Abbiamo già organizzatoworkshop in Italia, stiamo per lanciarne altri all’estero, in Africa e in Centro America. Svolgiamo anche attività didattica in collaborazione con università e centri di formazione. La comunicazione creativa per il sociale è un campo aperto dove si può ancora dire e fare tanto. Una comunicazione che abbandoni per sempre l’estetica del dolore, la fotogenicità del dramma. Ci sono maniere più creative e più positive di raccontare drammi sociali».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: justify;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-EgWijh7RZok/Tp6_mYnfCUI/AAAAAAAAAyI/_8SJauPjp9A/s1600/Baha+Souki_The+Day+of+The+Anger%252C+Beirut.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="212" src="http://1.bp.blogspot.com/-EgWijh7RZok/Tp6_mYnfCUI/AAAAAAAAAyI/_8SJauPjp9A/s320/Baha+Souki_The+Day+of+The+Anger%252C+Beirut.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Baha Souki- The day of anger, Beirut 2011&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Creatività è, dunque, una delle parole chiave di S4C, e fulcro di molti progetti. Come «Shoot4Change Next Generation». «A Roma – spiega Amendola – abbiamo formato un gruppo di studenti della scuola Di Donato, nella zona forse più multietnica della capitale: piazza Vittorio. Abbiamo insegnato loro a fotografare, a narrare storie, sensibilizzandoli all’osservazione sociale. Poi li abbiamo messi alla prova. Il risultato è stato raccolto in una mostra. Ora stiamo iniziando a fare lo stesso in altri Paesi. Un’iniziativa analoga è già partita negli Stati Uniti, nel quartiere newyorkese di Brooklyn. Ne seguiranno altre in Costa Rica, Spagna, Bangladesh, Mali. L’idea è quella di mettere in collegamento tutti questi ragazzi che si racconteranno attraverso le fotografie».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Oltre al sito, per chi volesse conoscere S4C, c’è ora una mostra itinerante, partita da Roma a settembre, che toccherà altre città, anche all’estero, offrendo una panoramica dei primi due anni di questa esperienza. Con un invito a quanti amano la fotografia e sentono di condividere la proposta: «Per diventare membro di S4C non occorrono particolari requisiti né essere professionisti. L’importante – conclude Amendola – è avere voglia di raccontare la propria realtà sociale; piccole storie di cui nessuno si occupa». Insomma, è sufficiente credere che si può cambiare il mondo anche con un semplice clic.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #cc0000;"&gt;Messaggero di Sant'Antonio - n. 1287, ottobre 2011&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;a href="http://www.messaggerosantantonio.it/messaggero/pagina_articolo.asp?R=Storie%20di%20vita&amp;amp;ID=2166"&gt;http://www.messaggerosantantonio.it/messaggero/pagina_articolo.asp?R=Storie%20di%20vita&amp;amp;ID=2166&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-4875324627539286655?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/4875324627539286655/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=4875324627539286655' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4875324627539286655'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/4875324627539286655'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/10/shoot4change-quella-verita-che-scotta.html' title='Shoot4Change, quella verità che scotta'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-eqG96BkGYY4/Tp6_ydSx8_I/AAAAAAAAAyo/e6EJW7Y7pco/s72-c/Thomas+Cristofoletti_Burned%252C+Cambogia.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-5564561888628274310</id><published>2011-10-17T12:35:00.001+02:00</published><updated>2011-10-17T12:38:40.600+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Attualità'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Chiesa'/><title type='text'>De Bortoli: la missione dei cattolici. Idee per una nuova stagione</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-LBHN7Qm0oPo/TpwEpdQJfBI/AAAAAAAAAsU/RvUs6o7-8j8/s1600/camillo-u-peppone.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="255" src="http://1.bp.blogspot.com/-LBHN7Qm0oPo/TpwEpdQJfBI/AAAAAAAAAsU/RvUs6o7-8j8/s320/camillo-u-peppone.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: white;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;Cario amici, vi propongo un interessante editoriale pubblicato oggi sul "Corriere della Sera" a firma del direttore.&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div id="content-to-read" style="border-bottom-width: 0px; border-color: initial; border-left-width: 0px; border-right-width: 0px; border-style: initial; border-top-width: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px; outline-color: initial; outline-style: initial; outline-width: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; vertical-align: baseline;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Times, 'Times New Roman', serif;"&gt;Il Paese ha bisogno dei cattolici. La ricostruzione civile e morale non sarà possibile senza un loro diverso e rinnovato impegno politico. E senza un dialogo più stretto, fuori dagli schemi storici, con gli eredi delle tradizioni liberale e riformista. Se n'è discusso molto in questi giorni e il Corriereha ospitato opinioni di orientamento differente stimolate da un articolo di Ernesto Galli della Loggia. Non si tratta di ricostituire il partito dei cattolici, né di far rivivere, sotto altre forme, la Democrazia cristiana, o il Partito popolare, al di là dell'attualità del pensiero di don Sturzo. L'idea del partito unico è stata seppellita con la Prima Repubblica. E non se ne sente la necessità, nonostante qualche fondata nostalgia per la difesa dello Stato laico e delle sue istituzioni che appariva più convinta ed efficace quando vi era un forte partito di diretta ispirazione cristiana. La cosiddetta Seconda Repubblica è apparsa fin da subito affollata di atei devoti e politici senza scrupoli, ai quali le gerarchie ecclesiastiche hanno talvolta frettolosamente concesso ampie aperture di credito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel nostro sofferto bipolarismo, al contrario, testimonianze cattoliche più autentiche sono state ridotte alla pura sussistenza o, come ha scritto Dario Antiseri, alla scomoda condizione di ascari. La diaspora ha trasmesso ai cattolici la falsa sensazione di contare di più. Come oggetti, però. Promesse generose (si pensi solo alla tutela economica della famiglia) mai mantenute. Impegni solenni, e discutibili, sulla bioetica, subito derubricati nell'agenda politica, e dunque ritenuti solo a parole irrinunciabili. Nella triste époque , come la chiama Andrea Riccardi, il ruolo dei cattolici in politica è finito per essere quello degli ostaggi corteggiati a destra e degli invisibili tollerati a sinistra. Condizione che ha impoverito la politica e immiserito una società scivolata nell'egoismo e nella perdita di un comune sentimento civile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell'immaginario collettivo del pur variegato mondo cattolico si è poi creata una frattura tra chi poteva trattare con lo Stato la difesa dei valori e dei principi, e chi ha cercato di ritrovare i segni dell'essere cristiani nella pratica di tutti i giorni. I primi hanno chiuso troppi occhi su modelli di vita e di società non proprio evangelici e mostrato una tendenza al compromesso eccessivamente secolarizzata. Gli altri, i cittadini e i fedeli, si sono sentiti non di rado smarriti. Non hanno perso la speranza solo grazie a uno straordinario tessuto di parrocchie, comunità, reti di volontariato, cui tutti noi italiani, credenti o no, dobbiamo un sentito grazie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Angelo Bagnasco, il presidente della Conferenza episcopale, ha parlato della necessità di creare un «nuovo soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica che sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni». L'incontro di oggi a Todi, al quale partecipa lo stesso Bagnasco, forse ne svelerà la forma. Non sarà un partito, dunque, e non è nemmeno necessario che il forum delle associazioni cattoliche del lavoro si ponga il problema di quale veste assumere. Sono stati troppi in questi anni i contenitori senza contenuti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che cosa potrebbero fare allora questo forum e altre aggregazioni già in movimento dell'universo cattolico? Sarebbe sufficiente che si ponessero obiettivi assai semplici seppur ambiziosi: ravvivare lo spirito comunitario, la voglia di partecipazione e gettare un seme di impegno per gli altri. «Né indignati, né rassegnati», ha detto Bagnasco: è uno slogan efficace. Nel saggio Geografia dell'Italia cattolica , Roberto Cartocci scrive che «la tradizione cattolica appare come il collante più antico, il tratto più solido di continuità fra le diverse componenti del Paese». Non solo: è portatrice di una cultura inclusiva, che non divide e frantuma la società. Ha il senso del limite all'azione della politica e della presenza dello Stato nella vita dei privati. Sono qualità importanti. Apprezzate da tutti. Anche da noi laici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quel che resta, non poco, di quella tradizione ha il compito storico di promuovere un dialogo più proficuo con le altre componenti laiche, liberali e riformiste della società. L'indispensabile opera di pacificazione del dopo Berlusconi passa necessariamente dalla affermazione della centralità della persona e dalla riscoperta delle virtù civili. I cattolici possono intestarsi una nuova missione, esserne protagonisti. Dire quale idea dell'Italia hanno in mente. Riscoprire un tratto più marcatamente conciliare dopo l'era combattiva e di palazzo di Ruini. Una missione sociale, in questi anni, poco valorizzata, mentre si è insistito tanto sulla difesa dei valori cosiddetti non negoziabili, dal diritto alla vita alle questioni bioetiche, al punto di estendere l'incomunicabilità con le posizioni laiche all'insieme delle questioni civili ed economiche. Un dialogo va ripreso su basi differenti, nel rispetto delle libertà di coscienza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La collocazione politica dei cattolici costituisce un problema secondario, per certi versi irrilevante. Galli della Loggia ha scritto che il centro non è il luogo del loro destino genetico, e tantomeno la sinistra. De Rita si è chiesto chi potrebbe essere il nuovo federatore di tante anime sparse disordinatamente. La politica verrà. Per ora possiamo dire che sarebbe un imperdonabile errore se lo slancio partecipativo dei cattolici, palpabile nel fermento di molte associazioni e componenti, si esaurisse in una sterile discussione di schieramento. Quello che ci si aspetta da loro è un contributo decisivo nella formazione di una classe dirigente di qualità che persegua l'interesse comune. Un esempio di etica pubblica da trasmettere ai giovani frastornati e delusi da una stagione di scialo economico e morale. La costruzione di un futuro che coniughi solidarietà e competitività. L'idea dell'impegno, del sacrificio e dello studio come assi portanti della società. Un maggior rispetto per le istituzioni, a cominciare naturalmente dalla famiglia, sopraffatte da un individualismo dilagante e cinico. Quel cinismo «che va a nozze con l'opportunismo», come ha scritto bene sull' Avvenire di ieri Francesco D'Agostino. I cattolici promuovano un dialogo senza pregiudizi con gli altri, come è accaduto nei momenti più bui della storia del nostro Paese. Il loro apporto sarà decisivo nella misura in cui saranno se stessi, senza mimetizzarsi e perdersi in altre case apparentemente ospitali. Possono essere maggioranza nel dibattito delle idee, pur restando minoranza nel Paese. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="footnotes" style="border-bottom-width: 0px; border-color: initial; border-left-width: 0px; border-right-width: 0px; border-style: initial; border-top-width: 0px; color: #464646; font-family: inherit; font-size: 1em; font-style: inherit; font-weight: bold; line-height: 10px; margin-bottom: 1em; margin-top: 20px; outline-color: initial; outline-style: initial; outline-width: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; vertical-align: baseline;"&gt;&lt;a href="http://www.corriere.it/quotidiano/archivio/ferruccio_de_bortoli.shtml" rel="author" style="border-bottom-width: 0px; border-color: initial; border-left-width: 0px; border-right-width: 0px; border-style: initial; border-top-width: 0px; color: #003366; font-family: inherit; font-size: 14px; font-style: inherit; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px; outline-color: initial; outline-style: initial; outline-width: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-decoration: underline; vertical-align: baseline;"&gt;Ferruccio de Bortoli&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="footnotes" style="border-bottom-width: 0px; border-color: initial; border-left-width: 0px; border-right-width: 0px; border-style: initial; border-top-width: 0px; color: #464646; font-family: inherit; font-size: 1em; font-style: inherit; font-weight: bold; line-height: 10px; margin-bottom: 1em; margin-top: 20px; outline-color: initial; outline-style: initial; outline-width: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; vertical-align: baseline;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong style="border-bottom-width: 0px; border-color: initial; border-left-width: 0px; border-right-width: 0px; border-style: initial; border-top-width: 0px; color: #cc2026; font-family: inherit; font-size: 14px; font-style: inherit; font-weight: bold; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; margin-right: 0px; margin-top: 0px; outline-color: initial; outline-style: initial; outline-width: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; vertical-align: baseline;"&gt;17 ottobre 2011&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-5564561888628274310?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/5564561888628274310/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=5564561888628274310' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/5564561888628274310'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/5564561888628274310'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/10/de-bortoli-la-missione-dei-cattolici.html' title='De Bortoli: la missione dei cattolici. Idee per una nuova stagione'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-LBHN7Qm0oPo/TpwEpdQJfBI/AAAAAAAAAsU/RvUs6o7-8j8/s72-c/camillo-u-peppone.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-8931491769779496399</id><published>2011-10-12T08:28:00.002+02:00</published><updated>2011-10-20T11:04:36.112+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Attualità'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Chiesa'/><title type='text'>25 anni dopo, le religioni del mondo di nuovo ad Assisi</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-I4ICdBI-eFc/TpUy9s8uqhI/AAAAAAAAAsM/HhASrbKA2g8/s1600/assisi+jp+2.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="160" src="http://4.bp.blogspot.com/-I4ICdBI-eFc/TpUy9s8uqhI/AAAAAAAAAsM/HhASrbKA2g8/s400/assisi+jp+2.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Il 27 ottobre la Giornata &amp;nbsp;per la pace e la giustizia nel mondo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: x-large;"&gt;&lt;b&gt;L'abbraccio alle religioni&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;“Mi recherò pellegrino nella città di san Francesco, invitando ad unirsi a questo cammino i fratelli cristiani delle diverse confessioni, gli esponenti delle tradizioni religiose del mondo e, idealmente, tutti gli uomini di buona volontà, allo scopo di fare memoria di quel gesto storico voluto dal mio Predecessore e di rinnovare solennemente l'impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace”. Con queste parole, pronunciate durante l'Angelus del 1° gennaio di quest'anno, Benedetto XVI annunciava l'incontro che il  prossimo 27 ottobre vedrà riuniti ad Assisi rappresentanti di tutte le religioni del mondo 25 anni dopo quel primo, grande appuntamento  voluto da Giovanni Paolo II.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;La Giornata mondiale di preghiera per la pace di Assisi del 1986 fu un evento straordinario, ma ci fu chi vide in una simile manifestazione i pericoli del relativismo e del sincretismo. In realtà quella voluta dall'allora Papa fu un'operazione coraggiosa, un'apertura rispettosa al dialogo con altre fedi, senza rinunciare alla propria identità. Le parole pronunciate allora da Giovanni Paolo II furono chiare in questo senso: “Il fatto che siamo venuti qui non implica nessuna intenzione di ricercare un consenso religioso tra noi o di negoziare le nostre convinzioni di fede. Né significa che le religioni possono riconciliarsi sul piano del comune impegno in un progetto terreno che le sorpasserebbe tutte. Né esso è una concessione a un relativismo nelle credenze religiose, perché ogni essere umano deve sinceramente seguire la sua retta coscienza nel cercare di obbedire alla verità”.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;Eppure, venticinque anni dopo, le perplessità di allora sembrano riproporsi. Per allontanarle, sono state apportate modifiche allo svolgimento dell'incontro rispetto al 1986. Nella sostanza si tratterà di una giornata di preghiera ma anche di riflessione, termine non utilizzato allora e che ora invece compare addirittura nel titolo. Una scelta che, implicando anche la dimensione culturale del dialogo e della ricerca della pace,  consente un  coinvolgimento più vasto, persino di quanti non professano alcun credo religioso (saranno presenti scienziati e intellettuali non credenti). Fermo restando che per il credente  la riflessione non si limita mai al solo esercizio speculativo ma di per se stessa va arricchita con la preghiera. Una preghiera che comunque il 27 ottobre ad Assisi non sarà pubblica e comune,  ma troverà posto in un “tempo di silenzio”, proprio per allontanare ogni dubbio su eventuali  inopportune commistioni.  &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-WW43O_VUWcM/TpUy7SdB9iI/AAAAAAAAAsE/vtl-pM2Bl-E/s1600/assisi+86.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="222" src="http://4.bp.blogspot.com/-WW43O_VUWcM/TpUy7SdB9iI/AAAAAAAAAsE/vtl-pM2Bl-E/s320/assisi+86.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;Ma cosa è cambiato da quel primo appuntamento nel mondo? Nel 1986 il Muro di Berlino non era ancora crollato, si era in piena “guerra fredda” e nessuno immaginava il disfacimento dell'impero sovietico; come pure quel processo chiamato globalizzazione, nonché il concretizzarsi del terrorismo internazionale culminato nei terribili fatti dell'11 settembre 2001, dando inizio a quello che è stato definito da alcuni lo “scontro tra civiltà”, e troppo presto trasformato in uno scontro tra religioni.  &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;Ad Assisi  attorno al Papa si riunirono 124 rappresentanti delle confessioni cristiane e delle grandi religioni mondiali. Gli uni accanto agli altri, e non più - come notò Giovanni Paolo II - gli uni contro gli altri. Si era davanti a  una svolta dell'atteggiamento del cattolicesimo verso le altre religioni, ma allo stesso tempo anche a  una svolta nella visione del cristianesimo da parte delle  religioni non cristiane.  &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;Era lo “Spirito di Assisi”, più volte evocato in seguito, la cui immagine è divenuta una delle grandi icone di speranza del secolo scorso, il “secolo breve”, il secolo delle due guerre mondiali, delle grandi dittature totalitarie, dei genocidi. Un'icona , come scrive Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant'Egidio, “della fecondità del dialogo tra le religioni, chiave di volta per la costruzione di una nuova civiltà in questo mondo conflittuale, una civiltà del convivere fondata sull'arte del dialogo (...) Lungo tutto il Novecento qualcosa ha avvicinato i credenti e, nella seconda metà del secolo, genti di religioni diverse si sono parlate e incontrate come mai prima nella storia”.  &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-hARQpysXtn4/TpUy56e29DI/AAAAAAAAAr8/6NIXzjf8tWI/s1600/assisi-1986.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="221" src="http://2.bp.blogspot.com/-hARQpysXtn4/TpUy56e29DI/AAAAAAAAAr8/6NIXzjf8tWI/s320/assisi-1986.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;L'incontro di Assisi del 1986 è stato il frutto maturo della stagione conciliare  con i  leader religiosi insieme sotto gli occhi del mondo intero per implorare il dono della  pace, fiduciosi  nella straordinaria forza della preghiera, nel rispetto delle diversità. “Forse mai come ora nella storia dell'umanità – disse Giovanni Paolo II nel discorso conclusivo - è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace (...) La preghiera è già in se stessa azione, ma ciò non ci esime dalle azioni al servizio della pace”.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;Venticinque anni dopo, al di là delle critiche, qual è la lezione di quell'evento? Lo “Spirito di Assisi” ci dice che l'avvicinamento amichevole tra religioni diverse, in passato indifferenti se non addirittura ostili, è un'esigenza imprescindibile per disinnescare lo scontro fra civiltà e per ricercare una  pace autentica. Perché un messaggio di pace è insito in tutte le grandi tradizioni religiose del mondo. E se in questo mondo può e deve esserci spazio per una pace fondata sulla giustizia, essa non può che passare attraverso la fede dei vari popoli. Una fede autentica, che non s'incanala in deleteri fondamentalismi, capace di dialogo, per la quale le differenze non sono un ostacolo ma una ricchezza.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;Conoscersi e comprendersi è diventato indispensabile. Solo così  la diversità non sarà più considerata come un pericolo ma come un'opportunità. Il 27 ottobre Benedetto XVI, insieme con gli altri esponenti religiosi, rilancerà questo messaggio. Puntando anche sulla parola “verità” che tanto ricorre nel suo magistero. Perché anche la ricerca della verità è presupposto della pace.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;b&gt;Molinsinsieme &amp;nbsp;n. 17, 15 ottobre 2011&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-8931491769779496399?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/8931491769779496399/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=8931491769779496399' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/8931491769779496399'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/8931491769779496399'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/10/25-anni-dopo-le-religioni-del-mondo-di.html' title='25 anni dopo, le religioni del mondo di nuovo ad Assisi'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-I4ICdBI-eFc/TpUy9s8uqhI/AAAAAAAAAsM/HhASrbKA2g8/s72-c/assisi+jp+2.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-5170845901584313506</id><published>2011-09-27T16:00:00.000+02:00</published><updated>2011-09-27T16:00:08.875+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Musica'/><title type='text'>E il 33 giri ricomincia  a frusciare</title><content type='html'>&lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-Rkerj6sSHnQ/ToGj7JQstFI/AAAAAAAAAq4/syhp-eqhFmY/s1600/DSC_0313.JPG" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="212" src="http://4.bp.blogspot.com/-Rkerj6sSHnQ/ToGj7JQstFI/AAAAAAAAAq4/syhp-eqhFmY/s320/DSC_0313.JPG" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;"&gt;&lt;span style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;&lt;i&gt;Torna di moda il vinile e forse non èsolo nostalgia romantica per un oggetto capace di andare oltre ilsuono&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Come dimenticare il rumore inconfondibile dellapuntina che si posava su un disco, l’emozione racchiusa in quellamanciata di fruscianti secondi che annunciavano l’iniziodell’atteso nuovo album del proprio cantante preferito? Così comeil «tac» che scandiva ogni giro dei &lt;i&gt;long-playing&lt;/i&gt; piùvecchi, fastidioso, ma alla fine sopportato, testimonianza deigraffi,  segni evidenti delle centinaia di ascolti? &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;E vuoi mettere il gusto unico di maneggiare quellegrandi copertine, con il piacere di scoprirne eventuali segreti,spesso divenute icone del tempo e a volte vere e proprie opered’arte? Come quelle famosissime beatlesiane di &lt;i&gt;Sgt Pepper’sLonely Heart Club Band&lt;/i&gt; (con i suoi presunti misteriosi messaggi)e di &lt;i&gt;Abbey Road&lt;/i&gt; (con la mitica strada londinese su cui siaffacciano i leggendari studi della Apple e riconosciuta, propriograzie a quella copertina, patrimonio nazionale britannico); oppurequelle dei Rolling Stones e dei Velvet Underground firmate da AndyWarhol; o ancora quella di &lt;i&gt;Tick as a Brick&lt;/i&gt; dei Jethro Tull chesi apriva diventando un tabloid da sfogliare; senza dimenticare lasimpatica mucca in primo piano su &lt;i&gt;Atom Earth Mother&lt;/i&gt; dei PinkFloyd.  Guardarle sotto la plastica di un piccolo compact disk o sulminuscolo schermo di un ipod non dà proprio lo stesso effetto.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Eppure proprio nell’epoca degli mp3 — che stannovia via soppiantando quel cd-audio che aveva decretato agli inizidegli anni Ottanta la fine dei &lt;i&gt;long-playing&lt;/i&gt; — il vecchiodisco in vinile, scomodo, fragile e bellissimo, a oltre sessant’annidal suo avvento si sta prendendo un’inattesa ma meritata rivincita.Già, perché stiamo assistendo a un rifiorire di interesse versoquesto datato supporto sonoro sia da parte degli artisti che deiconsumatori. E i discografici provano cautamente ad adeguarsi. Madevono fare i conti con la ridotta capacità produttiva delle pochefabbriche ancora in funzione, intente a soddisfare solo le esigenzedi un pubblico di nicchia.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Del resto, come sottolineato dal  sito «DigitalMusic News», nessuno, almeno per il momento, ha intenzione dirischiare reinvestendo in un settore che, nonostante i datiincoraggianti, resta al momento irrilevante. Ovvero poco piùdell’uno per cento del mercato musicale negli Stati Uniti, ma conuna domanda in costante e consistente crescita. I discografici temonoche possa trattarsi solo di una moda passeggera, un temporaneo amoreper il vintage musicale. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-TjlEkduFQ9g/ToGkDPvjekI/AAAAAAAAAq8/jFfwaq2FkKU/s1600/DSC_0319.JPG" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="212" src="http://1.bp.blogspot.com/-TjlEkduFQ9g/ToGkDPvjekI/AAAAAAAAAq8/jFfwaq2FkKU/s320/DSC_0319.JPG" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Eppure non si tratta solo di un rigurgito d’amoreda parte di appassionati un po’ avanti con l’età, nostalgici deibei tempi del rock. Perché se è pur vero che ancora oggi iltrentatré giri ristampato più venduto negli States resta proprio&lt;i&gt;Abbey Road&lt;/i&gt;, non mancano giovani artisti e band che scelgono dipubblicare i propri lavori anche in vinile. Infatti dopo i Beatles loscorso anno i più venduti sono stati gli album degli Arcade Fire,mentre i Cake stanno per uscire con una edizione limitata di singoli.Lo stesso accade nel Regno Unito,  dove l’lp più acquistatoquest’anno è &lt;i&gt;The King of Limbs&lt;/i&gt; dei Radiohead. Mentre iColdplay, anch’essi affascinati dal vinile, hanno annunciato che ilnuovo lavoro &lt;i&gt;Mylo Xyloto&lt;/i&gt; uscirà a ottobre anche in trentatrégiri.  &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ma cosa c’è dietro questo &lt;i&gt;revival of thevinyl&lt;/i&gt;, come lo ha definito nei giorni scorsi «The Economist»? Èsolo nostalgia o c’è dell’altro? &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Qualcuno azzarda che il pubblico, dopo aver giàscaricato la musica dalla rete, compri il disco per la bellezza dellagrafica della copertina, per avere qualcosa da conservare. Altripensano che avvenga il contrario, visto che ora ci sono giradischi ingrado di trasformare il segnale analogico in digitale. Altri, lamaggior parte, puntano invece decisamente sulle differenze tecniche.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Senza scomodare i fanatici dell’alta fedeltà —quelli che, potendoselo permettere, spendono fior di quattrini perlettori e amplificatori sofisticatissimi e ipertecnologici destinatia catturare impercettibili sfumature, nell’illusione di nonperdersi proprio nulla, anche quello che non riusciranno mai asentire — noi ci affidiamo a più umane sensazioni.  Visive,rimpiangendo davvero quelle enormi, scomode, fantastiche copertine dicartone patinato, e soprattutto sonore. E ci schieriamo con quantiritengono il suono del vinile più pieno, corposo e realisticorispetto a quello più pulito ma «freddo» prodotto dal digitale. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;In fondo cd ed mp3 custodiscono campionature,ripetitive sequenze di numeri, mentre in quei microscopici solchiveniva catturata non solo la musica nella sua fisicità, ma anchel’atmosfera in cui veniva generata. Sembrava quasi di esserci insala di registrazione. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Non sappiamo se questo ritorno di fiamma segnerà una rinascita del vinile o se anche questi ultimi prodotti saranno prestodestinati a nostalgici collezionisti. Realisticamente non sarà  ilvinile a salvare l’industria discografica da un futuro che sipreannuncia tutto in rete, e non rivedremo certo i giovani usciresoddisfatti, con ingombranti lp sotto il braccio, da quei templi peraudiofili che erano i negozi di dischi, ora rarissimi e destinati auna specie in via di estinzione (che da quattro anni celebra persinoun &lt;i&gt;Record Store Day&lt;/i&gt;, un giorno della memoria in attesa di unaimprobabile definitiva rinascita). &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-af5yx9hFdxQ/ToGk1YwIMTI/AAAAAAAAArA/NhotOpuv35A/s1600/negozio-di-dischi_c.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="240" src="http://3.bp.blogspot.com/-af5yx9hFdxQ/ToGk1YwIMTI/AAAAAAAAArA/NhotOpuv35A/s320/negozio-di-dischi_c.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Ma, come recitava una pubblicità, ci sono piaceriche non hanno prezzo. E allora, se non vi siete disfatti dei vostrivecchi lp — se lo avete fatto, prima o poi ve ne pentirete — econservate ancora in casa un «piatto» che funziona, sfilate dallacustodia consunta il vecchio trentatré giri preferito, poggiatelocon cura, fate scendere lentamente la puntina sui solchi e mettetevicomodi: regalatevi quell’indefinibile ma piacevole di più cherende così speciale l’ascolto di un album in vinile. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;E, se avete tempo, sfogliate qualche pagina di &lt;i&gt;Altafedeltà&lt;/i&gt; di Nick Hornby (Milano, Guanda), o de &lt;i&gt;Il 33º giro&lt;/i&gt;di Graham Jones (Roma, Arcana), o, ancora, &lt;i&gt;L’ultimo disco deimohicani&lt;/i&gt; di Maurizio Blatto (Milano, Castelvecchi). Scopriretesingolari storie legate a questo mondo, con gustosi aneddoti sumusicisti stravaganti e negozianti alle prese con le bizzarrie  deiclienti («Ce l’avete quello dei Led Zeppelin con la supposta incopertina?»). Quelli con i capelli radi e magari pure ingrigitiforse sentiranno un po’ di nostalgia, i più giovani scopriranno unmondo affascinante e lontano che nessun download, per quantogratuito, potrà loro regalare.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: white; color: #323232; font-family: Arial, Tahoma, Helvetica, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 16px;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #323232; line-height: 16px;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;(©L'Osservatore Romano – 28 settembre 2011)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-5170845901584313506?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/5170845901584313506/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=5170845901584313506' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/5170845901584313506'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/5170845901584313506'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/09/e-il-33-giri-ricomincia-frusciare.html' title='E il 33 giri ricomincia  a frusciare'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-Rkerj6sSHnQ/ToGj7JQstFI/AAAAAAAAAq4/syhp-eqhFmY/s72-c/DSC_0313.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-7097170681941677442</id><published>2011-09-19T12:16:00.001+02:00</published><updated>2011-09-19T12:16:46.705+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>"Carnage", il massacro (verbale) perfetto</title><content type='html'>&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-HGampsRrEdk/TncRsf-J81I/AAAAAAAAAoY/ZkCL-2doNro/s1600/carnagef+%25281%2529.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://3.bp.blogspot.com/-HGampsRrEdk/TncRsf-J81I/AAAAAAAAAoY/ZkCL-2doNro/s320/carnagef+%25281%2529.jpg" width="234" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Attraverso lo scontro tra due coppie - e q&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;uattro stupendi attori -&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Polanski mette in scena il declino di un'intera società&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;Il declino dell'imperoamericano. Si potrebbe definire così, citando il titolo di un filmdel regista Denys Arcand di 25 anni fa, l'ultima, bella e &amp;nbsp;tremenda opera di Roman Polanski &lt;/i&gt;Carnage&lt;i&gt;,presentata in concorso al festival di Venezia. Già, perchénel devastante incontro scontro tra due coppie in un appartamento diBrooklyn si riflette, secondo il regista, lo stato della società  statunitense – ma sarebbe meglio dire occidentale&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;–&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;&amp;nbsp;di oggi. Ilsogno americano, e non solo, s'infrange miseramente all'interno diquelle mura domestiche, dove crollano le remore interiori plasmatedal politicamente corretto, dal buonismo forzoso e, prima ancora,dalla civile convivenza, per dar sfogo a comportamenti meno nobili. E lospettatore assiste così alla completa  distruzione di ogniconvenzione, ritrovandosi nel bel mezzo di una guerra. Verbale,s'intende.  &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Tuttoparte da un litigio. Due undicenni si picchiano in un parco. Uno viene colpito con un bastone d'altro e ci rimette due denti. I genitoridell'aggressore  &lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;(Kate&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Winslete Christoph Waltz)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt; &lt;/span&gt;s'incontrano  nella casa dei genitori della vittima&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;(&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;JodieFoster e John C. Reilly)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;p&lt;/span&gt;ercercare di appianare il contrasto come si conviene tra adulti, cioè tra persone mature econsapevoli della vita. Tutto sembra procedere per ilmeglio, almeno apparentemente, nonostante allusioni e frecciatine comunquecontrollate. Ma poi qualcuno osa troppo, innescando unmeccanismo incontrollabile e perverso che scioglie via via ogni frenoinibitorio.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-hHOvJ6QB2Ts/TncRymx5XpI/AAAAAAAAAoc/GDR-cvQTImw/s1600/89611_1.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="225" src="http://2.bp.blogspot.com/-hHOvJ6QB2Ts/TncRymx5XpI/AAAAAAAAAoc/GDR-cvQTImw/s400/89611_1.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Tra reciproci scambi di accuse, emergonoprima le differenze di classe tra le due coppie, poi le critiche allagenitorialità degli uni e degli altri, per giungere – in unimprevedibile gioco di  alleanze momentanee che si compongono e sisfaldano di continuo, mischiando le carte e aumentando la tensione&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;–&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&amp;nbsp;alla messa in discussione dei rispettivi matrimoni. Una carneficina(“carnage”), in senso figurato, fatta di parole che ferisconocome coltellate. Un gioco al massacro in cui non si salva nulla. Ognisperanza sulle capacità degli adulti di confrontarsi con se stessi econ gli altri senza essere sopraffatti da idee stereotipate econdizionamenti culturali si arena inesorabilmente in un immotivato, sproporzionato eingiustificabile risentimento. &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;Purcambiando registro, Polanski conferma la sua indubbia bravura,confezionando un meccanismo perfetto, grazie anche e soprattutto allabravura dei quattro attori che, nel chiuso di un appartamento,riescono a mettere in scena con imbarazzante naturalezza lefrustrazioni che animano i rispettivi personaggi e che non aspettavano altroche di esplodere.&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;i&gt;Non era un'operazione semplice raccontare nellinguaggio cinematografico la pièce teatrale &lt;/i&gt;Il dio delmassacro &lt;span style="color: black; font-style: italic;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;(&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Ledieu du carnage&lt;i&gt;) &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: black; font-style: italic;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;di &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;span style="color: black;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;YasminaReza&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;&lt;span style="color: #333333;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;i&gt;(che ha collaborato allasceneggiatura). Eppure il regista, con un sapiente gioco diinquadrature e di precisi movimenti della macchina da presa, riesce aconfezionare un'opera filmica  ineccepibile, elegante, anche se nonquel capolavoro che molti a Venezia si attendevano. Una pellicola chefa riflettere sulla deriva di una società che, ostaggio di troppeforzate convenzioni, rende le persone subdolamente egoiste, false,ciniche e meschine, prigioniere di assurdi meccanismi di difesa, incapaci di relazioni autentiche. &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Meno male che lo stessoPolanski a un certo punto  dica basta. Aprendo alla speranza. Asalvare il mondo che va in  pezzi in quel salotto ci penserannoaltri. Forse non tutto è perduto.     &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2306534545630591845-7097170681941677442?l=gaetanovallini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/feeds/7097170681941677442/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2306534545630591845&amp;postID=7097170681941677442' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/7097170681941677442'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2306534545630591845/posts/default/7097170681941677442'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gaetanovallini.blogspot.com/2011/09/carnage-il-massacro-verbale-perfetto.html' title='&quot;Carnage&quot;, il massacro (verbale) perfetto'/><author><name>GAETANO VALLINI</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01519849738017320168</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/-H-F6oQHDTuE/Tn3MtJjgRxI/AAAAAAAAAqM/PXgGnNuHY8E/s220/prova1.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-HGampsRrEdk/TncRsf-J81I/AAAAAAAAAoY/ZkCL-2doNro/s72-c/carnagef+%25281%2529.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2306534545630591845.post-7954960171885272781</id><published>2011-09-17T17:00:00.001+02:00</published><updated>2011-09-18T15:32:32.098+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Fotografia'/><title type='text'>Con la nostalgia e la bellezza  di un canto corale</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-OwdxJWjZtfA/TnRy9lRR-5I/AAAAAAAAAoQ/o51ZtYQOzTY/s1600/milano-arte-expo-pepi-merisio-donna-di-scanno-laquila-1969.jpeg" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://2.bp.blogspot.com/-OwdxJWjZtfA/TnRy9lRR-5I/AAAAAAAAAoQ/o51ZtYQOzTY/s400/milano-arte-expo-pepi-merisio-donna-di-scanno-laquila-1969.jpeg" width="263" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;Donna di Scanno (L'Aquila), 1969&lt;/i&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: blue; font-family: Verdana, sans-serif; font-size: large;"&gt;Volti e luoghi dell’Italia di ierinelle fotografie di Pepi Merisio  esposte  a  Chieti &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif; font-size: x-small;"&gt;di Gaetano Vallini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;«Merisio è lombardo di Caravaggio,stessa dinastia di quel Michelangelo che ha scandalizzato i suoicontemporanei cogliendo il volto della Vergine in quello dellapopolana amata e dipingendo i piedi gonfi e sporchi di umilipellegrini. Un realismo che illuminava il fondale buio delle suetele, così come ora anima il bianco e nero della fotografia di Pepi.Entrambi hanno fatto della luce il segreto della loro arte. Entrambihanno narrato il cielo attraverso le vicende degli uomini e hannoeletto a protagonista delle loro immagini la gente del popolo».L’accostamento è azzardato, è vero. Ma nella sua temerarietàGiovanni Gazzaneo — curatore della mostra dedicata alle immagini diPepi Merisio «L’Abruzzo nell’Italia di ieri», allestita alMuseo Palazzo de’ Mayo di Chieti fino al 2 ottobre — aiuta acomprendere l’essenza dell’opera di un fotografo tanto noto eapprezzato. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Del resto lo stesso Merisio, classe1931, non disdegna il paragone, riferendosi all’illustreconcittadino. Ma solo per precisare la sensibilità che lo anima.«Per lui e per me — ha rivelato — tutto nasce dal santuario diCaravaggio. Siamo cresciuti in mezzo al cammino dei pellegrini, chegiungevano fino agli anni Cinquanta con gli zoccoli ai piedi,dormivano sotto i porticati e all’albeggiare partecipavano allecelebrazioni superando la soglia della chiesa a piedi nudi». &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Chi conosce l’opera del fotografo sache questa radice popolare è divenuta la cifra del suo linguaggio.Le origini contadine, che affondano nelle tradizioni culturali ereligiose della Bassa bergamasca, hanno lasciato un segno indelebilenel suo lavoro, nel suo modo di raccontare per immagini. Bastaosservare le suggestive foto di questa mostra per cogliere lapeculiarità dello sguardo: cento immagini che raccontano un’Italiache non c’è più, in un itinerario nello spazio, nel tempo e nellamemoria del  Paese, dagli anni Cinquanta a oggi, attraverso tematicheche abbracciano il paesaggio, la vita sociale, i vecchi mestieri, lafede religiosa, le città, con uno speciale omaggio alla terra diAbruzzo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-kY7cguIN5T0/TnRy2sVe-wI/AAAAAAAAAoE/jZGx0IQ1x9M/s1600/15_PepiMerisioNelportodiGenova1968.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="239" src="http://1.bp.blogspot.com/-kY7cguIN5T0/TnRy2sVe-wI/AAAAAAAAAoE/jZGx0IQ1x9M/s320/15_PepiMerisioNelportodiGenova1968.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;Nel porto di Genova (1968)&lt;/i&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;«Il canto di Merisio è corale, unacoralità — scrive Gazzeno nel catalogo della mostra (CiniselloBalsamo, Silvana Editoriale, 2011, pagine 143) — fondata suldialogo millenario tra le generazioni, intreccio di fede etradizione, che è consegna del proprio credo, dei costumi e deisegreti del mestiere nel segno della speranza. Le sue sono storie dipopolo in una geografia del quotidiano vivere». Lo sottolinea lostesso fotografo: «Per me è fondamentale che ogni immagine, ognifotogramma, renda l’ambiente: le situazioni nelle quali le personee le cose trovino, insieme, una precisa collocazione di luogo e ditempo. Rarissimi i primi piani. La mia ricerca si volge verso lepartecipazioni corali: l’uomo è relazione». Immortalare laciviltà contadina nelle sue innumerevoli sfaccettature, in quellaimperdibile luce del tramonto che esalta anche nell’austerabellezza del bianco e nero i gesti e i riti antichi di secoli, è perMerisio quasi un’esigenza imprescindibile. E in questa sua ricercadelle radici contribuisce a quella costruzione della memoria cosìimportante non solo per definire la storia, ma anche per progettareil futuro. I volti e i luoghi di ieri evocati nel titolo della mostrasono in parte scomparsi, spazzati  dal tempo e da un inesorabileprogresso. Ma nulla è perso. Le istantanee di Merisio  ce lirestituisce se possibile con una vividezza persino superiore.Un’intensità che deriva da uno sguardo sensibile, talvoltaindulgente, in qualche modo coinvolto e complice,  perché chiosserva possa cogliervi la forza dei sentimenti, la straordinariabellezza del creato, il genio dell’uomo che lavora. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-4F7NU1IKCgU/TnRy0VQPGPI/AAAAAAAAAoA/WKUNE-HfOoQ/s1600/10_PepiMerisioIlpontedibarchesulPoaSpessaPavia1972.jpeg" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="238" src="http://3.bp.blogspot.com/-4F7NU1IKCgU/TnRy0VQPGPI/AAAAAAAAAoA/WKUNE-HfOoQ/s320/10_PepiMerisioIlpontedibarchesulPoaSpessaPavia1972.jpeg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;Ponte di barche sul Po a Pessa (Pavia), 1972&lt;/i&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;In Merisio non c’è la spasmodicaricerca dell’attimo irripetibile, per quanto questo aspetto non siasecondario; ma l’importante è entrare quasi in empatia con il soggetto da ritrarre. «Non rubo immagini — dice in proposito — enon voglio soggetti in posa, ma la fotografia è rapporto diretto echi è dall’altra parte dell’obbiettivo deve essere felice diessere raffigurato». Ciò non significa che gli scatti siano fruttodel caso, perché la composizione è sempre equilibrata, tanta dasembrare naturale. Un equilibrio che è sintesi di un percorsoculturale oltre che professionale; un itinerario  che peraltro lo havisto confrontarsi spesso con la religione. Nel 1964 pubblica su«Epoca» Una giornata col Papa,  servizio nel quale racconta uninedito Paolo vi, e successivamente cura per la rivista d’artesvizzera «Du» due monografie sul Vaticano e sull’Italiacattolica. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Nell’opera di Merisio si colgono,dunque, un rigore stilistico e una padronanza del linguaggiofotografico che rendono ogni scatto molto più di una sempliceistantanea.  «Pepi — dice di lui l’illustre collega FerdinandoScianna, primo italiano a entrare nella prestigiosa agenzia Magnum —ha, come fotografo, la passione, il coraggio della bellezza. Sonobelle le sue fotografie. Limpide, ordinate. Cercano forme belle percose viste e sentite come belle. Una bellezza nostalgica, come sequasi incoscientemente il fotografo avesse avuto nel farle ilsentimento di fragilità del mondo che ha amato».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-xZehKzQDask/TnRy7dScmfI/AAAAAAAAAoM/FaPgMjwDGM8/s1600/Merisio+6.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="221" src="http://4.bp.blogspot.com/-xZehKzQDask/TnRy7dScmfI/AAAAAAAAAoM/FaPgMjwDGM8/s320/Merisio+6.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;Stazione centrale, Milano, 1955&lt;/i&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Il percorso espositivo della mostra diChieti costruisce racconti intrecciati tra loro, in cui paesaggio euomo sono parti inscindibili di un’unica storia. In questo viaggio,che cade non a caso nel centocinquantesimo dell’Unità nazionale,cinquanta immagini sono dedicate all’Abruzzo. Ecco, quindi, imaestosi  profili del Gran Sasso e della Maiella, la piana delFucino, i borghi abbarbicati sui monti, i trabucchi sulla costa, lecittà (con un omaggio particolare a L’Aquila, oggi ferita dalterremoto), ma anche i momenti popolari, densi di emozioni come lefeste religiose di Bucchianico, Loreto Aprutino, Pescocostanzo;oppure il racconto del lavoro, spesso duro ma affrontato con dignità,di contadini, pastori e artigiani. Senza dimenticare le donne, con iloro tradizionali abiti neri,  simbolo di un’epoca ormai perduta. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;Con quell’obbiettivo puntato su unaumanità semplice, le fotografie di Merisio hanno la capacità diraccontare con efficacia chi eravamo e di farci comprendere megliocosa siamo diventati. Con un pizzico di nostalgia.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: white; color: #323232; font-family: Arial, Tahoma, Helvetica, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 16px;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #323232; line-height: 16px;"&gt;&lt;span style="color: #323232;"&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;(©L'Osservatore Romano – 18 settembre 2011)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.
